Environment

Carbon footprint: cos’è, come si misura, perché è importante conoscerla

Nella partita verso la sostenibilità esiste una variabile cruciale per aziende, enti e per l’intero ecosistema ambientale: è la cosiddetta “impronta di carbonio”, che stima le emissioni in atmosfera di gas serra causate da un prodotto, da un servizio, da un’organizzazione, da un evento o da un individuo. Ecco quanto c’è da sapere: normative di riferimento, modalità di calcolo e utilità del dato, anche nel più ampio contesto della valutazione dell’impronta ambientale

27 Feb 2021

Veronica Balocco

Carbon footprint o impronta di carbonio: che cos’è e perché è così importante

La carbon footprint (letteralmente, “impronta di carbonio”) è il parametro che, meglio di qualunque altra variabile, permette di determinare gli impatti ambientali che le attività di origine antropica hanno sul climate change e, quindi, sul surriscaldamento del pianeta.
Il dato permette infatti di stimare le emissioni in atmosfera di gas serra causate da un prodotto, da un servizio, da un’organizzazione, da un evento o da un individuo, espresse generalmente in tonnellate di  CO2 equivalente (ovvero prendendo come riferimento per tutti i gas serra l’effetto associato al principale di essi, il biossido di carbonio o anidride carbonica, calcolato pari ad 1), calcolate lungo l’intero ciclo di vita del sistema in analisi.

WHITEPAPER
Rinnovabili in Italia (e nel mondo): come il digitale può supportare il loro utilizzo?
Utility/Energy
Energie Rinnovabili

E’ stato il Protocollo di Kyoto (il trattato internazionale in materia ambientale riguardante il surriscaldamento globale, pubblicato l’11 dicembre 1997 nella città giapponese di Kyoto da più di 180 Paesi, in occasione della Conferenza delle parti “Cop3” della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), a stabilire quali gas serra debbano essere presi in considerazione nel calcolo:

  • anidride carbonica (CO2, da cui il nome “carbon footprint”),
  • metano (CH4),
  • ossido nitroso (N2O),
  • idrofluorocarburi (HFC),
  • perfluorocarburi (PFC)
  • esafloruro di zolfo (SF6)

A che cosa serve conoscere la carbon footprint di un prodotto o di un servizio?

La carbon footprint è un parametro di grande importanza ed utilità per le pubbliche amministrazioni e gli organismi internazionali: da un lato permette infatti di valutare e quantificare gli impatti emissivi in materia di cambiamenti climatici nell’ambito delle politiche di settore, dall’altro aiuta a monitorare l’efficienza ambientale ed energetica delle proprie strutture.
Inoltre, dal momento che l’impronta di carbonio rappresenta il 50% di tutta l’impronta ecologica, conoscerne l’entità è importante anche in termini di pianificazione, poiché fornisce un’idea della domanda esercitata sul pianeta derivante dall’uso dei combustibili fossili. La sua riduzione è quindi essenziale per porre termine allo sfruttamento eccessivo delle risorse.
Ma il dato è cruciale anche per le strategie di business: in un contesto che vede premiati i fornitori di prodotti o servizi a basse emissioni, la carbon footprint può essere uno strumento per valorizzare le proprie attività e promuovere le proprie politiche di responsabilità sociale ed ambientale, secondo i criteri ESG. In questo quadro, infatti, le aziende, oltre a condurre l’analisi e la contabilizzazione delle emissioni di CO2, si impegnano a definire un sistema di carbon management finalizzato all’identificazione e realizzazione di quegli interventi di riduzione delle emissioni, economicamente efficienti, che utilizzano tecnologie a basso contenuto di carbonio. Le misure di riduzione possono essere integrate dalle misure per la neutralizzazione delle emissioni (carbon neutrality), realizzabili attraverso attività che mirano a compensare le emissioni con misure equivalenti volte a ridurle con azioni economicamente più efficienti o più spendibili in termini di immagine (es. piantumazione di alberi, produzione di energia rinnovabile, etc.).

Secondo il ministero italiano dell’Ambiente, l’esperienza degli ultimi anni suggerisce che il label di carbon footprint è percepito dai consumatori come un indice di qualità e sostenibilità delle imprese.

Come si calcola la carbon footprint?

Nel calcolo dell’impronta di carbonio devono essere considerate le emissioni di tutti i gas ad effetto serra (GHG), che vengono convertite in CO2 equivalente attraverso dei parametri che vengono stabiliti a livello mondiale dall’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, organismo che opera sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il calcolo dell’impronta di carbonio di un bene o servizio deve tenere conto di tutte le fasi della filiera a partire dall’estrazione delle materie prime, fino allo smaltimento dei rifiuti generati dal sistema stesso secondo l’approccio Lca, cioè del Life Cycle Assessment (o analisi del ciclo di vita).

Per valutare la carbon footprint di un prodotto o servizio è stata sviluppata una norma tecnica standard: UNI CEN ISO/TS 14067:2014 “Gas ad effetto serra – Impronta climatica dei prodotti (Carbon footprint dei prodotti) – Requisiti e linee guida per la quantificazione e comunicazione”, entrata in vigore l’11 settembre 2014.
Lo scopo della norma ISO 14067 è quello di quantificare le emissioni di gas a effetto serra associate all’intero ciclo di vita di un prodotto, a partire dall’estrazione delle risorse comprendendo l’approvvigionamento delle materie prime, le fasi di produzione, utilizzo e fine vita.

Gli standard internazionali per valutare la carbon footprint di una organizzazione

Per valutare la carbon footprint di un’organizzazione esistono due standard internazionali, uno emesso dal WRI/WBCSD (GHG Protocol) e l’altro dall’ISO (ISO 14064-1). Entrambi prevedono, pur utilizzando diverse denominazioni, l’obbligatorietà di considerare le emissioni di GHG prodotte direttamente dall’organizzazione e quelle indirettamente generate nella produzione dell’energia elettrica e termica che l’organizzazione utilizza. Le altre emissioni indirette (non collegate ai consumi elettrici e termici) possono essere contabilizzate su base volontaria.

Queste norme appartengono al più ampio quadro degli standard ISO della famiglia 14060 sulla carbon footprint:

  • la norma ISO 14064-1, che descrive i principi ed i requisiti per la progettazione, lo sviluppo, la gestione e la rendicontazione degli inventari GHG di un’organizzazione. Si tratta dello standard che definisce i criteri per determinare i limiti di emissione e rimozione di GHG, quantificare le emissioni e le rimozioni di gas GHG e permette di identificare azioni o attività specifiche dell’azienda volte a migliorare la gestione dei GHG. Comprende inoltre requisiti e indicazioni sulla gestione della qualità dell’inventario, la rendicontazione, la revisione (audit) interna e le responsabilità dell’organizzazione nelle attività di verifica;
  • la norma ISO 14064-2, che specifica i principi e i requisiti per determinare le linee di riferimento (base line) necessarie per il monitoraggio, la quantificazione e la rendicontazione delle emissioni di un progetto. Si focalizza in particolare sui progetti che hanno come obiettivo quello di ridurre le emissioni di GHG (es. efficientamento energetico) o di aumentare la rimozione (es. riforestazione). Fornisce principi e requisiti per determinare i valori di riferimento (base-line) del progetto, il monitoraggio, la quantificazione e la rendicontazione delle prestazioni;
  • la norma ISO 14064-3, che specifica i requisiti per la verifica delle dichiarazioni GHG relative agli inventari, ai progetti e alle impronte di carbonio dei prodotti. Descrive i processi di verifica o convalida, compresa la loro pianificazione, le procedure di valutazione delle dichiarazioni GHG delle organizzazioni, dei progetti e dei prodotti; tale norma può essere utilizzata da organizzazioni o da terze parti indipendenti coinvolte nei procedimenti di verifica e certificazione;
  • la norma ISO 14065, che definisce i requisiti che devono avere gli organismi di verifica e convalida delle dichiarazioni GHG (caratteri di imparzialità, competenza, le modalità di comunicazione, i processi di convalida e verifica, i ricorsi, i reclami e il sistema di gestione degli organismi di convalida e verifica);
  • la norma ISO 14066, che specifica i requisiti di competenza per i team di validazione e di verifica, puntualizzando i principi e specifica i requisiti di competenza in base alle attività che i team di validazione o di verifica devono essere in grado di svolgere;
  • la norma ISO 14067, che definisce i principi, i requisiti e le linee guida per la quantificazione dell’impronta di carbonio dei prodotti;
  • la norma ISO/TR 14069, che fornisce linee guida ed esempi per migliorare la trasparenza nella quantificazione delle emissioni e nella loro comunicazione.

L’impronta ambientale dei prodotti e dei servizi: il metodo Pef

La carbon footprint è un elemento chiave dell’impronta ambientale dei beni e dei servizi. L’impronta ambientale misura quanta superficie in termini di terra e acqua la popolazione umana necessita per produrre, con la tecnologia disponibile, le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti prodotti. E’ possibile misurare l’impronta ambientale di un individuo, di una città, di una popolazione, ma anche di una azienda o di un prodotto.

Al fine di consentire la determinazione dell’impronta ambientale di prodotti (Pef) ed organizzazioni (Oef), la Commissione europea ha emanato la Raccomandazione 2013/179/UE, relativa all’uso di metodologie comuni per misurare e comunicare le prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita dei prodotti e delle organizzazioni, che aveva in allegato la guida sull’impronta ambientale di prodotto. Tale guida costituiva uno degli elementi fondamentali dell’iniziativa faro della strategia “Europa 2020 – Un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse, la cui tabella di marcia proponeva vari modi per aumentare la produttività delle risorse e dissociare la crescita economica dall’uso delle risorse e dagli impatti ambientali, in una prospettiva imperniata sul ciclo di vita.

L’impronta ambientale di prodotto (Pef) è un metodo basato sulla valutazione del ciclo di vita (Lca) per quantificare l’impatto ambientale dei prodotti (beni o servizi). Si fonda su approcci esistenti e sulle norme tecniche internazionali. Le informazioni relative alla Pef sono fornite con l’obiettivo generale di ridurre gli impatti ambientali dei beni e dei servizi, tenendo conto delle attività della catena di approvvigionamento (dall’estrazione delle materie prime alla produzione, uso e gestione finale dei rifiuti).

Carbon footprint: lo schema nazionale volontario “Made Green in Italy”

Il ministero italiano dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare, nell’ambito dei programmi nazionali di promozione delle fonti rinnovabili e dell’uso efficiente dell’energia, di riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra, nonché delle strategie per lo sviluppo sostenibile, annovera fra le sue azioni prioritarie “la promozione di iniziative volontarie per la contabilizzazione delle emissioni di CO2, la definizione di strategie aziendali per l’uso efficiente dell’energia e l’introduzione di tecnologie e sistemi di gestione a basso contenuto di carbonio”.

In questa prospettiva, il Ministero ha avviato nel 2011 un intenso programma per la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti/servizi/organizzazioni (con particolare riferimento a carbon e water footprint). A consolidamento dell’esperienza acquisita con questo programma, il 13 giugno 2018 è entrato in vigore il Regolamento per l’attuazione dello schema nazionale volontario per la valutazione e la comunicazione dell’impronta ambientale dei prodotti, denominato Made Green in Italy.
Tale regolamento utilizza la metodologia per la determinazione dell’impronta ambientale dei prodotti (Pef) definita nella Raccomandazione 2013/179/UE della Commissione Europea.

L’adozione dello schema “Made Green in Italy” intende:

  • promuovere modelli sostenibili di produzione e consumo e contribuire ad attuare le indicazioni della relativa strategia definita dalla Commissione Europea;
  • stimolare il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali dei prodotti e, in particolare, la riduzione degli impatti ambientali che questi generano durante il loro ciclo di vita;
  • favorire scelte informate e consapevoli da parte dei cittadini, nella prospettiva di promuovere lo sviluppo del consumo sostenibile, garantendo la trasparenza e la comparabilità delle prestazioni ambientali di tali prodotti;
  • rafforzare l’immagine, il richiamo e l’impatto comunicativo dei prodotti “Made in Italy” al fine di sostenerne la competitività sui mercati nazionali e internazionali;
  • definire le modalità più efficaci per valutare e comunicare l’impronta ambientale dei prodotti del sistema produttivo italiano, attraverso l’adozione del metodo PEF  – Product Environmental Footprint come definito nella raccomandazione 2013/179/CE, e associandovi aspetti di tracciabilità, qualità ambientale, qualità del paesaggio e sostenibilità sociale.

Sul tema della misurazione del Carbon Footprint può essere interessante la lettura dell’articolo Misurare l’impatto ambientale dei pagamenti e del servizio Il ruolo del carbon footprint nei prodotti

Immagine fornita da Shutterstock

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 5