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Sustainable IT: un digitale pulito e giusto per le imprese



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Analisi critica degli impatti “materiali” dell’ICT, dell’illusione della dematerializzazione e dei limiti attuali delle normative ESG nel governo della sovranità tecnologica e cosa possono fare le aziende per superarli

Pubblicato il 25 ago 2026

Stefano Belletti

ESG Senior advisor



Sustainable IT
Stefano Belletti, senior advisor ed autore del libro “Verde e Digitale”
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Uno dei fattori di maggiore incertezza per le aziende consiste nel crescente impatto – spesso opaco e pervasivo – che le tecnologie digitali esercitano sui processi produttivi, sui fattori di conoscenza, sulle dinamiche relazionali interne all’azienda e sui rapporti con l’ecosistema sociale ed il territorio circostante. Questa incertezza non rappresenta un fenomeno transitorio o casuale, bensì un profondo mutamento strutturale che sta ridefinendo i confini storici dell’organizzazione industriale: ciò che un tempo appariva prevedibile e governabile secondo i modelli classici della produzione manifatturiera è oggi divenuto un terreno denso di asimmetrie informative, dipendenze tecnologiche ed esternalità complesse che richiedono l’adozione di nuovi strumenti di gestione.

Le premesse della dematerializzazione e la realtà dell’ESG

Inoltre la promessa fondamentale che ha accompagnato l’espansione della rivoluzione informatica è stata quella della “dematerializzazione”: l’idea che lo spostamento di dati, documenti e transazioni su supporti virtuali potesse affrancare l’economia dai vincoli della materia e del consumo di risorse fisiche si è rivelata – alla prova dei fatti – una delle più insidiose narrazioni degli ultimi trent’anni. Sotto il velo dei bit si nasconde in realtà una colossale ed espansiva infrastruttura materiale costituita da chilometri di cavi sottomarini, imponenti server farm, metalli rari estratti in condizioni umane e ambientali critiche, e un consumo idrico ed elettrico sempre più significativo: il digitale è profondamente materiale e il suo ciclo di vita impatta in modo pervasivo su tutte e tre le dimensioni della sostenibilità aziendale: Environmental, Social e Governance (ESG).

Partiamo dalla considerazione che l’impatto del digitale è pervasivo su tutte e tre le dimensioni della sostenibilità, anche se oggi il dibattito è concentrato maggiormente sulla dimensione ambientale che sembra essere quelle più a rischio…

La dimensione ambientale rappresenta l’aspetto più intuitivo della Sostenibilità Digitale. Come riportato in un precedente articolo Sustainable IT: perché il green IT è decisivo per ridurre l’impatto ambientale, attualmente il settore ICT è responsabile di circa il 4% delle emissioni globali di anidride carbonica (CO2) e consuma circa il 10% dell’energia elettrica complessiva prodotta a livello planetario – dovuta in larga misura a data center e reti di trasmissione. In Italia la potenza elettrica asservita stabilmente al funzionamento dell’ICT è pari a circa mezzo gigawatt (0,5 GW) su un totale nazionale di circa 50 gigawatt installati.  Tuttavia, le pressioni esercitate dai grandi operatori tecnologici per assecondare lo sviluppo dei modelli di Intelligenza Artificiale generativa prefigurano richieste per l’installazione di nuovi data center e infrastrutture energetiche dedicate per ulteriori svariati gigawatt – aprendo scenari che rischiano di drenare gran parte delle risorse rinnovabili destinate alla transizione energetica nazionale. Ma non vanno dimenticate le due altre dimensioni ESG…

La dimensione sociale tocca da vicino sia la vita aziendale sia la sfera privata dei collaboratori manifestandosi attraverso fenomeni di depauperamento del capitale umano e dispersione cognitiva, guidata da piattaforme finalizzate alla cattura dell’attenzione e all’informazione gamificata. In contesti aziendali questo si traduce nel fenomeno del ‘tecnostress’ che secondo recenti rilevazioni colpisce circa il 40% dei lavoratori digitali determinando cali di produttività, burnout e tassi elevati di turnover. A ciò si aggiunge il tema cruciale dell’accessibilità e dell’inclusione digitale: ad esempio in Italia circa il 60% dei siti web aziendali e istituzionali non rispetta i requisiti minimi di accessibilità per utenti ipovedenti.

La dimensione della governance porta con sè i temi della Corporate Digital Responsibility, della data privacy e della sicurezza informatica. In Europa, la media dei data breach ufficialmente notificati ha raggiunto la cifra di 443 violazioni al giorno, evidenziando la vulnerabilità degli assetti informatici. La governance del digitale impone la definizione di policy rigorose sulla trasparenza algoritmica, l’eliminazione dei bias nei sistemi decisionali automatizzati e il contrasto alle asimmetrie contrattuali imposte dai fornitori di software e cloud. Senza una supervisione gestionale ed etica, l’adozione acritica di soluzioni di terzi espropria l’impresa di una quota significativa della propria autonomia, subordinandola a logiche algoritmiche esterne e non direttamente controllabili.

Si tratta quindi di un impatto trasversale ed evidente. Le istituzioni internazionali e i governi sembrano consapevoli di questo fenomeno così determinante: come si stanno muovendo per sensibilizzare e regolamentare il settore del digitale e l’adozione dello stesso da parte delle aziende?

Per rispondere alla domanda dobbiamo partire dalla regolamentazione per la sostenibilità: in Europa tale regolamentazione ha avuto un grande sviluppo rispetto ad altri paesi (seppure in questo momento stia affrontando un momento che definirei “recessivo” per cui gli obblighi di rendicontazione sono stati rimodulati verso il basso).

Bisogna essere chiari: in questo ambito la regolamentazione della Sostenibilità non comporta né esplicitamente né specificatamente la Sostenibilità Digitale, né prescrive alcunché in merito all’impatto ecologico e sociale delle infrastrutture informatiche. L’esempio più macroscopico di questo gap regolamentare è rappresentato dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD): nonostante la CSRD imponga obblighi di rendicontazione e trasparenza per le diverse tipologie di imprese sulle performance ESG, essa si caratterizza per una sostanziale irrilevanza specifica per il settore IT.

Le metriche previste dagli standard europei di rendicontazione tendono infatti a diluire l’impronta carbonica e l’impatto sociale del digitale all’interno di categorie aggregate a livello aziendale, senza costringere le aziende a mappare specificamente il comparto dell’IT in termini di efficienza del software, l’obsolescenza programmata dell’hardware o il tecnostress indotto dagli strumenti di lavoro digitali. Di conseguenza, un’azienda può – per assurdo – ottenere un eccellente posizionamento ESG e conformarsi pienamente alla CSRD pur adottando un’architettura IT insostenibile, basata su cloud provider alimentati da fonti energetiche tradizionali, software inefficiente dal punto di vista computazionale e strumenti algoritmici che violano i principi di equità sociale.

Se guardiamo invece il panorama normativo cogente specifico per la Sostenibilità Digitale sicuramente l’Europa si sta organizzando, ma è evidente la frammentazione dell’attuale quadro regolatorio dimostrando come la sostenibilità digitale sia stata affrontata finora con un approccio emergenziale e reattivo.

Il legislatore ha preferito stratificare direttive e regolamenti focalizzati su singoli aspetti — dall’impronta energetica dei data center (EED/Energy Efficiency Directive) alla sicurezza informatica (NIS 2/Network and Information Security Directive e DORA/Digital Operational Resilience Act), dall’accesso ai mercati (DMA – Digital Markets Act) alla tutela dei dati e dei consumatori (GDPR/General Data Protection Regulation e DSA/Digital Services Act) creando diverse sovrapposizioni ed una difficoltà nell’applicazione

Al tempo stesso, la regolamentazione soffre di uno sbilanciamento verso la dimensione fisica della tecnologia. Mentre si normano in modo stringente le infrastrutture hardware e il ciclo di vita dei dispositivi — si pensi ai requisiti di ecodesign e riparabilità previsti dall’ESPR/Ecodesign for Sustainable Products Regulation o alle regole sulla gestione dei rifiuti elettronici contenute nella Direttiva RAEE – Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche — l’universo immateriale del software rimane quasi del tutto privo di indirizzi vincolanti. La logica che determina quanto calcolo, quanta memoria e quanta energia siano necessarie è ampiamente deregolamentata; persino interventi recenti come l’AI Act/Artificial Intelligence Act, pur introducendo obblighi di rendicontazione dei consumi per i grandi modelli di AI, sfiorano appena l’efficienza strutturale del codice software.

Questo paradosso dimostra attualmente l’insufficienza dei quadri normativi generalisti e la frammentazione delle normative specifiche nel governare l’impatto del digitale: questo scenario di sostanziale deregolamentazione si correla direttamente al concetto di economia di piattaforma e all’affermazione di uno spazio di mercato dominato dai grandi gatekeeper tecnologici globali.

Da questo scenario emerge anche il tema critico della “sovranità digitale” di aziende e paesi, sempre più al centro dell’attenzione

Il tema è assolutamente fondamentale, anche se è utile premettere una precisazione: all’interno del dibattito etico promosso da Sloweb (associazione per l’uso etico e responsabile del digitale) si preferisce utilizzare il termine “indipendenza digitale” in sostituzione di quello di ‘sovranità digitale‘. La scelta riflette una distinzione concettuale: la sovranità evoca un attributo di proprietà formale e controllo legale stabilendo chi detiene i server o chi firma la licenza d’uso dei dati. Tuttavia, la proprietà formale da sola non garantisce alcuna autonomia se l’impresa non possiede competenze, capacità e strumenti per elaborare, analizzare e valorizzare il proprio patrimonio informativo senza dipendere in modo esclusivo da intermediari esterni.

L’indipendenza digitale rappresenta la capacità reale di autodeterminazione dell’impresa: significa poter scegliere liberamente i propri fornitori, negoziare clausole contrattuali simmetriche, garantire la portabilità assoluta dei dati e del codice, decidere in autonomia quali tecnologie adottare e quali rifiutare o dismettere.

A lungo termine (ma non troppo) costruire l’indipendenza digitale significa difendere l’identità dell’azienda, preservare i margini di profitto e sottrarsi al controllo unilaterale di algoritmi solo parzialmente conosciuti: l’obiettivo non è isolarsi dalla tecnologia o farne a meno (impossibile), ma esercitare una sobrietà digitale per sua natura “selettiva” ossia che sappia dire di no quando una soluzione non serve o non sia allineata gli interessi dell’organizzazione.

Il quadro è chiaro: il settore appare ancora “giovane” e le aziende non hanno ancora la consapevolezza chiara dell’impatto, le norme non sono strutturate al meglio e le big tech possono agire in sostanziale autonomia – anche se qualcosa si sta muovendo con le ultime sentenze dell’Unione Europea e di qualche altro paese che ne sta seguendo l’esempio. Dato questo quadro, quali sono le prospettive per iniziare a cambiare lo scenario che si delinea per le aziende?

L’ambito della Sostenibilità Digitale si presenta per le aziende che utilizzano le tecnologie digitali come uno spazio essenzialmente volontaristico e de-regolamentato. Le pratiche per la Sostenibilità Digitale sono affidate all’iniziativa spontanea delle imprese e all’adesione a standard internazionali e codici di condotta – in fase di crescita, ma privi di qualsiasi forma di cogenza (quali i framework della Green Software Foundation, i protocolli del W3C o le linee guida dell’Institute Numerique responsabile – INR di matrice francese).

In tal senso le aziende possono adottare pratiche che abbracciano l’intero ciclo di vita della tecnologia, dall’acquisto alla dismissione. secondo un approccio strutturato che parte già dalla fase di progettazione. Sul fronte del software, la leva principale è l’adozione di pratiche di progettazione ecocompatibile e inclusiva per creare applicazioni efficienti, che riducono al minimo le richieste di memoria e potenza di calcolo (green coding). Allo stesso tempo, la gestione degli acquisti (responsible procurement) diventa decisiva – dato l’elevato grado di outsourcing nell’esercizio dell’IT – inserendo nei contratti con i fornitori precisi criteri e clausole di sostenibilità energetica, garanzie di riparabilità, logiche di economia circolare e il rispetto dei diritti essenziali lungo tutta la catena di fornitura. Per quanto concerne l’utilizzo da parte della popolazione aziendale è opportuno definire e diffondere semplici e concrete linee guida per guidare i dipendenti verso comportamenti digitali virtuosi, volti a ridurre gli sprechi energetici nell’uso di e-mail, navigazione web e gestione dei dispositivi aziendali.

L’irruzione dell’Intelligenza Artificiale ha poi aperto un nuovo fronte operativo, che richiede pratiche dedicate sia a livello aziendale sia individuale:

  • a livello aziendale, le imprese devono elaborare codici per l’AI & Data Governance con l’obiettivo di evitare bias discriminatori negli algoritmi e garantire piena trasparenza decisionale. In particolare con l’entrata in vigore delle nuove regole europee legate all’AI Act, diventa fondamentale effettuare audit per mappare i sistemi in uso, classificarne il livello di rischio e definire adeguati interventi;
  • a livello individuale sono fondamentali sessioni di informazione e formazione in modo da assicurare un uso etico, critico e produttivo dell’AI cercando di supportare i dipendenti nel formulare interrogazioni precise ed essenziali e riducendo le interazioni inutili con i grandi modelli di calcolo.

Questo sforzo generale va collocato all’interno di una più ampia politica di “Corporate Digital Responsibility”, con cui l’azienda formalizza la propria strategia per gestire i dati e le tecnologie digitali in modo etico – integrando in un unico quadro anche il governo dei rischi su cibersicurezza e privacy. La gestione della Sostenibilità Digitale all’interno dell’impresa non deve tradursi nell’introduzione di ulteriori burocrazie o documenti aggiuntivi che nessuno ha il tempo di leggere o applicare: va sviluppato un approccio pragmatico accorpando sotto un unico framework operativo i diversi fattori di conformità e valore (qualità, privacy, sicurezza cibernetica, impatto ambientale) ed estendendo gli attuali sistemi di gestione alla componente IT quali – ad esempio – le certificazioni ISO.

Quindi è auspicabile un’azione responsabile delle aziende verso la sostenibilità digitale: che ruolo devono avere le istituzioni nel cogliere queste tendenze e nel fornire linee guida di condotta alle aziende?

Non si deve dimenticare Il ruolo delle istituzioni e della commessa pubblica nella transizione verso un digitale sostenibile che non può essere delegata esclusivamente all’azione responsabile delle aziende. Le istituzioni pubbliche devono superare la logica dell’inseguimento ex post dei singoli prodotti IT immessi sul mercato, strutturando invece un quadro di ‘sostenibilità digitale organico volto a mitigare i rischi tecnologici a livello ambientale e sociale – quindi orientato alla prevenzione.

Le istituzioni non devono limitarsi a emanare norme prescrittive, bensì definire regole prestazionali che vincolino l’introduzione di nuovi sistemi informatici e applicativi a valutazioni d’impatto preventivo in termini ecologici, cognitivi e sociali – in modo analogo a quanto avvenuto per infrastrutture fisiche e prodotti alimentari.

In questo scenario, la commessa pubblica e lo strumento del Green Public Procurement (GPP) rappresentano una leva rilevante: in Italia, la spesa annua per appalti pubblici si aggira attorno ai 150 miliardi di euro ed orientare questa mole di acquisti verso criteri contrattuali inclusivi della sostenibilità digitale porterebbe l’intero mercato privato a riorganizzarsi e a innovare per qualificarsi alle gare. I requisiti di sostenibilità energetica dei server, la circolarità dell’hardware e l’accessibilità web totale diventerebbero standard industriali diffusi grazie alle economie di scala generate dalla domanda pubblica. Pensando al tessuto industriale italiano, tale approccio dovrebbe essere tenuto anche dalle grandi aziende capo filiere nel settore privato nei confronti delle aziende PMI della filiera di fornitura – considerando la disponibilità di spesa, maturità IT e peso negoziale.

Al contempo, le agenzie pubbliche devono esercitare un ruolo esemplare, progettando e distribuendo servizi digitali per la cittadinanza che siano intrinsecamente sobri, leggeri e pienamente accessibili, azzerando l’impronta carbonica promuovendo un’economia digitale autenticamente pulita, buona e giusta.

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