Il percorso verso la maturità di un fenomeno o di un mercato è sempre punteggiato dall’introduzione di elementi che permettono di consolidare la conoscenza acquisita per procedere oltre verso obiettivi più importanti. Nei processi di decarbonizzazione questo percorso è ben rappresentato dal passaggio dalla Carbon footprint alla Product Carbon Footprint come elemento chiave di una strategia di Carbon intelligence aziendale. Per affrontare in modo adeguata la nuova fase dell’ESG e della trasformazione sostenibile delle imprese è dunque importante entrare nel merito della Product Carbon Footprint.
Che cos’è e cosa si intende per Product Carbon Footprint?
Il Product Carbon Footprint (PCF), o impronta carbonica di prodotto, misura la quantità di emissioni di gas a effetto serra attribuibili a uno specifico prodotto o servizio, espressa normalmente in CO₂ equivalente (CO₂e) rispetto a una determinata unità di riferimento.
Il principio prevede di stabilire quanto un prodotto contribuisce al cambiamento climatico considerando le emissioni generate nelle diverse fasi del suo ciclo di vita.
La definizione è particolarmente importante perché sposta l’analisi dal livello complessivo dell’organizzazione a quello del singolo prodotto. Non si misura quindi soltanto quanto emette un’impresa, ma quanto carbonio è associato alla produzione di una tonnellata di acciaio, di una bottiglia, di un componente elettronico, di un alimento o di qualsiasi altro bene.
La ISO 14067:2018, standard internazionale dedicato alla carbon footprint dei prodotti, definisce principi, requisiti e linee guida per quantificare e rendicontare il PCF in maniera coerente con le metodologie Life Cycle Assessment previste dalle ISO 14040 e ISO 14044. Lo standard considera specificamente la categoria di impatto relativa al cambiamento climatico.
PCF e carbon footprint aziendale: quali sono le principali differenze?
Più si procede nella direzione di una misurazione precisa della carbon footprint di prodotto più è importante distinguere il valore della Product Carbon Footprint dalla Corporate Carbon Footprint, che misura invece le emissioni associate all’attività complessiva di un’organizzazione.
Nel caso della Corporate Carbon Footprint si misurano le emissioni associate all’attività complessiva di un’organizzazione e il perimetro comprende l’impresa e tutte le sue attività, con la tradizionale classificazione delle emissioni in Scope 1, Scope 2 e Scope 3. Nel caso del PCF il punto di osservazione cambia: al centro viene collocato il prodotto e vengono ricostruite le emissioni attribuibili al suo ciclo di vita.
Un’azienda può quindi avere un inventario delle emissioni corporate e, contemporaneamente, calcolare PCF differenti per i diversi prodotti che realizza. Questa granularità consente di capire quali prodotti presentano una maggiore intensità carbonica e quali fasi della loro produzione generano più emissioni.
Qual è la relazione tra PCF e LCA?
La Product Carbon Footprint PCF è strettamente collegato al Life Cycle Assessment LCA. L’LCA considera una pluralità di potenziali impatti ambientali associati al ciclo di vita di un prodotto. Il PCF si concentra invece su una sola categoria: il cambiamento climatico e le emissioni di gas serra che vi contribuiscono. La ISO 14067 chiarisce espressamente questa focalizzazione.
Un’altra metodologia rilevante è il Product Environmental Footprint (PEF) sviluppato dalla Commissione europea. Anche il PEF è basato sul Life Cycle Assessment, ma analizza più categorie di impatto ambientale e prende in considerazione l’intero ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime fino alla gestione dei rifiuti.
Il PCF può quindi essere considerato una lente specifica: concentra l’analisi sulla dimensione climatica del prodotto.
Quali emissioni entrano nel Product Carbon Footprint?
Per determinare il PCF occorre innanzitutto stabilire con precisione i confini del sistema. In funzione della metodologia e dell’obiettivo dell’analisi possono essere considerate le emissioni derivanti dall’estrazione e produzione delle materie prime, dai processi industriali, dall’energia utilizzata negli stabilimenti, dai trasporti, dal packaging, dalla distribuzione, dall’utilizzo del prodotto e dalla sua gestione a fine vita.
Questo significa che l’impronta carbonica di un prodotto non coincide necessariamente con le sole emissioni generate all’interno dello stabilimento che lo produce.
Una parte significativa della carbon footprint può trovarsi a monte o a valle della fabbrica, ad esempio nelle materie prime acquistate, nella produzione dei componenti o nella fase di utilizzo.
Cosa significa cradle-to-gate e cradle-to-grave?
Uno degli elementi fondamentali del PCF è quindi la definizione del perimetro. Un’analisi cradle-to-gate, letteralmente “dalla culla al cancello”, considera le emissioni generate dall’estrazione e produzione delle materie prime fino al momento in cui il prodotto lascia lo stabilimento.
Il modello cradle-to-grave, “dalla culla alla tomba”, estende invece il perimetro alle fasi successive, comprendendo, in funzione dello studio, distribuzione, utilizzo e fine vita. Esistono inoltre PCF parziali, ammessi dalla ISO 14067 purché il perimetro venga definito in maniera trasparente.
La scelta è fondamentale: due PCF costruiti con confini differenti non possono essere confrontati automaticamente.
Come si calcola il Product Carbon Footprint?
Il calcolo parte dalla definizione del prodotto analizzato e dell’unità rispetto alla quale esprimere l’impronta. Può trattarsi, ad esempio, di un chilogrammo di prodotto, una tonnellata di materiale, un litro di bevanda oppure un singolo componente.
Una volta stabiliti obiettivo, unità e confini del sistema, occorre ricostruire i processi coinvolti nel ciclo di vita considerato e raccogliere i relativi dati di attività.
Dai dati di attività alla CO₂ equivalente
Il principio di calcolo può essere sintetizzato nella relazione: Dato di attività × fattore di emissione = emissioni di CO₂e
Se, per esempio, per produrre un determinato bene vengono consumati 100 kWh di energia elettrica, il consumo viene associato al fattore di emissione appropriato per determinare le emissioni corrispondenti. Lo stesso procedimento può essere applicato a combustibili, materiali, trasporti e alle altre attività incluse nel perimetro.
Il risultato finale non considera soltanto la CO₂. I diversi gas serra vengono ricondotti alla CO₂ equivalente, in modo da poter esprimere il loro contributo al cambiamento climatico attraverso una misura comune.

Il ruolo di primary data e secondary data
Un aspetto fondamentale del PCF riguarda il tema della qualità dei dati utilizzati dalla quale dipende la qualità del Product Carbon Footprint.
In questo senso un ruolo chiave è svolto dai primary data, ovvero da informazioni specifiche provenienti direttamente dai processi analizzati o dai soggetti della supply chain. Possono comprendere consumi energetici effettivi, quantità di combustibili utilizzati, materiali realmente impiegati e informazioni specifiche fornite dai supplier.
Ai primary data vanno poi aggiunti i secondary data che derivano invece da database, fattori medi, studi settoriali o altre fonti utilizzate quando non sono disponibili informazioni primarie sufficientemente dettagliate.
La tendenza è aumentare progressivamente la disponibilità di dati primari specifici di prodotto e di fornitore, soprattutto per le componenti che contribuiscono maggiormente alla carbon footprint.
Che ruolo svolge la supply chain nel calcolo del PCF?
È proprio la catena di fornitura a rappresentare uno degli aspetti più complessi del Product Carbon Footprint. Nel caso di un produttore che acquista un componente, nel momento in cui deve calcolare con precisione il PCF del proprio prodotto finale deve essere nella condizione di conoscere anche le emissioni incorporate nel componente acquistato.
Il suo fornitore, a sua volta, dovrebbe raccogliere informazioni dai propri supplier.
La catena del dato carbonico
Si crea così una vera catena del dato carbonico che può attraversare numerosi livelli della supply chain. Per questa ragione stannodiventando sempre più importanti metodologie e infrastrutture capaci di standardizzare non soltanto il calcolo, ma anche lo scambio digitale dei PCF tra imprese.
Che ruolo svolge la PACT nello scambio dei dati PCF?
Un esempio significativo in relazione allo scambio dei dati è rappresentato dalla Partnership for Carbon Transparency (PACT) promossa dal World Business Council for Sustainable Development.
La metodologia PACT fornisce un framework armonizzato per il calcolo e lo scambio di Product Carbon Footprint cradle-to-gate. La versione 3 rafforza, tra gli altri aspetti, le indicazioni su elettricità, emissioni e rimozioni legate al settore terrestre e verifica dell’affidabilità dei dati.
L’obiettivo è consentire alle aziende di scambiarsi dati emissivi di prodotto accurati, comparabili e verificabili lungo le catene del valore.
Il modello sta assumendo dimensioni significative: secondo WBCSD, PACT coinvolge oltre 5.000 aziende, più di 4 milioni di PCF sono stati calcolati e oltre 48 software provider hanno adottato la sua infrastruttura tecnologica.
Per quali ragioni il PCF diventa a tutti gli effetti un dato digitale?
L’evoluzione più interessante relativa al PCF riguarda proprio la digitalizzazione. Le specifiche tecniche PACT definiscono un data model e un protocollo per lo scambio interoperabile dei Product Carbon Footprint tra sistemi informatici differenti. Questo significa passare progressivamente da PCF contenuti in PDF, fogli Excel o questionari inviati ai fornitori a informazioni strutturate che possono essere trasferite direttamente tra piattaforme. Il PCF può così accompagnare digitalmente il prodotto lungo la supply chain.
Cosa sono i carbon hotspot e perché sono importanti per il Product Carbon Footprint?
Uno dei vantaggi più importanti del PCF è la possibilità di individuare i carbon hotspot.
Il carbon hotspot rappresenta un’attività, processo, materiale, prodotto o fase della supply chain che genera una quota particolarmente significativa delle emissioni complessive di gas serra associate a un’organizzazione o a un prodotto. Individuare i carbon hotspot permette di capire dove si concentra maggiormente l’impronta carbonica e, quindi, dove gli interventi di decarbonizzazione possono produrre i risultati più rilevanti.
Nel Product Carbon Footprint, ad esempio, un hotspot può essere rappresentato dalla produzione di una materia prima, dall’energia utilizzata nello stabilimento, dal trasporto o dalla fase di utilizzo del prodotto. L’analisi degli hotspot consente alle imprese di stabilire priorità, indirizzare gli investimenti e confrontare soluzioni alternative, evitando di concentrare risorse su attività che incidono marginalmente sulle emissioni. Nella carbon intelligence, i carbon hotspot rappresentano quindi il punto di partenza per trasformare la misurazione delle emissioni in azioni concrete di riduzione e decarbonizzazione. Leggi a questo proposito il servizio su carbon intelligence e Context Labs.
Un’impresa può scoprire, ad esempio, che la maggior parte delle emissioni di un prodotto non deriva dalla propria fabbrica, ma dalle materie prime acquistate. In questo caso, intervenire esclusivamente sull’efficienza energetica dello stabilimento avrebbe un effetto limitato sul PCF complessivo. Potrebbe risultare più efficace modificare un materiale, cambiare processo o collaborare con i fornitori per ridurre le emissioni incorporate.
Il PCF permette quindi di indirizzare gli investimenti di decarbonizzazione dove possono generare il maggiore risultato.
Che impatto può acere la PCF in relazione alla progettazione dei prodotti?
L’impronta carbonica può diventare anche uno strumento di eco-design. Durante lo sviluppo di un prodotto, l’impresa può confrontare differenti materiali, componenti e soluzioni progettuali sulla base delle relative emissioni.
È possibile, ad esempio, valutare cosa accade al PCF sostituendo una materia prima, aumentando il contenuto riciclato, modificando il packaging o riducendo il peso del prodotto. La carbon footprint entra così nella fase di progettazione anziché essere calcolata soltanto quando il prodotto è già sul mercato.
PCF e procurement: per quale motivo è importante scegliere fornitori low carbon?
Un’altra applicazione riguarda gli acquisti. Se i fornitori sono in grado di comunicare PCF affidabili e costruiti secondo metodologie comparabili, il procurement può introdurre l’intensità carbonica tra i criteri di selezione. Accanto a prezzo, qualità, disponibilità e tempi di consegna compare così una nuova variabile.
Il passaggio è particolarmente importante per le aziende impegnate nella riduzione dello Scope 3: acquistare materie prime e componenti a minore impronta carbonica consente di diminuire le emissioni incorporate nei propri prodotti.
Carbon intelligence e intelligenza artificiale: che impatto hanno sulla PCF?
Il Product Carbon Footprint rappresenta inoltre uno degli elementi fondamentali della carbon intelligence. Il PCF risponde alla domanda “quante emissioni sono associate a questo prodotto?”. La carbon intelligence utilizza questa informazione per comprendere perché quelle emissioni vengono generate e quali decisioni possono ridurle.
Collegando PCF, dati di produzione, consumi energetici, informazioni sui supplier, prezzi e altre variabili operative, le aziende possono simulare scenari differenti.
Analytics e intelligenza artificiale possono aumentare ulteriormente questa capacità, aiutando a individuare anomalie, correlazioni e opportunità di ottimizzazione. Ma la qualità dell’analisi dipende sempre dalla solidità della base informativa.
In che modo il PCF diventa un attributo del prodotto?
La prospettiva più significativa è che il carbonio diventi progressivamente un attributo misurabile del prodotto, accanto a prezzo, peso, origine e caratteristiche tecniche. Due tonnellate dello stesso materiale possono avere caratteristiche commerciali simili ma essere state prodotte utilizzando tecnologie, fonti energetiche o materie prime differenti.
Di conseguenza possono presentare PCF molto diversi. Se questi valori vengono calcolati secondo metodologie coerenti e supportati da dati sufficientemente affidabili, l’intensità carbonica può entrare nelle decisioni commerciali, di procurement e di progettazione.
PCF bene, ma quali sono i limiti del Product Carbon Footprint?
Il PCF presenta una ricca serie di vantaggi, ma non può però essere interpretato come un indicatore universale della sostenibilità di un prodotto. Si tratta di un parametro che misura specificamente il suo contributo al cambiamento climatico, ma non rappresenta automaticamente altri impatti ambientali come consumo d’acqua, biodiversità, uso delle risorse, tossicità o produzione di rifiuti.
Si tratta di una distinzione importante rispetto a metodologie multidimensionali come il PEF europeo, che analizza più categorie di impatto lungo il ciclo di vita.
Anche la comparabilità richiede attenzione. Per confrontare correttamente due PCF occorre verificare metodologia, unità funzionale, confini, periodo di riferimento, qualità dei dati e regole di allocazione.
Come si passa dal calcolo del PCF alla decarbonizzazione?
Il vero valore del Product Carbon Footprint emerge quindi quando il calcolo non rappresenta il punto di arrivo, ma l’inizio di un processo di miglioramento. Misurare consente di individuare gli hotspot. L’analisi permette di comprenderne le cause. La simulazione consente di valutare le alternative. Nuovi materiali, energia rinnovabile, maggiore efficienza, logistica differente o fornitori low carbon possono quindi essere confrontati sulla base dell’effetto prodotto sull’impronta finale.
Il PCF trasforma in questo modo un concetto astratto come le emissioni incorporate in un bene in un’informazione associata a uno specifico prodotto.
La possibilità di condividere questa informazione lungo la supply chain amplifica ulteriormente il suo valore. I dati forniti da un’impresa possono diventare input per il calcolo del PCF dell’azienda successiva, costruendo progressivamente una catena di carbon transparency.
È questo il passaggio che rende il Product Carbon Footprint sempre più importante nelle strategie ESG: non soltanto misurare quanto un prodotto emette, ma utilizzare il dato per riprogettarlo, scegliere fornitori migliori, decarbonizzare la supply chain e rendere misurabile il percorso verso prodotti a minore intensità carbonica.














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