Sustainable fashion

Circular Fashion: che cos’è e perché startup e digitale stanno aiutando la moda a reinventarsi

La prospettiva della Moda Circolare sta contribuendo a cambiare il mercato, ma serve tanta collaborazione e un alto grado di innovazione per creare una nuova economia tessile, in linea con i principi dell’economia circolare. Dalla eco-pelle realizzata con i funghi o le proteine di collagene, alla seta disegnata in laboratorio, copiando il DNA dei ragni: l’armadio delle prossime stagioni sarà quello più green di sempre

16 Mar 2021

Claudia Costa

Web Content Editor

Circular Fashion: da dove arriva

Prima o poi arriva sempre il momento in cui ci si ritrova a volersi disfare di un indumento, perché ormai consumato, perché stretto, corto, largo o semplicemente perché non ci piace più. Secondo una ricerca della Fondazione Ellen MacArthur (che puoi consultare qui) il 73% di questi vestiti finisce per essere sepolto in discarica o incenerito, il che equivale a bruciare un camion della spazzatura pieno di prodotti tessili ogni secondo; il 12% viene riciclato, ma per lo più si tratta di applicazioni a basso valore difficili da rimettere in circolo, come pezzame ad uso industriale utilizzato per la pulizia e la manutenzione; solo l’1% finisce per chiudere il ciclo, trasformandosi in altrettanti nuovi abiti. Oltre a costituire un enorme spreco, l’industria della moda consuma una quantità spropositata di fibre vergini: sempre secondo la Ellen MacArthur, per produrre 1 chilo di indumenti di cotone si impiegano 3 chili di sostanze chimiche; più di 3 trilioni di bottiglie di plastica vengono usate per produrre vestiti ogni anno; e la produzione tessile usa 100 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno, rappresentando il 4% del prelievo globale di acqua dolce. Ecco che diventa sempre più importante guardare nella direzione di un Sustainable Fashion.

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L’uso attento delle risorse naturali alla base dei progetti di Circular fashion

Questo approccio altamente dispendioso nell’uso e nel consumo delle risorse naturali è tutt’altro che sostenibile. Un problema che le grandi maison dell’industria del Fashion, del calibro di H&M, Chanel, Ralph Lauren, Stella McCartney, stanno cercando di affrontare e risolvere al più presto investendo denaro in innovazioni che aiutano a recuperare filato e sostituire materiali vergini con fibre riciclate. Esplorare l’uso di materiali alternativi pionieri di modelli di business sostenibili, sfruttare la potenza del design e trovare modi per scalare tecnologie e soluzioni con un basso impatto ambientale, sono tutti elementi necessari per creare una nuova economia tessile in cui i vestiti sono progettati per durare più a lungo, essere indossati di più e facilmente noleggiabili o rivenduti e riciclati, senza rilasciare tossine e impattare sull’inquinamento.

Fibre rigenerate e fibre naturali per la moda circolare

Nel 2017, H&M ha investito in Renewcell, un’azienda svedese di sustaintech fondata da un gruppo di innovatori del Royal Institute of Technology di Stoccolma nel 2012 oggi nota per una tecnologia di riciclaggio che trasforma le vecchie t-shirt in cotone o abiti realizzati in fibre naturali in nuova materia prima biodegradabile, nota come Circulose, da poter riutilizzare per realizzare altri capi, come già successo con i jeans di Levi’s. I modelli 502 da uomo e High Loose da donna della collezione Wellthread (la linea sostenibile del marchio) sono infatti realizzati con un 60% di cotone organico proveniente dalla Turchia, il 20% di denim riciclato e il 20% di Circulose con una riduzione dell’impronta idrica, chimica e di emissione di CO2. Levi’s ha cambiato anche la progettazione: i jeans nascono già per essere riciclati in ogni loro parte, dal materiale, alle finiture e sono accuratamente calibrati affinché possano avere una seconda vita. I capi sono progettati in un’ottica di economia circolare e quindi pensati per essere riciclati a fine vita. Sempre a proposito di H&M segnaliamo un’interessante sperimentazione di Circular fashion contro il textile waste avviato dalla H&M Foundation con la Green Machine

La ricerca verso il Circular Fashion passa anche dalla “chimica verde”

Ad agosto 2020 Ralph Lauren ha acquisito una quota di minoranza in Natural Fiber Welding, start-up che utilizzando i principi della chimica verde e i processi a circuito chiuso, rivitalizza le fibre riciclate e progetta tessuti in cotone ad alte prestazioni. La piattaforma brevettata CLARUS risolve le prestazioni chiave e la limitazione di produzione delle fibre naturali: il loro formato fisico. Il processo chimico a ciclo chiuso consente a materiali naturalmente abbondanti, come cotone, canapa e lana, di assumere nuove forme e di funzionare a nuovi livelli. Ciò significa prestazioni simil-sintetiche ma da fonti naturali al 100%. La sua missione è ridurre drasticamente l’uso di materie plastiche a base petrolchimica nell’industria del fashion. MIRUM è un materiale completamente circolare che dipende da risorse rinnovabili e rifiuti naturali invece che da pelli animali o petrolio. Non diventa un rifiuto a fine vita, ma un apporto nutritivo da reinserire nella produzione.

Chanel ha fatto lo stesso a giugno 2019 con Evolved by Nature, piattaforma che utilizza le proteine della seta e l’acqua per creare lenzuola, activewear, creme per il viso, sostituendosi ad agenti chimici ben più tossici. Activated Silk brevettata dalla start-up di Boston può ridurre il pilling nel cashmere e migliorare le prestazioni e la longevità del nylon e del poliestere. La sua missione è “sostituire completamente la necessità di molti prodotti chimici di sintesi non divulgati”.

Alternative sostenibili alla seta e alla pelle per una Moda Circolare

Ad aver suscitato l’interesse di Stella McCartney: Microsilk, seta realizzata in laboratorio, replicando la sequenza del DNA di quella prodotta dai ragni, caratterizzate da elevata resistenza alla trazione, elasticità, durata e morbidezza e di ricrearne la proteina alla base. Messa poi a fermentare in un lievito, con un processo simile a quello della creazione della birra, la proteina nutrita si tramuta in seta, uguale in tutto e per tutto a quella originale. Un modus operandi già scoperto nel 2014, ma che ha richiesto diversi anni per perfezionarsi (agli inizi, dopo il lavaggio, i capi prodotti in Microsilk si restringevano del 40%). Oggi il Microsilk è parte dei tessuti utilizzati dal brand, tanto che, per la sua partnership con Adidas, McCartney vi ha realizzato un completo da tennis nel 2019. Microsilk può essere prodotto con un minore impatto ambientale rispetto alla produzione tessile tradizionale, con il potenziale di biodegradarsi alla fine della sua vita utile.

Firmata sempre da Bolt Threads, l’idea di Mylo, un’alternativa sostenibile alla pelle ricavata dal micelio, cioè la struttura alle radici dei funghi. Compresso, tinto e conciato – essendo un organismo vivente, è soggetto ovviamente al processo di decomposizione, che con la concia, viene fermato – si tramuta in un’alternativa valida alla pelle, con la stessa consistenza e texture. Stella McCartney ha da subito deciso di utilizzarlo per le sue Falabella, presentate in anteprima alla mostra Fashioned from Nature, al Victoria & Albert Museum di Londra. A metà 2018, Bolt Threads aveva già raccolto 213 milioni di dollari di finanziamenti – tra di loro quelli dell’ ex Ceo di Google Eric Schimdt e il co-fondatore di Paypal Peter Thiel – venendo valutata 700 milioni di dollari. Ad investire, tra gli altri, anche il gigante dell’activewear americano, Lululemon.

Il cashmere rigenerato per un Circular Fashion che punta a ridurre l’inquinamento

A guadagnare interesse è anche il cashmere rigenerato, creato con i materiali di scarto del processo di produzione: il motivo qui è legato al disastro ambientale di cui poco si parla, e che riguarda la Mongolia, una volta paese legato al blocco comunista e oggi dedito ad un’economia molto più liberale e aggressiva. Se il cashmere era costoso perché raro (fare un maglione in questo tessuto richiede la tosatura di quattro pecore), quando il paese ha notato l’interesse nel prodotto, circa negli Anni 90, ha cominciato a produrne anche di minore qualità, in quantità maggiore, adattandosi in anticipo alle regole del fast fashion. Di conseguenza, il numero degli animali è quadruplicato dai 5 milioni del 1990 ai 21 di oggi. Nel 2017, il 70% dei pascoli del paese, era già soggetto alla desertificazione. Se le tendenze non saranno invertite, entro il 2025 in Mongolia ci saranno 44 milioni di pecore, e probabilmente, neanche un filo d’erba da brucare. Per questo il cashmere rigenerato non sembra un’alternativa eco, tanto quanto l’unica soluzione possibile, e anche quella che impatta sull’ambiente il 92% in meno rispetto alla fibra vergine.
Immagine fornita da Shutterstock.
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