Ricerche

Una rivoluzione sostenibile nel nome del digitale: i primi risultati della ricerca del Digital Transformation Institute

L’80% del campione dichiara di avere una conoscenza abbastanza o molto precisa del concetto di sostenibilità. Tuttavia emerge una grande confusione nelle persone, che le porta ad interpretare questo concetto senza che abbia un impatto reale sui comportamenti. Dalla presentazione della prima parte della ricerca “Italiani e Sostenibilità Digitale: cosa ne sanno, cosa ne pensano” realizzata dalla neonata Fondazione di Ricerca per la Sostenibilità Digitale emerge “un quadro caratterizzato da moltissimi apparenti contrasti che dovremo analizzare in profondità per capire come supportare il processo di sviluppo del PNRR dal punto di vista delle aziende, delle Istituzioni e, naturalmente, dei cittadini” come sottolinea il Presidente Stefano Epifani

25 Mag 2021

Claudia Costa

Sostenibilità e digitale, insieme per il rispetto dell’ambiente, il benessere della società e modelli economici inclusivi

E’ sulle leve della sostenibilità e del digitale che si gioca il futuro del nostro paese. Una convergenza sancita dal programma Next Generation EU grazie a cui l’Italia potrà investire nei prossimi anni quasi 200 miliardi di euro nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il PNRR, anch’esso fortemente improntato al concetto di “Sostenibilità Digitale”. Le tecnologie, infatti, da una parte possono diventare “strumenti di sostenibilità” e quindi diventano e sono funzionali al perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile – nella cornice dell’Agenda 2030 – per riparare il nostro pianeta e renderlo idoneo ad ospitare al meglio le generazioni che verranno; dall’altra fungono da “oggetto della sostenibilità” da indirizzare verso sviluppi coerenti ai criteri ESG. Ciò impone una profonda riflessione rispetto alla dimensione etica e valoriale che si intende associare alla società sostenibile, in una dimensione che sappia guardare oltre alla questione ambientale attribuendo la giusta importanza anche a quella economica e sociale.

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Ma qual è il livello di consapevolezza degli italiani su questi temi, e qual è il loro punto di vista sul ruolo della digitalizzazione come strumento di sviluppo sostenibile? 

Ruota attorno a questo tema  il piano d’azione della ricerca “Italiani e Sostenibilità Digitale: cosa ne sanno, cosa ne pensano”, realizzata dal Digital Transformation Institute – Fondazione di ricerca per la Sostenibilità Digitale in collaborazione con IPSOS, partner della Fondazione, e presentata nel corso di un webinar moderato dalla giornalista Barbara Carfagna, giornalista RAI esperta di tecnologie digitali ed autrice della trasmissione Codice. I dati emersi, afferma Stefano Epifani, Presidente della Fondazione, dipingono “un quadro estremamente complesso e variegato, che fornisce alcune indicazioni fondamentali dalle quali partire per iniziare a disegnare quella nuova normalità che serve per rilanciare il nostro Paese e per costruire politiche pubbliche che modelli di informazione”.

Il convegno, prima fase di un percorso costituito da tre approfondimenti verticali dedicati ai temi dello smart living, dello smart environment e della smart mobility, è stato l’occasione per presentare le attività del Digital Transformation Institute, attivo in maniera strutturata dal 2016, alla sua prima uscita ufficiale nella veste di Fondazione di Ricerca e per divulgare i primi risultati emersi. “Una veste che consente di dare maggiore incisività al nostro operato, di aggregare in forma strutturata partner di natura diversa, di interagire con organizzazioni, aziende ed istituzioni con più forza ed efficacia. Ed è anche una responsabilità della quale sentiamo il peso e cogliamo, con entusiasmo, la sfida per ricordare che una condizione di equilibrio dell’ambiente non è indispensabile all’ambiente, ma all’uomo per sviluppare modelli sociali ed economici compatibili con il miglioramento delle nostre condizioni di vita”.

La firma del Manifesto per la Sostenibilità Digitale apre a una collaborazione che incentiva cultura e consapevolezza

Oltre alla presentazione dei dati di ricerca, l’evento ha rappresentato l’occasione ideale per la firma del Manifesto per la Sostenibilità Digitale da parte di Mauro Minenna da poche settimane alla guida del Dipartimento per la Trasformazione Digitale. Un passaggio che prelude allo sviluppo di attività congiunte finalizzate a supportare la promozione di cultura e consapevolezza sui temi della sostenibilità digitale, la comprensione dei quali è imprescindibile da parte di cittadini, istituzioni ed aziende per cogliere le opportunità del PNRR.

Presentato a dicembre 2019 alla Camera dei Deputati, e subito sottoscritto dalla Ministra dell’Innovazione Paola Pisano, in 10 punti il Manifesto definisce i princìpi sulla base dei quali propone di orientare lo sviluppo tecnologico per contribuire al “soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”. Una definizione di sostenibilità con un forte connotato intergenerazionale che risale al 1987 nel rapporto “Our Common Future” della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo e che riecheggia tutt’oggi nei Sustainable Development Goals, SDGs. La parola stessa sostenibilità deriva dal latino sustinere, che significa sostenere, difendere, favorire, conservare e/o prendersi cura.

E’ intenzione del DTI ampliare il numero di Istituzioni che sceglieranno di aderire al Manifesto, per fare di esso il pivot di un’azione trasversale di sensibilizzazione, che basi la sua essenza sulla presa di coscienza del fatto che fare della tecnologia uno strumento di sviluppo sostenibile implica promuoverne la cultura, supportare lo sviluppo di consapevolezza, sviluppare competenze trasversali in tutte le fasce della popolazione.

La sostenibilità migliora solo con la parità di accesso all’informazione

La sostenibilità migliora nel momento in cui le persone sono dotate di conoscenza, di strumenti e di motivazione. Se si riesce a trasmettere alle persone il senso di ciò che stanno facendo, si sta lavorando in questa direzione. La sostenibilità digitale abilita questa dimensione, perché consente di moltiplicare le opportunità di condivisione della conoscenza incorporando al suo interno l’elemento di senso, ossia la motivazione per la quale si sta chiedendo un impegno specifico nella gestione delle risorse. In tal modo possiamo costruire una società migliore nel rispetto dell’ambiente e offrire ai futuri cittadini la stessa parità di accesso alle risorse che hanno avuto le generazioni precedenti” interviene Minenna che continua: “Per contribuire allo sviluppo di un futuro sostenibile le Istituzioni devono impegnarsi soprattutto nello sviluppare consapevolezza, competenze e strumenti per le persone e per la società. La conoscenza è una delle risorse infinitamente disponibili ed è proprio l’accesso alle informazioni che abilita al cambiamento, più di qualsiasi altro ragionamento. Come evidenzia il decimo punto del Manifesto per la Sostenibilità Digitale, la storia dimostra che la tecnologia ha migliorato le condizioni di vita delle persone, e questo ci porta a immaginare che possiamo orientare la trasformazione perché sia sostenibile. L’impegno che mi sento di prendere a nome del Governo è contribuire a che questo accada”.

La sostenibilità percepita dagli italiani: scarsa la correlazione tra dimensione ideologica e strategica

Una parte importante degli italiani pensa di conoscere il tema. Tanto che l’80% del campione ha dichiarato di avere una conoscenza abbastanza o molto precisa del concetto di sostenibilità. Tuttavia, approfondendo il dato, emerge un quadro che evidenzia una grande confusione nelle persone, che le porta ad interpretare tale concetto senza che abbia un impatto reale nei comportamenti o nelle azioni. In qualche modo – sostiene Stefano Epifani –  si ha una visione prevalentemente ideologica, o meglio ideologizzata, del tema, in larga parte priva della reale consapevolezza di cosa comportino in termini concreti quei principi di sostenibilità che si dichiara di sostenere e che, senza un sufficiente livello di consapevolezza, rimangono delle petizioni di principio del tutto scorrelate dal fatto che esse generino qualsivoglia impatto sui comportamenti”. Tutto ciò emerge nelle priorità percepite, da cui si evince come per il 46% degli intervistati siano prioritarie le scelte ambientali, per il 38% quelle orientate al benessere e alla qualità della vita, e per un residuo 16% siano invece prioritarie le scelte economiche. Al contempo però, solo il 37% degli intervistati è in grado di correlare la visione di sostenibilità che ritiene prioritaria con scelte economiche e sociali che dovrebbero essere coerenti con essa.

Osservando i dati, Alberto Marinelli, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale alla Sapienza, Università di Roma commenta “Nonostante ci sia un po’ di confusione, dopo un periodo di grande difficoltà e di crisi che nella percezione delle persone ha portato ad una chiusura degli orizzonti temporali, e quindi all’incapacità di guardare ad un futuro migliore, l’attuale impegno sul tema della sostenibilità non è da considerare soltanto una moda strumentale. Al contrario, credo che si stia aprendo uno spiraglio. La percentuale di persone che attribuisce valore sulla sostenibilità, ci dà un segnale preciso: esiste davvero la possibilità di provare una strategia, forse più matura e consapevole, di recupero e di apertura verso il futuro. Per innescare un processo di questo tipo, però, è necessario far incontrare questa istintiva disponibilità verso la sostenibilità con l’acquisizione di una visione complessa. Il questionario della nostra Fondazione ha chiesto proprio questo ai cittadini intervistati: di ragionare sulla complessità, che è la base indispensabile per aprire un futuro in termini di sostenibilità. Dobbiamo abituarci tutti, come cittadini, decisori politici, soggetti protagonisti dell’informazione, a ragionare con la complessità, a non evitarla, acquisendo così forme in cui il pensiero complesso riesce ad illuminare nuove opportunità”.

Meno si conoscono le tecnologie e più le si temono: minimizzare i rischi e sfruttare le potenzialità

Anche per quanto attiene la tecnologia i contrasti sono molto forti. Per il 92% degli intervistati il digitale rappresenta una fonte di opportunità (anche se il 71% ritiene che se ne debbano comprendere ancora i rischi). Tuttavia, il 65% sostiene anche che lo stesso sia al contempo fonte di diseguaglianza, perdita di posti di lavoro ed ingiustizia sociale. Significativo, in tal senso, “come la paura nei confronti della tecnologia aumenti proporzionalmente al diminuire della competenza: in altri termini meno si conoscono le tecnologie più le si temono. Questo ci deve insegnare molto sul ruolo centrale delle azioni delle Istituzioni rivolte ad aumentare il livello di consapevolezza e di competenza digitali degli italiani di ogni età” precisa Epifani.

Un punto cardine anche dell’intervento di Tiziana Catarci, Direttrice del DIAG alla Sapienza, Università di Roma che spiega “L’obiettivo della sostenibilità digitale è la convergenza tra la sostenibilità e il digitale per sfruttare le grandi potenzialità delle tecnologie nell’ottica di creare un valore che potremmo definire socio-ecologico, che sia anche parte di una nuova proposta economica per un futuro più equo, inclusivo, solidale e sostenibile. Per raggiungere questo obiettivo però bisogna essere consapevoli dei rischi, e per questo bisogna diffondere la competenza e la conoscenza sul digitale, per tutta la popolazione. L’Intelligenza artificiale, per esempio,  è uno strumento molto potente, ma presenta anche molti rischi, dalla possibile amplificazione di pregiudizi e disuguaglianze fino al grande consumo energetico. Aspetti questi, che non vanno ignorati, anzi gestiti per evitare la generazione di problemi e sfruttarne le potenzialità”.

L’ipersemplificazione e l’iperbole di annunci rendono vano l’impatto del digitale sui comportamenti virtuosi

È anche per il basso livello di competenze, quindi, che la strada per la sostenibilità digitale sembra essere ancora in salita. Infatti, nonostante tre quarti degli italiani ritengano “urgente” affrontare problemi come il cambiamento climatico (74%) e l’inquinamento (76%), la maggior parte di essi, pur dichiarandosi consapevole delle opportunità delle tecnologie digitali per affrontare questi problemi, nel quotidiano non fa quanto potrebbe per utilizzarle come strumento di sostenibilità. Prendiamo ad esempio le applicazioni a supporto della riduzione dei consumi: gli italiani che hanno dichiarato di utilizzarle regolarmente sono il 10%, a fronte di un 13% che le usa invece raramente, e di un 27% che dichiara di non conoscerne l’esistenza. Il dato più significativo, in questo senso, è infatti rappresentato dal 49% di persone che, pur dichiarando di conoscerne l’esistenza, comunque non le adotta. E la situazione non cambia di molto se ci si riferisce alle applicazioni per la gestione del ciclo dei rifiuti (che il 38% degli italiani non conosce ed il 35% non usa pur conoscendole) e per quelle dedicate ad abbattere gli sprechi alimentari (sconosciute dal 48% degli intervistati e non usate dal 38% di quanti dichiarano di conoscerne l’esistenza).

Per Marisandra Lizzi, CEO di Mirandola Comunicazione, si deve intervenire ed un grande ruolo lo riveste, in tal senso, il mondo dei media. Consiglia “Dobbiamo semplificare i messaggi, ma senza banalizzarli. Se infatti, come risulta dai dati, le app disponibili per intervenire sulla sostenibilità a livello individuale non sono sufficientemente conosciute, il problema è proprio sulla semplificazione o sull’iper-annuncio, e cioè il modo con il quale vengono comunicate. Quello che serve sono meno annunci e più dati verificati che portano coerenza all’intero ecosistema, meno sensazionalismi e più storie anche sconosciute che motivano anche le realtà più piccole a farsi avanti, e poi, invertire la comunicazione cercando di capire io in quanto brand cosa possono fare per migliorare il pianeta. Bisogna smettere di avere un approccio over promise e in costante annuncio, passiamo alle azioni e guardiamo ai dati minimizzando le illazioni”.

Gli italiani non usano e non conoscono appieno l’impatto del digitale sulla sostenibilità

Anche Epifani sottolinea “Viviamo in un contesto nel quale la necessità di annunciare sempre e comunque cose nuove, e ciò è particolarmente vero quando si parla di tecnologia, fa si che tali novità non abbiano tempo di sedimentare ed impattare realmente sui comportamenti. E quindi spesso, sappiamo che qualcosa esiste, ma non vi dedichiamo quell’attenzione necessaria ad incidere davvero sui comportamenti, se non in tempi molto lunghi”.

A ciò si aggiunge un ulteriore problema: se da una parte le persone non usano il digitale come strumento di sostenibilità, dall’altra non si rendono nemmeno conto di quanto davvero esso impatti sull’ambiente. Più della metà degli intervistati sostiene che l’impatto ambientale della digitalizzazione sia abbastanza forte (51% del totale) e molto forte per l’8%, tuttavia sono solo il 13% coloro che riescono a quantificare correttamente il consumo effettivo di un’ora a settimana di streaming video (pari a quello di ben due frigoriferi collegati 24h).

“La situazione non cambia di molto se guardiamo alla sostenibilità economica e sociale. Si pensi ad esempio al ruolo delle piattaforme digitali, dei social network, dei motori di ricerca. Il 90% degli intervistati afferma che aziende come FacebookGoogleApple o Amazon abbiano oggi troppo potere rispetto alla possibilità di influenzare i comportamenti delle persone, ed una percentuale quasi analoga (87%) afferma che i Governi debbano preoccuparsi del problema. Tuttavia il 50% degli intervistati è dell’idea che esse debbano essere lasciate totalmente libere di agire sul mercato. Allo stesso tempo, il 92% delle persone sostiene che garantire la privacy degli utenti sia una priorità, ma il 50% sostiene anche che tutto sommato i servizi personalizzati siano più importanti della privacy” spiega Epifani che continua “Insomma: stiamo ancora elaborando questa seconda parte di dati, che saranno presentati nelle prossime settimane, ma già emerge un quadro caratterizzato da contrasti che dovremo comprendere in profondità. Farlo è fondamentale per capire come supportare il processo di sviluppo del PNRR dal punto di vista delle aziende, delle Istituzioni e, naturalmente, dei cittadini”.

Quando la tecnologia abilita la fiducia verso modelli di comportamenti virtuosi e sostenibili

Uno degli aspetti più importanti legati all’uso della tecnologia è la fiducia che nutriamo nei confronti della stessa, e che comunque condiziona la nostra percezione. Tuttavia, esistono alcune tecnologie che abilitano la costruzione di ecosistemi basati proprio sulla fiducia, e quindi dar vita a modelli di comportamento virtuosi e sostenibili. 

Questo il punto centrale del primo intervento, nella tavola rotonda moderata da Luciano Guglielmi, coordinatore del comitato di indirizzo della Fondazione, di Renato Grottola, Global Director Growth and Innovation di DNV che attacca “La fiducia è il carburante, la precondizione di qualsiasi transazione. La tecnologia può costituire uno strumento fortemente abilitante della fiducia, anche in un’ottica di sostenibilità, che porta a guardare ad un concetto di valore diverso da quello economico con cui misuriamo le transazioni commerciali. Immaginiamoci un processo di gestione del recupero delle materie prime in cui vogliamo incentivare il comportamento di una persona nel restituire materia verso un sistema che ne consenta il riuso. Dobbiamo connettere due attori, il consumatore e il produttore, che non si sono mai visti, sono lontani tra loro e quindi non si fidano. Tecnologie come la blockchain, in questo contesto, possono essere degli abilitatori fondamentali. Non soltanto creano la connessione tra gli attori coinvolti, ma lo fanno instaurando la fiducia necessaria nei confronti del processo per la gestione della transazione. Questa transazione, seppur di basso valore per unità di materia, ha un valore importantissimo in un’ottica di sistema. Permette infatti di abilitare il contributo del singolo, tramite la tecnologia, in funzione di obiettivi che oggi sono prevalentemente di dominio delle aziende”. 

Il digitale abilita l’inclusività ma espone al rischio della sicurezza digitale

Il tema della fiducia nei confronti della tecnologia si connette fortemente a quello della sicurezza digitale, soprattutto in un contesto in cui gran parte della vita delle aziende, così come dei cittadini, dipende prevalentemente dai dati. Per questo Enrico Mercadante, Director Architecture Sales and Innovation, di Cisco per il Sud Europa, nel corso del suo intervento ha sottolineato la “necessità di una cultura della sicurezza dei dati, che in Italia può migliorare ancora molto. Per Cisco il futuro è l’autenticazione senza password. Il trust verso gli strumenti e i device che utilizziamo, è un tema molto importante e lo diventerà sempre di più: ad oggi c’è un trust implicito, ci fidiamo di ciò che inseriamo, ad esempio, nei nostri smartphone, confidenti del fatto che i nostri dati siano al sicuro. Penso che nel tempo si andrà sempre più verso un trust esplicito. In altri termini in un’ottica di sostenibilità sociale gli utenti dovranno poter richiedere dove sono i loro dati, per quanto vengono conservati, chi li conserva e via dicendo. Tutte cose che sono già teoricamente nello spettro dei diritti dei cittadini, ma che diventeranno sempre più centrali nel rapporto con chi, tali dati, li gestisce”.

Per essere veramente efficaci, i concetti di sostenibilità e digitale devono essere inclusivi. E in questo gioca un ruolo ruolo fondamentale la rete che, soprattutto grazie al 5G, permette di avere più oggetti connessi per sviluppare nuovi modelli di sostenibilità e più persone connesse anche se risiedono in luoghi isolati.

Le imprese italiane ancora indietro sia lato sostenibilità che digitale

Entrando infine, nel dettaglio del tessuto economico, il punto di vista degli imprenditori italiani, riguardo al tema della tecnologia come strumento di sostenibilità, risulta altrettanto interessante. Di questo aspetto, la Fondazione si è occupata nell’ambito di una ricerca di scenario, che vede coinvolti i decisori di grandi aziende italiane.

Come spiega Epifani “A livello culturale: da un lato si parla di sostenibilità senza sapere in concreto di cosa si stia parlando e dall’altro, mancano le competenze e la consapevolezza digitale a qualsiasi livello dell’organizzazione. Se non si riesce a guardare alla sostenibilità come un elemento non soltanto funzionale al business, ma che ne ridetermina la struttura, non diventerà mai una leva di valore. Resterà soltanto un vincolo”.

Da alcune interviste emerge inoltre che in quasi nessuna azienda di grandi dimensioni esiste a livello di Cda il comitato sostenibilità, ma non mancano i vari comitati di innovazione, pari opportunità, ecc. Ciò dimostra come ancora sia distorta la visione delle imprese, rispetto alla sostenibilità: nella migliore delle ipotesi guarda a una dimensione prettamente ambientale, nella peggiore si muove in un’ottica di greenwashing.

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Claudia Costa
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