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Glossario ESG: di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità?



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Il glossario ESG raccoglie e spiega termini, acronimi e concetti chiave della sostenibilità, dal reporting alla decarbonizzazione, dal greenwashing all’hard-to-abate. Uno strumento pratico per orientarsi tra normative, standard e strategie: scopri le definizioni essenziali per comprendere il mondo ESG

Pubblicato il 1 set 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



Glossario ESG: tutti i termini per comprendere la sostenibilità
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Punti chiave

  • Un glossario ESG raccoglie e spiega termini e standard, facilitando compliance normativa e interpretazione di CSRD, ESRS e doppia materialità.
  • Supporta decisioni operative e strategie di decarbonizzazione con carbon accounting, PCF, LCA, identificazione di Scope 3 e carbon hotspot.
  • Agevola collaborazione fra funzioni (sustainability, finanza, procurement, comunicazione), migliora qualità dei ESG Data, il data lineage e la lettura di report e rating.
Riassunto generato con AI


Quando un settore inizia ad avere bisogno di un glossario dei termini per potersi raccontare in modo compiuto e preciso significa che si sta avvicinando alla maturità. Nel caso della sostenibilità e più precisamente dell’ESG il glossario dei termini vuole rappresentare un supporto utile a comprendere le tante dimensioni con cui sostenibilità e ESG si traducono, quotidianamente, in valore economico, sociale, ambientale. Un glossario ESG è, da questo punto di vista, uno strumento che raccoglie e spiega i principali termini, acronimi e concetti legati alla sostenibilità ambientale, sociale e alla governance. Ed è oggi particolarmente utile perché il linguaggio è diventato sempre più articolato, caratterizzato dalla convivenza di normative europee, di standard internazionali, di metodologie di misurazione e di nuovi strumenti di gestione.

Termini come CSRD, ESRS, Scope 3, LCA, PCF, Net Zero, Tassonomia UE o doppia materialità sono ormai entrati nel lessico quotidiano di imprese e professionisti. Conoscerne esattamente il significato è fondamentale per comprendere obblighi normativi, strategie di decarbonizzazione e sistemi di reporting. Un glossario permette inoltre di distinguere concetti apparentemente simili, evitando interpretazioni scorrette. È utile ai sustainability manager, ma anche a manager finanziari, responsabili acquisti, energy manager, progettisti e professionisti della comunicazione. Avere queste definizioni a portata di mano facilita il confronto tra funzioni aziendali e crea un linguaggio ESG condiviso. Aiuta anche a leggere report di sostenibilità, normative, rating e documentazione tecnica con maggiore consapevolezza. In un ambito in continua evoluzione, il glossario diventa così non soltanto uno strumento di consultazione, ma una sorta di mappa per orientarsi nella trasformazione sostenibile delle imprese.

In particolare questo glossario integra reporting, normativa europea, clima e carbon management, economia circolare, biodiversità, finanza sostenibile e governance del dato.

Indice degli argomenti

Biodiversità

La biodiversità indica la varietà della vita a livello genetico, di specie e di ecosistemi. È alla base del funzionamento degli ecosistemi e dei servizi che essi forniscono a società ed economia. Per le imprese è fondamentale in quanto molte attività dipendono da acqua, suolo fertile, impollinazione, materie prime e stabilità degli ecosistemi. La perdita di biodiversità può quindi trasformarsi in un rischio operativo, economico e reputazionale e rientra nei biodiversity risk. In ambito ESG viene analizzata considerando sia gli impatti dell’impresa sulla natura sia le dipendenze dell’attività economica dagli ecosistemi ed è sempre più fondamentale disporre di dati sulla biodiversità. La valutazione può riguardare siti produttivi, supply chain, uso del suolo, consumo di risorse e inquinamento. La biodiversità risulta così sempre più integrata nelle strategie di sostenibilità e nella gestione dei rischi. È inoltre collegata ai concetti di Nature Positive, TNFD e Nature-based Solutions. In sostanza, misurare gli impatti sulla biodiversità è complesso perché non esiste un unico indicatore equivalente alla CO2e per il clima. Per questo le aziende utilizzano combinazioni di dati territoriali, indicatori ecologici e analisi delle pressioni esercitate sugli ecosistemi.

Carbon Accounting

Il carbon accounting è l’insieme di metodologie e processi utilizzati per misurare, contabilizzare, gestire e rendicontare le emissioni di gas a effetto serra. Traduce consumi energetici, combustibili, acquisti, trasporti e altre attività in quantità di CO2 equivalente attraverso specifici fattori di emissione. Può essere applicato all’intera organizzazione, a una catena del valore oppure a singoli prodotti e servizi. A livello corporate è strettamente collegato alla classificazione Scope 1, Scope 2 e Scope 3 del GHG Protocol. Una corretta contabilizzazione richiede la definizione del perimetro, la raccolta dei dati e criteri coerenti di calcolo. La qualità del risultato dipende dalla completezza e affidabilità delle informazioni disponibili.

Il carbon accounting costituisce la base quantitativa per fissare target di riduzione e monitorarne il raggiungimento. Alimenta inoltre reporting ESG, strategie Net Zero e valutazioni dei rischi climatici. La digitalizzazione consente di automatizzare parte della raccolta e del controllo dei dati. Quando il dato carbonico viene collegato alle decisioni operative e strategiche, il carbon accounting diventa una componente della carbon intelligence.

Carbon Hotspot

Un carbon hotspot è un processo, un materiale, un prodotto, un fornitore o una fase del ciclo di vita che concentra una quota particolarmente significativa delle emissioni complessive analizzate. La sua individuazione permette di capire dove si genera la parte più rilevante dell’impronta carbonica. Nel Product Carbon Footprint, per esempio, un hotspot può essere una materia prima ad alta intensità emissiva. In un inventario aziendale può invece coincidere con l’uso di combustibili, l’elettricità acquistata o una categoria dello Scope 3. L’analisi degli hotspot consente di stabilire priorità di intervento basate sui dati ed evita di concentrare investimenti su attività che incidono solo marginalmente sul totale delle emissioni. Può inoltre orientare scelte di progettazione, procurement, logistica ed efficienza energetica ed è particolarmente utile nella definizione delle roadmap di decarbonizzazione. Gli hotspot possono cambiare nel tempo quando cambiano processi, fornitori, mix energetico o volumi produttivi. Per questo la loro analisi deve essere aggiornata periodicamente e inserita in un sistema continuo di carbon management.

Carbon Intelligence

La carbon intelligence è l’utilizzo integrato di dati, tecnologie, analytics e conoscenza di business per trasformare le informazioni sulle emissioni in decisioni operative e strategiche. La carbon intelligence va oltre la semplice misurazione della carbon footprint. Il suo obiettivo è comprendere dove vengono generate le emissioni, perché si producono e quali azioni possono ridurle con maggiore efficacia. La carbon intelligence integra dati provenienti da energia, produzione, supply chain, logistica, acquisti e progettazione dei prodotti, collega le emissioni anche ai costi, ai ricavi, ai fornitori, agli asset e a diversi scenari di investimento. In questo modo consente di identificare carbon hotspot e confrontare alternative di decarbonizzazione. La carbon intelligence può inoltre supportare simulazioni, forecasting e valutazioni what-if con analytics e intelligenza artificiale che possono aiutare a individuare anomalie e opportunità difficili da riconoscere manualmente.

Carbon Intensity

La carbon intensity, o intensità carbonica, esprime la quantità di emissioni di gas serra rapportata a una determinata unità di riferimento. Può essere calcolata per unità di prodotto, energia generata, chilometro percorso, fatturato o altra grandezza significativa. A differenza delle emissioni assolute, permette di mettere in relazione l’impatto climatico con il livello di attività. È quindi utile per confrontare l’efficienza emissiva nel tempo o tra processi simili. Una fabbrica può ridurre la propria intensità carbonica anche mentre aumenta la produzione, se le emissioni crescono meno dei volumi prodotti. Tuttavia una riduzione dell’intensità non implica necessariamente una diminuzione delle emissioni assolute. Per questo i due indicatori devono essere letti insieme. L’intensità carbonica è importante nel confronto tra materiali, prodotti, tecnologie e fonti energetiche. Può diventare un criterio di procurement quando si confrontano fornitori con prodotti equivalenti. Nella carbon intelligence rappresenta una metrica utile per individuare opportunità di miglioramento e monitorare la decarbonizzazione.

CBAM – Carbon Border Adjustment Mechanism

Il CBAM Carbon Border Adjustment Mechanism è il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere. È stato introdotto dall’Unione europea per attribuire un costo alle emissioni incorporate in determinate merci importate da Paesi extra-UE e si basa sul principio che collega il prezzo del carbonio delle importazioni al sistema europeo di carbon pricing. Il meccanismo mira anche a ridurre il rischio di carbon leakage, cioè lo spostamento della produzione verso Paesi con politiche climatiche meno stringenti. Il CBAM interessa specifiche categorie di prodotti ad alta intensità emissiva previste dalla normativa europea. Per le imprese coinvolte aumenta l’importanza di conoscere le emissioni incorporate nei beni acquistati. Richiede quindi dati affidabili sulla produzione e sull’intensità carbonica dei materiali importati. Il CBAM è strettamente collegato a carbon accounting, Product Carbon Footprint e tracciabilità della supply chain e può influenzare decisioni di approvvigionamento e selezione dei fornitori. Più in generale, il CBAM mostra come il contenuto carbonico dei prodotti stia diventando anche una variabile economica e commerciale.

CCF – Corporate Carbon Footprint

La Corporate Carbon Footprint misura l’impronta climatica complessiva di un’organizzazione rispetto a un determinato periodo e perimetro raccogliendo le emissioni di gas serra generate direttamente e indirettamente dalle attività aziendali. Il riferimento più diffuso per strutturare l’inventario è la classificazione Scope 1, Scope 2 e Scope 3.

Lo Scope 1 comprende le emissioni dirette da fonti controllate dall’impresa.

Lo Scope 2 riguarda le emissioni indirette associate all’energia acquistata.

Lo Scope 3 comprende le altre emissioni indirette della catena del valore.

La Corporate Carbon Footprint CCF permette di costruire una baseline rispetto alla quale definire obiettivi di riduzione. È fondamentale per reporting climatico, strategie di decarbonizzazione e percorsi Net Zero. A differenza del Product Carbon Footprint, la Corporate Carbon Footprint ha come oggetto l’organizzazione nel suo complesso e non il singolo prodotto.

CDP

CDP è un sistema globale di disclosure ambientale utilizzato da imprese, città e altre organizzazioni per comunicare informazioni relative a temi ambientali. La piattaforma raccoglie dati su clima, acqua, foreste e altri aspetti collegati alla gestione degli impatti e dei rischi ambientali. Le informazioni richieste riguardano governance, strategia, rischi, opportunità, metriche e obiettivi e per le aziende la compilazione rappresenta un esercizio strutturato di raccolta e organizzazione dei dati ambientali. I risultati vengono utilizzati da investitori, clienti e altri stakeholder per valutare la gestione delle questioni ambientali. CDP ha contribuito alla diffusione della disclosure climatica nelle grandi imprese e nelle catene di fornitura e ad oggi molte aziende richiedono ai propri supplier di comunicare informazioni attraverso questo sistema. Questo rende CDP rilevante anche per la gestione dello Scope 3. La qualità dei dati e la capacità di dimostrare processi strutturati assumono quindi un ruolo importante. CDP si inserisce nel più ampio ecosistema di reporting e trasparenza ambientale internazionale.

Circular Economy – Economia circolare

L’economia circolare è un modello economico che punta a mantenere prodotti, componenti e materiali in uso il più a lungo possibile, riducendo il consumo di risorse vergini e la produzione di rifiuti. Si contrappone alla logica lineare basata su estrazione, produzione, utilizzo e smaltimento.

Le strategie circolari comprendono prevenzione, riuso, riparazione, ricondizionamento, remanufacturing e riciclo. Un ruolo fondamentale è svolto dalla progettazione, perché molte possibilità di recupero vengono determinate già nella fase di design. L’economia circolare può ridurre pressioni ambientali e dipendenza da materie prime critiche. Può inoltre contribuire alla decarbonizzazione quando evita processi produttivi ad alta intensità energetica. Il beneficio climatico deve tuttavia essere verificato attraverso analisi coerenti del ciclo di vita. Per le imprese significa ripensare prodotti, supply chain, modelli di business e gestione del fine vita. È strettamente collegata a ecodesign, LCA e uso efficiente delle risorse. In ambito ESG rappresenta una delle principali strategie per integrare sostenibilità e innovazione industriale.

Climate Adaptation – Adattamento climatico

L’adattamento climatico comprende gli interventi volti a ridurre la vulnerabilità agli effetti presenti e futuri del cambiamento climatico. E’ un concetto e una serie di pratiche che partono dal presupposto in base al quale una quota degli impatti climatici sia ormai inevitabile e debba essere gestita. Per un’impresa può significare proteggere stabilimenti, infrastrutture, supply chain e lavoratori da caldo, siccità, alluvioni o altri fenomeni. Le strategie possono includere modifiche fisiche agli asset, diversificazione dei fornitori e sistemi di allerta precoce. In agricoltura possono riguardare irrigazione efficiente, colture più resilienti e gestione del suolo. Nelle città comprendono infrastrutture verdi, gestione delle acque, foreste periurbane, rifugi climatici per la riduzione delle isole di calore. L’adattamento richiede analisi dei rischi climatici fisici e valutazioni territoriali. Deve considerare sia eventi acuti sia cambiamenti cronici di lungo periodo. È complementare alla mitigazione climatica che cerca di ridurre le cause del cambiamento climatico, mentre l’adattamento ne gestisce gli effetti. Per le imprese sta diventando una componente della resilienza operativa e della gestione strategica del rischio.

Climate Mitigation – Mitigazione climatica

La mitigazione climatica comprende le azioni finalizzate a limitare il cambiamento climatico attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra o l’aumento degli assorbimenti. Include interventi su energia, trasporti, industria, edifici, agricoltura e uso del suolo.

Per le imprese può significare efficienza energetica, elettrificazione, energia rinnovabile e modifica dei processi produttivi. Può comprendere anche interventi sulla supply chain e sulla progettazione dei prodotti. Per tanti aspetti la mitigazione è strettamente collegata alle strategie di decarbonizzazione e agli obiettivi Net Zero, la misurazione delle emissioni costituisce il punto di partenza per identificare le principali fonti e definire le priorità.

La mitigazione si distingue dall’adattamento, che riguarda invece la gestione degli impatti climatici. Le due strategie sono complementari e devono procedere parallelamente. Una politica climatica efficace deve infatti ridurre le emissioni future e, nello stesso tempo, aumentare la resilienza agli effetti già in corso.

Climate Risk – Rischio climatico

Il rischio climatico rappresenta l’insieme dei potenziali effetti economici, operativi e finanziari legati al cambiamento climatico. Viene generalmente distinto in rischio fisico e rischio di transizione.

Il rischio fisico deriva dagli effetti diretti del clima, come alluvioni, incendi, siccità e ondate di calore. Può essere acuto, quando è collegato a eventi estremi, oppure cronico, quando deriva da cambiamenti progressivi.

Il rischio di transizione nasce invece dall’evoluzione di normative, tecnologie, mercati e preferenze dei consumatori. Per le imprese può incidere su asset, supply chain, costi, ricavi e accesso al capitale. La valutazione richiede dati climatici, informazioni territoriali e conoscenza dei processi aziendali. Gli scenari climatici possono essere utilizzati per analizzare la resilienza dell’organizzazione rispetto a futuri differenti. Il rischio climatico è ormai integrato in numerosi framework di disclosure e gestione del rischio: comprenderlo consente di passare da una gestione reattiva degli eventi a strategie preventive di adattamento e trasformazione.

CO₂e – Carbon Dioxide Equivalent

La CO2 equivalente è l’unità utilizzata per esprimere in una misura comune l’effetto climatico dei diversi gas a effetto serra. Non tutti i gas hanno infatti la stessa capacità di contribuire al riscaldamento globale. Metano, protossido di azoto e altri gas presentano caratteristiche differenti rispetto alla CO2. Per poterli sommare, le quantità emesse vengono convertite utilizzando coefficienti basati sul loro potenziale di riscaldamento globale. Il risultato viene espresso in chilogrammi, tonnellate o altre unità di CO2e. Questa conversione rende possibile costruire inventari complessivi delle emissioni: la CO2e viene utilizzata nel carbon accounting, nelle Corporate Carbon Footprint e nei Product Carbon Footprint ed è inoltre alla base di numerosi indicatori di intensità carbonica. La scelta dei fattori e degli orizzonti temporali utilizzati deve essere coerente con la metodologia adottata, in questo senso, la CO2e è un linguaggio comune indispensabile per confrontare e aggregare emissioni climatiche differenti.

CSDDD / CS3D – Corporate Sustainability Due Diligence Directive

La Corporate Sustainability Due Diligence Directive disciplina a livello europeo specifici obblighi di due diligence di sostenibilità per le imprese che rientrano nel suo campo di applicazione. Il principio è integrare nei processi aziendali l’identificazione e la gestione di determinati impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente. Ma l’attenzione non si limita alle attività direttamente svolte dall’impresa, può infatti estendersi, secondo le regole previste dalla direttiva, anche a parti della catena di attività. La due diligence richiede processi strutturati per individuare, prevenire, mitigare e affrontare gli impatti rilevanti. Assume quindi grande importanza la conoscenza dei fornitori e delle relazioni di business. La direttiva in questo senso rafforza il collegamento tra sostenibilità, governance e gestione dei rischi: per le imprese può comportare l’integrazione di criteri ESG nei processi di procurement e controllo. La CSDDD è collegata, ma distinta, dalla CSRD: una riguarda soprattutto gli obblighi di condotta e di due diligence, l’altra la rendicontazione di sostenibilità.

CSRD – Corporate Sustainability Reporting Directive

La CSRD è la direttiva europea dedicata alla rendicontazione di sostenibilità delle imprese che rientrano nel suo campo di applicazione. Ha rafforzato il quadro europeo della disclosure ESG introducendo requisiti più strutturati e standardizzati e le imprese soggette devono rendicontare secondo gli European Sustainability Reporting Standards, gli ESRS.

Un principio centrale della CSRD è rappresentato dalla doppia materialità, che considera sia gli impatti dell’impresa sia i rischi e le opportunità finanziarie di sostenibilità. La CSRD richiede quindi una connessione più forte tra strategia, governance, rischi, politiche, azioni, metriche e obiettivi e la rendicontazione deve basarsi su processi di raccolta dati più robusti e tracciabili. Ecco che assume particolare importanza anche la qualità delle informazioni provenienti dalla catena del valore. Il quadro europeo prevede inoltre forme di assurance sulle informazioni di sostenibilità. La CSRD sta contribuendo a trasformare il reporting ESG da esercizio prevalentemente volontario a processo integrato nella governance aziendale.

Data Lineage

Il data lineage descrive la tracciabilità del percorso seguito da un dato dalla sua origine fino all’utilizzo finale. Permette di sapere da quale sistema proviene un’informazione, come è stata trasformata e quali controlli ha attraversato. In ambito ESG il data lineage è particolarmente importante perché i dati possono provenire da numerosi sistemi aziendali e soggetti esterni. Consumi energetici, emissioni, informazioni sui dipendenti e dati della supply chain possono seguire percorsi molto differenti. Un buon data lineage consente di ricostruire questi passaggi in modo trasparente, facilita la verifica degli errori e la correzione delle anomalie ed è inoltre fondamentale quando le informazioni devono essere sottoposte ad assurance.

La crescente regolamentazione della rendicontazione di sostenibilità aumenta la necessità di dati verificabili e documentati. Il data lineage è quindi una componente della governance del dato ESG. In prospettiva consente di passare da raccolte manuali e frammentate a sistemi più automatizzati, controllabili e affidabili.

Decarbonization – Decarbonizzazione

La decarbonizzazione è il processo di riduzione strutturale delle emissioni di gas a effetto serra associate a un’organizzazione, settore, prodotto o sistema economico. Non coincide con una singola tecnologia, ma richiede una combinazione di interventi. Può comprendere efficienza energetica, elettrificazione, fonti rinnovabili e innovazione dei processi industriali. Nelle catene del valore può richiedere la collaborazione con fornitori e clienti e la decarbonizzazione dei prodotti passa anche attraverso materiali low carbon, ecodesign e riduzione delle emissioni incorporate. Per definire poi una strategia efficace è necessario partire da un inventario affidabile delle emissioni; successivamente occorre individuare carbon hotspot e stabilire le priorità di intervento. Gli obiettivi devono essere accompagnati da roadmap, investimenti, responsabilità e sistemi di monitoraggio.

Doppia materialità – Double Materiality Assessment

Il Double Materiality Assessment è il processo utilizzato per identificare e valutare i temi di sostenibilità rilevanti secondo il principio della doppia materialità. Analizza due prospettive complementari.

La materialità d’impatto considera gli effetti positivi e negativi dell’impresa su persone e ambiente.

La materialità finanziaria considera invece come i temi di sostenibilità possano generare rischi o opportunità economiche per l’impresa. Il processo richiede la comprensione delle attività, delle relazioni di business e della catena del valore. Può coinvolgere stakeholder interni ed esterni e utilizzare fonti informative differenti. Gli impatti, rischi e opportunità vengono valutati attraverso criteri e soglie definiti dall’organizzazione nel rispetto del quadro applicabile. Il risultato determina quali temi devono ricevere maggiore attenzione nel reporting e nella strategia. Il Double Materiality Assessment non dovrebbe essere considerato un semplice esercizio documentale, può infatti aiutare l’impresa a collegare sostenibilità, risk management e pianificazione. Nell’ambito CSRD ed ESRS rappresenta uno dei passaggi fondamentali per definire il perimetro informativo della rendicontazione.

DNSH – Do No Significant Harm

DNSH significa Do No Significant Harm, cioè non arrecare un danno significativo. È un principio centrale nel quadro europeo della finanza e delle politiche per la sostenibilità e stabilisce che il contributo a un obiettivo ambientale non debba compromettere in modo significativo altri obiettivi ambientali rilevanti. Il concetto è particolarmente importante nella Tassonomia europea. Un’attività non può essere considerata ambientalmente sostenibile soltanto perché contribuisce a un singolo obiettivo, deve anche rispettare criteri che evitino danni significativi agli altri obiettivi previsti per impedire una lettura troppo parziale della sostenibilità ambientale. Un progetto utile per la mitigazione climatica, ad esempio, deve essere valutato anche rispetto ad acqua, biodiversità, inquinamento e altre dimensioni pertinenti. L’applicazione del DNSH richiede quindi analisi tecniche e documentazione.

Eco-design – Ecodesign

L’ecodesign è un approccio alla progettazione che integra considerazioni ambientali fin dalle prime fasi dello sviluppo di un prodotto. L’ecodesign parte dal principio che molte caratteristiche ambientali vengono determinate prima dell’avvio della produzione come la scelta dei materiali, il peso, la durata, la riparabilità e il consumo energetico dipendono infatti dalle decisioni progettuali.

L’ecodesign può puntare a ridurre l’uso di materie prime e facilitare riuso, riparazione e riciclo, può inoltre diminuire la carbon footprint del prodotto attraverso materiali e processi meno emissivi. La valutazione del ciclo di vita aiuta in particolare a evitare lo spostamento degli impatti da una fase all’altra: per esempio, una soluzione che riduce le emissioni di produzione potrebbe aumentare quelle durante l’utilizzo. L’ecodesign è quindi strettamente collegato a LCA, economia circolare e Product Carbon Footprint. Può coinvolgere progettisti, ingegneri, procurement e sustainability manager. Portare i dati ambientali nella progettazione permette di trasformare la sostenibilità da verifica finale a criterio di sviluppo del prodotto.

Embodied Carbon

L’embodied carbon indica le emissioni incorporate nei materiali, componenti e prodotti associate alle fasi del ciclo di vita considerate. Si tratta di un concetto particolarmente utilizzato nei settori delle costruzioni e dei materiali e può comprendere emissioni legate all’estrazione delle materie prime, alla trasformazione e alla produzione.

A seconda del perimetro può includere anche trasporto, costruzione, manutenzione e fine vita e si distingue dalle emissioni operative, generate durante l’utilizzo di un edificio o di un bene. Con la progressiva riduzione dei consumi operativi, l’embodied carbon assume un peso relativo sempre maggiore in alcuni settori: materiali come cemento, acciaio, alluminio e vetro possono contribuire significativamente all’impronta incorporata. Misurare l’embodied carbon permette di individuare carbon hotspot e confrontare alternative progettuali. EPD, LCA e Product Carbon Footprint possono infatti fornire informazioni utili per queste valutazioni. E ridurre l’embodied carbon significa intervenire su materiali, quantità, processi produttivi, riuso e circolarità.

EPD – Environmental Product Declaration

L’Environmental Product Declaration o EPD è una dichiarazione ambientale di prodotto che comunica informazioni quantitative sugli impatti ambientali di un prodotto in modo standardizzato. Si basa su una valutazione del ciclo di vita e su regole metodologiche definite per la categoria di prodotto. L’obiettivo dell’EPD è fornire dati trasparenti e comparabili entro condizioni metodologiche coerenti. Una EPD può includere indicatori relativi al cambiamento climatico e ad altre categorie ambientali, ma non è, di per sé, un’etichetta che dichiara un prodotto migliore di un altro. Si tratta di una valutazione che comunica dati ambientali verificati secondo uno schema definito ed è molto utilizzata nel settore delle costruzioni, dove supporta valutazioni dell’impatto degli edifici e dei materiali e può essere utilizzata da progettisti, clienti e procurement per accedere a informazioni ambientali strutturate. La qualità del confronto dipende comunque dalla coerenza tra unità, confini e regole utilizzate. L’EPD è collegata a LCA e Product Carbon Footprint, ma contiene generalmente una gamma più ampia di indicatori ambientali.

ESG Data

Gli ESG Data sono le informazioni quantitative e qualitative utilizzate per rappresentare performance, impatti, rischi, opportunità e obiettivi ambientali, sociali e di governance. Possono comprendere consumi energetici, emissioni, rifiuti, infortuni, composizione del personale e dati sulla supply chain. I dati ESG provengono spesso da sistemi e funzioni aziendali molto differenti, per questo la loro raccolta può essere più complessa rispetto ai dati finanziari tradizionali e la qualità dipende da completezza, accuratezza, coerenza, tempestività e tracciabilità. Un dato ESG affidabile deve essere accompagnato da definizioni e metodologie chiare. La crescente regolamentazione aumenta l’importanza di controlli e responsabilità sul dato.

Tecnologie e piattaforme ESG possono automatizzare raccolta, validazione e consolidamento, il data lineage a sua volta permette di ricostruire origine e trasformazioni delle informazioni. In concreto gli ESG Data sono la materia prima del sustainability reporting, ma anche di risk management, carbon intelligence e decisioni strategiche.

ESG Rating

Con ESG Rating si intende una valutazione delle caratteristiche, performance, rischi o esposizioni ambientali, sociali e di governance di un’impresa o altro soggetto. Viene elaborato attraverso metodologie definite dal provider che produce il rating ovvero dalle ESG rating agency. Le informazioni possono provenire da reporting aziendale, fonti pubbliche, questionari e altri dataset. I rating ESG non sono necessariamente confrontabili tra loro perché possono utilizzare criteri, pesi e obiettivi differenti: un provider può concentrarsi maggiormente sui rischi finanziari ESG, un altro sugli impatti o sulle performance. Per queste ragioni è importante comprendere cosa misura concretamente ciascun rating. Investitori e istituzioni finanziarie possono utilizzarli come uno degli input nei processi di analisi, le imprese li osservano anche per comprendere come vengono valutate dal mercato. La qualità e trasparenza delle metodologie sono diventate un tema regolatorio rilevante: un rating non sostituisce l’analisi dettagliata dei dati e del contesto aziendale e va quindi interpretato come uno strumento sintetico che richiede conoscenza della metodologia sottostante.

ESG – Environmental, Social & Governance

ESG è l’acronimo di Environmental, Social and Governance e identifica tre grandi dimensioni utilizzate per analizzare la sostenibilità e la gestione responsabile delle organizzazioni.

La dimensione Environmental riguarda clima, energia, risorse, inquinamento, biodiversità ed economia circolare.

La dimensione Social comprende lavoratori, diritti umani, sicurezza, comunità e altri impatti sulle persone.

La Governance riguarda strutture decisionali, controlli, etica, responsabilità e gestione dei rischi.

ESG non indica un singolo standard o una singola metodologia. È piuttosto un quadro concettuale utilizzato in reporting, investimenti, risk management e strategia. Le informazioni ESG possono infatti essere quantitative e qualitative e la loro rilevanza varia in funzione del settore, del modello di business e della catena del valore. Negli ultimi anni l’ESG è passato da un ambito prevalentemente volontario a una materia sempre più regolamentata. In Europa questo cambiamento è visibile attraverso strumenti come CSRD, ESRS, Tassonomia e SFDR. Un approccio maturo integra i fattori ESG nelle decisioni aziendali anziché considerarli soltanto come elementi di comunicazione.

ESRS – European Sustainability Reporting Standards

Gli ESRS sono gli European Sustainability Reporting Standards, cioè gli standard europei per la rendicontazione di sostenibilità nell’ambito della CSRD. Definiscono struttura, principi e informazioni che le imprese soggette devono considerare nel reporting. Comprendono standard trasversali e standard dedicati a specifiche tematiche ambientali, sociali e di governance. Un elemento centrale è il principio della doppia materialità. Le imprese devono identificare impatti, rischi e opportunità rilevanti attraverso un processo strutturato: gli ESRS richiedono informazioni su governance, politiche, azioni, metriche e target. La catena del valore assume un ruolo importante perché molti impatti e rischi si trovano a monte o a valle delle attività dirette. Gli standard richiedono inoltre coerenza metodologica e tracciabilità dei dati e la loro applicazione spinge le organizzazioni a integrare sustainability reporting, risk management e sistemi informativi. Gli ESRS poi devono essere letti nel quadro normativo europeo vigente, che può essere oggetto di aggiornamenti e semplificazioni.

EU Taxonomy – Tassonomia europea

La Tassonomia europea è un sistema di classificazione sviluppato dall’Unione europea per identificare le attività economiche che possono essere considerate ambientalmente sostenibili secondo criteri definiti. Il framework stabilisce obiettivi ambientali e criteri tecnici per determinate attività e per essere qualificata secondo la Tassonomia, un’attività deve soddisfare condizioni specifiche previste dalla normativa stessa. Tra queste rientrano il contributo sostanziale a uno o più obiettivi ambientali e il rispetto del principio DNSH. Sono inoltre previsti requisiti relativi alle garanzie minime di salvaguardia. La Tassonomia infatti non è semplicemente un elenco generico di attività considerate verdi, ma richiede verifiche tecniche rispetto a criteri puntuali ed è utilizzata nel sistema europeo della finanza sostenibile e nelle disclosure di imprese e operatori finanziari. Di tratto la Tassonomia europea può aiutare investitori e aziende a utilizzare un linguaggio comune per classificare determinate attività sostenibili, la sua applicazione richiede dati tecnici, economici e ambientali ed è strettamente collegata a CSRD, SFDR e più in generale alla strategia europea per orientare capitali verso la transizione.

GHG Protocol – Greenhouse Gas Protocol

Il GHG Protocol è uno dei framework internazionali più utilizzati per misurare e rendicontare le emissioni di gas a effetto serra. È noto soprattutto per la classificazione delle emissioni aziendali in Scope 1, Scope 2 e Scope 3. Lo Scope 1 comprende le emissioni dirette provenienti da fonti possedute o controllate. Lo Scope 2 riguarda le emissioni indirette associate all’energia acquistata. Lo Scope 3 comprende le altre emissioni indirette lungo la catena del valore.

Il framework GHG Protocol fornisce principi e criteri per definire confini organizzativi e operativi, aiuta a costruire inventari coerenti e trasparenti ed è utilizzato da imprese, istituzioni e programmi di reporting in tutto il mondo. Il GHG Protocol comprende anche standard e linee guida dedicate a specifici ambiti, tra cui prodotti e catena del valore. Costituisce una base metodologica per carbon accounting e strategie di decarbonizzazione. La sua evoluzione poi è particolarmente importante perché influenza il modo in cui aziende e mercati misurano e confrontano le emissioni.

GHG – Greenhouse Gases

GHG significa Greenhouse Gases, cioè gas a effetto serra. Si tratta di gas presenti nell’atmosfera capaci di trattenere parte della radiazione infrarossa e contribuire all’effetto serra. Tra quelli rilevanti per il carbon accounting figurano anidride carbonica, metano e protossido di azoto, oltre ad altri gas fluorurati. Le diverse sostanze hanno capacità e permanenza atmosferica differenti, per confrontarne l’effetto climatico vengono convertite in CO2 equivalente. Le attività umane hanno aumentato significativamente le concentrazioni di diversi gas serra, combustione di fonti fossili, processi industriali, agricoltura e cambiamenti nell’uso del suolo sono importanti fonti emissive. Da sottolineare che la misurazione dei GHG costituisce la base delle strategie di mitigazione climatica. Le imprese li contabilizzano attraverso inventari organizzativi o di prodotto e la riduzione delle emissioni GHG è al centro di decarbonizzazione e obiettivi Net Zero.

Greenwashing

Si parla di greenwashing nel momento in cui una comunicazione o rappresentazione ambientale può far apparire un’impresa, prodotto o attività più sostenibile di quanto sia supportato dalle evidenze. Il greenwashing può derivare da affermazioni vaghe, selettive, non verificabili o prive di un contesto adeguato. Un esempio in questo senso è nell’enfasi di un singolo beneficio ambientale ignorando impatti molto più rilevanti. Oppure può riguardare pubblicità, packaging, report, siti web e comunicazione corporate. Il problema è importante perché la crescente domanda di prodotti sostenibili aumenta il valore commerciale delle dichiarazioni ambientali. Informazioni poco trasparenti possono compromettere la fiducia di consumatori e investitori. E per ridurre questo rischio servono dati verificabili, metodologie chiare e claim proporzionati alle evidenze disponibili. LCA, EPD e Product Carbon Footprint possono supportare alcune dichiarazioni, ma devono essere utilizzati correttamente. Anche la governance interna della comunicazione ESG è fondamentale perché il contrasto al greenwashing sta diventando un tema sempre più rilevante nella regolamentazione europea e nella tutela dei consumatori.

GRI – Global Reporting Initiative

La Global Reporting Initiative è un’organizzazione internazionale che sviluppa standard per la rendicontazione degli impatti delle organizzazioni sull’economia, sull’ambiente e sulle persone. I GRI Standards sono tra i framework di sustainability reporting più diffusi a livello globale. Il loro approccio pone particolare attenzione agli impatti dell’organizzazione e alle esigenze informative degli stakeholder. Gli standard comprendono requisiti generali, standard settoriali e standard tematici e possono essere utilizzati da organizzazioni di dimensioni e settori differenti.

Il reporting GRI richiede di identificare i temi materiali sulla base degli impatti significativi. Le informazioni possono riguardare clima, biodiversità, lavoro, diritti umani e numerosi altri temi. Il GRI ha peraltro contribuito alla diffusione di un linguaggio comune per la rendicontazione di sostenibilità ed è strutturato attorno ai framework focalizzati principalmente sulla materialità finanziaria per gli investitori. Nel panorama attuale è importante comprendere le relazioni e l’interoperabilità tra GRI, ESRS e altri standard internazionali.

Hard-to-Abate

Con Hard-to-Abate si indicano quei settori industriali nei quali la riduzione delle emissioni di gas serra è particolarmente complessa, per ragioni tecnologiche, economiche o legate ai processi produttivi. Rientrano generalmente in questa categoria comparti come acciaio, cemento, chimica, trasporto marittimo e aviazione. In molti casi le emissioni non derivano soltanto dall’energia utilizzata, ma sono intrinseche ai processi industriali o richiedono temperature molto elevate difficili da elettrificare. La loro decarbonizzazione richiede quindi soluzioni come idrogeno low-carbon e rinnovabile, elettrificazione, nuovi materiali, combustibili alternativi, efficienza energetica e tecnologie CCUS. I settori Hard-to-Abate rappresentano una delle sfide centrali per raggiungere gli obiettivi Net Zero, perché necessitano spesso di innovazioni tecnologiche, infrastrutture dedicate e investimenti rilevanti.

IFRS S1

IFRS S1 è lo standard dell’ISSB dedicato ai requisiti generali per la disclosure delle informazioni finanziarie relative alla sostenibilità. È stato sviluppato per fornire agli investitori informazioni utili sui rischi e sulle opportunità di sostenibilità che possono influire sulle prospettive dell’impresa.

Lo standard adotta una prospettiva orientata alla materialità finanziaria. Richiede informazioni relative a governance, strategia, gestione dei rischi, metriche e obiettivi con un framework progettato per creare una baseline globale di disclosure di sostenibilità per i mercati dei capitali. IFRS S1 deve essere letto insieme agli altri standard ISSB applicabili, la sua struttura facilita il collegamento tra informazioni di sostenibilità e reporting finanziario e le imprese devono considerare come rischi e opportunità possano influenzare performance, posizione finanziaria e accesso alle risorse. Lo standard mira ad aumentare comparabilità e qualità delle informazioni disponibili agli investitori. La sua adozione concreta dipende dalle decisioni delle diverse giurisdizioni e dai relativi meccanismi normativi.

IFRS S2 – Climate-related Disclosures

IFRS S2 è lo standard ISSB specificamente dedicato alle disclosure relative al clima. Richiede informazioni sui rischi e sulle opportunità climatiche che possono influenzare le prospettive dell’impresa e distingue tra rischi fisici e rischi di transizione.

La struttura considera governance, strategia, gestione dei rischi, metriche e target. Lo standard incorpora l’impostazione sviluppata dalla TCFD e le imprese devono spiegare come le questioni climatiche vengono integrate nei processi decisionali e nella gestione del rischio. Particolare attenzione è dedicata alle metriche climatiche e alle emissioni di gas serra. L’analisi di scenario può essere utilizzata per valutare la resilienza della strategia rispetto a differenti futuri climatici. IFRS S2 mira a fornire informazioni comparabili e utili agli investitori è parte della baseline globale sviluppata dall’ISSB e la sua applicazione effettiva dipende dall’adozione nelle diverse giurisdizioni.

ISO – International Organization for Standardization

ISO è l’International Organization for Standardization, organizzazione internazionale che sviluppa standard volontari applicabili a numerosi settori. Nell’ambito della sostenibilità esistono diversi standard ISO rilevanti. ISO 14001 riguarda i sistemi di gestione ambientale. La famiglia ISO 14064 è collegata alla quantificazione e verifica dei gas a effetto serra. ISO 14067 è dedicata alla carbon footprint dei prodotti. ISO 14040 e ISO 14044 definiscono principi e requisiti fondamentali per il Life Cycle Assessment.

Gli standard ISO aiutano le organizzazioni a utilizzare metodologie e processi riconosciuti internazionalmente. Possono supportare comparabilità, qualità e verificabilità delle informazioni. Non tutti gli standard però comportano automaticamente una certificazione: dipende dal singolo standard e dall’uso previsto. Nel contesto ESG, ISO offre quindi una base tecnica importante per sistemi di gestione, misurazioni ambientali e valutazioni di ciclo di vita.

ISSB – International Sustainability Standards Board

L’International Sustainability Standards Board è l’organismo della IFRS Foundation incaricato di sviluppare standard globali per la disclosure finanziaria relativa alla sostenibilità. È stato creato per rispondere alla necessità di informazioni più comparabili per gli investitori con un approccio focalizzato sui rischi e sulle opportunità di sostenibilità rilevanti per le prospettive dell’impresa.

I primi standard principali sono IFRS S1 e IFRS S2. IFRS S1 riguarda i requisiti generali di disclosure di sostenibilità. IFRS S2 è dedicato specificamente alle questioni climatiche. L’ISSB ha inoltre consolidato nel proprio ecosistema iniziative e framework precedenti, compresi gli standard SASB. Le raccomandazioni TCFD sono state incorporate nel quadro ISSB con l’obiettivo di costruire una baseline globale che possa essere adottata o integrata dalle diverse giurisdizioni. L’ISSB è quindi un riferimento centrale per comprendere l’evoluzione internazionale del sustainability reporting orientato ai mercati finanziari.

LCA – Life Cycle Assessment

Il Life Cycle Assessment è una metodologia utilizzata per valutare gli impatti ambientali associati al ciclo di vita di un prodotto, processo o servizio. L’analisi può comprendere estrazione delle materie prime, produzione, trasporto, utilizzo e fine vita con l’obiettivo è evitare valutazioni limitate a una sola fase che potrebbero spostare gli impatti altrove. Una LCA richiede la definizione di obiettivo, campo di applicazione, unità funzionale e confini del sistema. A questo segue la costruzione dell’inventario dei flussi di materia ed energia, i dati vengono poi tradotti in categorie di impatto attraverso specifiche metodologie. Il cambiamento climatico ad esempio è una delle categorie, ma una LCA può analizzare anche altri impatti ambientali. Per questo è più ampia di un Product Carbon Footprint, che si concentra sulle emissioni climatiche. La LCA supporta poi ecodesign, EPD, confronto tra alternative e strategie di economia circolare.

Low Carbon Materials

I Low Carbon Materials sono materiali caratterizzati da un’impronta carbonica inferiore rispetto ad alternative convenzionali comparabili, considerando un perimetro e una metodologia definiti. La riduzione può derivare da processi produttivi più efficienti o da energia a minore intensità emissiva, ma può dipendere anche dall’utilizzo di materie prime riciclate o da tecnologie industriali innovative. Acciaio, cemento, alluminio, vetro e altri materiali sono sempre più oggetto di strategie low carbon. Il vantaggio climatico deve essere misurato attraverso dati affidabili e confronti metodologicamente coerenti. Product Carbon Footprint, LCA ed EPD possono fornire informazioni utili. I materiali rappresentano spesso carbon hotspot importanti nei prodotti e negli edifici. La loro sostituzione può quindi ridurre significativamente l’embodied carbon. Il procurement può integrare l’intensità carbonica tra i criteri di selezione dei fornitori e nella carbon intelligence, i Low Carbon Materials diventano una leva concreta attraverso cui trasformare l’analisi delle emissioni in decisioni di decarbonizzazione.

Nature Positive

Nature Positive è un concetto che esprime l’ambizione di arrestare e invertire la perdita di natura, contribuendo al recupero di biodiversità ed ecosistemi. Non indica semplicemente la riduzione di un singolo impatto ambientale, ma richiede una visione più ampia delle pressioni esercitate su habitat, specie, acqua, suolo e risorse naturali.

Per le imprese Nature positive significa comprendere dipendenze e impatti sulla natura lungo attività e catene del valore. La prima priorità dovrebbe essere evitare e ridurre gli impatti negativi. Successivamente possono essere considerate azioni di ripristino e rigenerazione. Il concetto è poi collegato agli obiettivi globali sulla biodiversità e alla crescente attenzione finanziaria verso i rischi nature-related. TNFD offre un framework per analizzare e comunicare dipendenze, impatti, rischi e opportunità legati alla natura. Nature Positive in questo senso non dispone di una singola metrica universale equivalente alla CO2e, per questo servono indicatori multipli e analisi territoriali e per le aziende rappresenta un’evoluzione dalla semplice gestione degli impatti verso strategie che puntano a contribuire al recupero degli ecosistemi.

NBS – Nature-based Solutions

Le Nature-based Solutions sono interventi che utilizzano o rafforzano processi naturali per affrontare sfide ambientali e sociali generando contemporaneamente benefici per ecosistemi e biodiversità. Le Nature-based solution o i servizi ecosistemici possono riguardare protezione, gestione sostenibile e ripristino di ecosistemi naturali o modificati. Tra gli esempi si possono citare la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, le foreste periurbane, le infrastrutture verdi urbane, i rifugi climatici e il ripristino di zone umide. Le Nature-based solutions possono contribuire all’adattamento climatico riducendo rischi di alluvione, calore e dissesto, alcune soluzioni possono inoltre contribuire alla mitigazione attraverso assorbimento e stoccaggio del carbonio. Il valore delle NBS non si limita però al clima. Possono migliorare biodiversità, qualità dell’acqua, suolo e benessere delle comunità.

Net Zero

Con Net Zero si indica una condizione nella quale le emissioni antropogeniche residue di gas serra vengono bilanciate da rimozioni, dopo aver perseguito profonde riduzioni delle emissioni. Il concetto non deve essere confuso con l’idea di continuare a emettere senza limiti compensando tutto attraverso crediti. Una strategia credibile parte dalla misurazione dell’inventario emissivo, successivamente richiede obiettivi di riduzione coerenti e interventi concreti di decarbonizzazione.

Le emissioni residue dovrebbero riguardare fonti difficili da eliminare, il loro trattamento deve essere coerente con il framework Net Zero utilizzato: a livello aziendale la strategia può coinvolgere Scope 1, Scope 2 e Scope 3. Questo rende fondamentale il coinvolgimento della supply chain e azioni come efficienza, elettrificazione, rinnovabili, materiali low carbon e innovazione dei processi sono alcune delle principali leve.

PCF – Product Carbon Footprint

Il Product Carbon Footprint misura le emissioni di gas a effetto serra associate a uno specifico prodotto nel perimetro del ciclo di vita considerato. Il risultato viene normalmente espresso in CO2 equivalente rispetto a un’unità di prodotto o funzionale. Il calcolo può comprendere materie prime, produzione, energia, trasporti, utilizzo e fine vita. E il perimetro può essere cradle-to-gate oppure più ampio, come cradle-to-grave. La definizione dei confini è fondamentale per interpretare correttamente il risultato in quanto il PCF utilizza dati di attività e fattori di emissione, integrando quando possibile dati primari specifici. Il PCF permette di individuare carbon hotspot e consente di capire quali componenti incidono maggiormente sull’impronta. Per questo può supportare ecodesign, procurement e confronto tra alternative low carbon. Dal punto di vista gestionale i dati PCF dei fornitori possono alimentare il calcolo delle emissioni della catena del valore dei clienti e nella carbon intelligence il PCF diventa una variabile decisionale che collega carbonio, prodotto, costi, materiali e supply chain.

Physical Risk – Rischio fisico climatico

Il rischio fisico climatico deriva dagli effetti diretti del cambiamento climatico su persone, asset, attività economiche e territori. Può essere distinto in rischio acuto e rischio cronico. I rischi acuti comprendono eventi come alluvioni, incendi, tempeste e ondate di calore estreme. I rischi cronici derivano invece da cambiamenti progressivi come aumento delle temperature, innalzamento del livello del mare e siccità persistente. Per le imprese gli impatti possono riguardare stabilimenti, infrastrutture, lavoratori e supply chain, possono generare interruzioni operative, maggiori costi, danni agli asset e riduzione della produttività. La valutazione richiede di combinare dati climatici con informazioni sulla localizzazione e vulnerabilità degli asset. Gli scenari aiutano a comprendere come il rischio possa evolvere nel tempo. Il rischio fisico è una delle due grandi componenti del climate risk, insieme al rischio di transizione. La sua gestione è alla base delle strategie di adattamento climatico e resilienza aziendale.

SASB – Sustainability Accounting Standards Board

Gli standard SASB sono standard settoriali progettati per identificare informazioni di sostenibilità potenzialmente rilevanti per gli investitori. Sono stati sviluppati originariamente dal Sustainability Accounting Standards Board e la loro caratteristica principale è l’approccio industry-specific. Settori differenti presentano infatti rischi, opportunità e metriche di sostenibilità differenti: gli standard aiutano le imprese a individuare temi e indicatori che possono essere finanziariamente rilevanti nel proprio settore.

Oggi gli standard SASB fanno parte dell’ecosistema della IFRS Foundation e sono mantenuti nell’ambito del lavoro dell’ISSB. Possono essere utilizzati come fonte di guidance nell’applicazione degli standard ISSB secondo le regole previste. Il loro focus è differente da quello di framework orientati principalmente agli impatti su persone e ambiente e sono importanti per comprendere la prospettiva della materialità finanziaria.

SBTi – Science Based Targets initiative

La Science Based Targets initiative sviluppa criteri, metodologie e strumenti per aiutare le imprese a definire obiettivi di riduzione delle emissioni coerenti con la scienza climatica. L’obiettivo è superare target arbitrari o esclusivamente reputazionali.

Le aziende devono partire da un inventario delle emissioni sufficientemente robusto. I target vengono valutati rispetto ai criteri e alle metodologie applicabili e la SBTi distingue tra obiettivi di riduzione nel breve periodo e percorsi di lungo termine verso il Net Zero. La catena del valore assume particolare importanza quando lo Scope 3 rappresenta una quota rilevante delle emissioni. La definizione del target deve quindi essere accompagnata da una strategia concreta di decarbonizzazione. Procurement, energia, processi industriali e progettazione possono diventare leve operative, la validazione di un target non equivale automaticamente al suo raggiungimento, è necessario monitorare nel tempo i progressi e aggiornare le strategie. SBTi è diventata un riferimento importante nel dibattito sugli obiettivi climatici corporate.

Scope 1, 2 e 3 – GHG Emission Scopes

Scope 1, Scope 2 e Scope 3 sono le tre categorie utilizzate dal GHG Protocol per classificare le emissioni di gas serra di un’organizzazione.

Lo Scope 1 comprende le emissioni dirette da fonti possedute o controllate dall’impresa. Possono derivare, per esempio, dalla combustione di combustibili o da specifici processi industriali.

Lo Scope 2 riguarda le emissioni indirette associate alla produzione dell’energia acquistata e consumata dall’organizzazione.

Lo Scope 3 comprende le altre emissioni indirette generate lungo la catena del valore. Questa classificazione evita di trattare tutte le emissioni come se avessero la stessa origine e lo stesso livello di controllo, permette di costruire inventari più strutturati e identificare responsabilità e leve di intervento.

La distinzione è fondamentale per carbon accounting, reporting climatico e obiettivi di decarbonizzazione. Comprendere i tre Scope aiuta anche a distinguere le emissioni operative dirette da quelle incorporate in acquisti, prodotti e servizi.

Scope 3 – Value Chain Emissions

Lo Scope 3 comprende le emissioni indirette della catena del valore che non rientrano nello Scope 2. Ovvero può includere emissioni generate a monte e a valle delle attività dell’impresa. Tra le fonti a monte possono figurare beni e servizi acquistati, beni capitali, trasporti e viaggi di lavoro, mentre a valle possono essere rilevanti distribuzione, utilizzo dei prodotti venduti e fine vita.

Il GHG Protocol suddivide lo Scope 3 in specifiche categorie per facilitare la contabilizzazione. In molti settori rappresenta la maggior parte della carbon footprint aziendale ed è anche la componente più complessa da misurare perché richiede informazioni provenienti da soggetti esterni. In assenza di dati primari vengono spesso utilizzati fattori medi e stime e l’aumento della disponibilità di Product Carbon Footprint dei fornitori può migliorare la qualità del calcolo. Ridurre lo Scope 3 richiede collaborazione con supply chain, procurement, progettazione e clienti. Per questo rappresenta uno degli ambiti in cui carbon intelligence e scambio digitale dei dati possono generare maggiore valore.

SDGs – Sustainable Development Goals

Gli Sustainable Development Goals sono i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Sono stati adottati nel 2015 come quadro globale per affrontare sfide economiche, sociali e ambientali e definiscono obiettivi che riguardano temi come povertà, salute, istruzione, uguaglianza, energia, clima, biodiversità e istituzioni. Ogni Goal è articolato in target specifici.

Gli SDGs sono rivolti ai governi, ma hanno influenzato anche strategie e reporting delle imprese, molte organizzazioni utilizzano gli obiettivi per collegare iniziative aziendali a priorità globali di sviluppo sostenibile. Va detto che il collegamento deve però essere sostanziale e non limitarsi all’associazione grafica con i simboli dei Goal. È importante identificare dove l’impresa genera impatti positivi e negativi. Gli SDGs non sostituiscono standard di reporting o metodologie di misurazione, ma rappresentano piuttosto un quadro di riferimento generale che aiuta a collocare le strategie ESG in una prospettiva economica, sociale e ambientale globale.

SFDR – Sustainable Finance Disclosure Regulation

SFDR è il regolamento europeo sulla disclosure di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari. È stato introdotto per aumentare la trasparenza sulle modalità con cui gli operatori finanziari considerano i fattori di sostenibilità. Il framework riguarda informazioni a livello di soggetto e di prodotto finanziario secondo le disposizioni applicabili. L’obiettivo è consentire agli investitori di comprendere meglio caratteristiche e approcci di sostenibilità dei prodotti.

SFDR ha avuto un ruolo importante nello sviluppo del mercato europeo della finanza sostenibile, è collegato ad altri elementi del quadro europeo, tra cui la Tassonomia e per la sua applicazione richiede dati ESG provenienti dalle imprese partecipate e da altre fonti. Questo crea una relazione diretta tra qualità del corporate sustainability reporting e disclosure finanziaria. Le classificazioni e gli obblighi previsti dalla normativa non devono essere interpretati semplicemente come etichette commerciali di sostenibilità: il quadro è oggetto di evoluzione normativa e per applicazioni operative è necessario verificare le disposizioni vigenti. SFDR mostra infatti come la sostenibilità sia diventata parte integrante della trasparenza richiesta ai mercati finanziari.

Sustainability Assurance

La sustainability assurance è l’attività di verifica indipendente delle informazioni di sostenibilità e dei processi utilizzati per produrle. Ha l’obiettivo di aumentare l’affidabilità delle informazioni comunicate agli stakeholder. L’assurance può riguardare metriche ambientali, sociali, climatiche e altre disclosure ESG: il verificatore analizza evidenze, processi, metodologie e controlli interni.

Un elemento fondamentale è la possibilità di ricostruire l’origine e le trasformazioni dei dati, per questo data lineage e governance del dato diventano particolarmente importanti. L’assurance può avere livelli e caratteristiche differenti in funzione dello standard e del quadro normativo applicabile. In Europa la rendicontazione di sostenibilità prevista dalla CSRD è collegata a requisiti di assurance. Questo spinge le imprese a rafforzare sistemi di controllo precedentemente meno strutturati rispetto a quelli finanziari. L’assurance non elimina però automaticamente ogni possibile errore, ma aumenta il livello di fiducia attraverso procedure indipendenti, rappresenta quindi un passaggio importante verso una maggiore maturità del sustainability reporting.

TCFD – Task Force on Climate-related Financial Disclosures

La Task Force on Climate-related Financial Disclosures è stata un’iniziativa internazionale che ha sviluppato raccomandazioni per la disclosure finanziaria relativa al clima. Il framework era organizzato attorno a quattro pilastri: governance, strategia, risk management, metriche e target. Ha contribuito in modo decisivo a portare il rischio climatico all’interno del linguaggio della finanza e della governance aziendale, le raccomandazioni distinguevano tra rischi fisici e rischi di transizione, promuovevano inoltre l’utilizzo dell’analisi di scenario per valutare la resilienza delle strategie.

La TCFD ha influenzato regolatori, investitori e framework di reporting in numerosi Paesi, il suo lavoro è stato successivamente incorporato nel quadro degli standard ISSB, in particolare IFRS S2.

La Task Force ha quindi concluso i propri lavori dopo aver svolto il ruolo di catalizzatore della disclosure climatica globale. Il termine TCFD rimane comunque molto presente nei documenti e nelle strategie aziendali sviluppate negli anni precedenti.

TNFD – Taskforce on Nature-related Financial Disclosures

La Taskforce on Nature-related Financial Disclosures ha sviluppato un framework per aiutare le organizzazioni a identificare, valutare e comunicare questioni collegate alla natura. Il modello considera dipendenze, impatti, rischi e opportunità nature-related. L’obiettivo è portare biodiversità ed ecosistemi all’interno dei processi di governance, strategia e risk management. La natura presenta però caratteristiche differenti dal clima. Gli impatti sono spesso fortemente dipendenti dalla localizzazione geografica e dal tipo di ecosistema, non esiste inoltre una singola metrica equivalente alla CO2e capace di sintetizzare tutte le dimensioni della biodiversità.

TNFD propone quindi un approccio basato su più informazioni e indicatori. Il framework aiuta le imprese a comprendere dove le proprie attività dipendono da servizi ecosistemici. Permette anche di identificare pressioni esercitate direttamente o attraverso la supply chain ed è strettamente collegato ai concetti di Nature Positive e gestione dei rischi legati alla biodiversità. La sua diffusione riflette la crescente attenzione del sistema finanziario alla perdita di natura come possibile fonte di rischio economico.

Transition Risk – Rischio di transizione

Il rischio di transizione deriva dai cambiamenti economici, normativi, tecnologici e di mercato associati al passaggio verso un’economia a basse emissioni. È una delle due grandi categorie del rischio climatico, insieme al rischio fisico. Nuove politiche sul carbonio possono modificare i costi di produzione e il valore di determinati asset. Innovazioni tecnologiche possono rendere meno competitive soluzioni ad alta intensità emissiva. Anche consumatori e clienti possono spostare la domanda verso prodotti low carbon e le imprese possono quindi trovarsi esposte a rischi di mercato, reputazione, regolamentazione e obsolescenza tecnologica. Allo stesso tempo la transizione genera opportunità per nuovi prodotti, servizi e modelli di business, la valutazione richiede di comprendere come diversi scenari di decarbonizzazione possano influenzare l’organizzazione. Settori carbon intensive sono generalmente più esposti, ma gli effetti possono propagarsi lungo le supply chain e integrare il rischio di transizione nella strategia permette di anticipare investimenti e cambiamenti di mercato. La carbon intelligence può supportare questa analisi collegando emissioni, costi, tecnologie e scenari.

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