ROAD TO COP31

COP 31: tutto sul ruolo dell’innovazione per il clima


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Dal 9 al 20 novembre 2026 Antalya ospita la Conferenza ONU sul clima, con una governance condivisa tra Turchia e Australia. Dalla finanza climatica ai nuovi NDC, dall’adattamento alla transizione energetica all’innovazione. Nella Road to COP 31 di ESG360.it tutte le informazioni e gli aggiornamenti sull’evento

Pubblicato il 7 set 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



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COP 31: un appuntamento importante anche per chi non crede nei valori della sostenibilità

COP 31 è la trentunesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la UNFCCC e rappresenta il principale appuntamento internazionale durante il quale i governi sono chiamati a discutere e negoziare le misure necessarie per contrastare il riscaldamento globale e attuare l’Accordo di Parigi.

A COP 31 si riuniscono delegazioni nazionali, istituzioni internazionali, rappresentanti del mondo economico e imprenditoriale, organizzazioni non governative, scienziati, amministrazioni locali e rappresentanti della società civile.

Per la precisione, poi, con COP 31 si indica in generale l’intero summit che comprende sia la vera e propria Conferenza delle Parti della Convenzione sul clima, unitamente alla riunione delle Parti del Protocollo di Kyoto e quella delle Parti dell’Accordo di Parigi. A queste si aggiungono i lavori degli organismi tecnici della UNFCCC. All’interno della conferenza è previsto anche il World Leaders’ Summit, in programma l’11 e il 12 novembre, un evento politico a cui parteciperanno capi di Stato e di governo per confrtontarsi sulle rispettive priorità a livello nazionale, per annunciare o analizzare iniziative e cercare di imprimere un’accelerazione ai negoziati.

COP 31: dal 9 al 20 novembre 2026 ad Antalya, in Turchia

La COP 31 si svolgerà ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre 2026, secondo il calendario ufficiale della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che potete analizzare in dettaglio QUI.

L’evento si tiene appunto ad Antalya, città affacciata sul Mediterraneo, ma la conduzione politica, negoziale e la governance complessiva di COP 31 prevede la collaborazione tra Turchia e Australia sulla base di una intesa raggiunta dopo che entrambi i Paesi avevano presentato la propria candidatura.

Il presidente dlle Conferenza delle Parti è il ministro turco dell’Ambiente, dell’Urbanizzazione e dei Cambiamenti climatici Murat Kurum mentre il ministro australiano per i Cambiamenti climatici e l’Energia Chris Bowen ricopre il ruolo di presidente dei negoziati.

Dal punto di vista della governance complessiva di COP 31 si può dire che la Turchia cura la presidenza in generale, mentre l’Australia assume un ruolo centrale nella conduzione delle trattative tra i Paesi. Questa collaborazione è stata definita anche per garantire una speciale attenzione alle priorità climatiche del Pacifico.

ESG360.it ha predisposto un percorso Road to COP 31 con tutti gli aggiornamenti per conoscere tutto quanto è importante sapere sulla Conferenza delle Parti numero 31. ESG360 aveva suguito anche COP 26, COP 27, COP 28, COP 29, COP 30.

COP 31: il coinvolgimento fondamentale dei Paesi del Pacifico

La partecipazione australiana dovrebbe contribuire a mantenere in primo piano le richieste dei piccoli Stati insulari del Pacifico, tra i territori più esposti all’innalzamento del livello del mare, agli eventi meteorologici estremi, alla perdita di ecosistemi e ai danni economici provocati dal cambiamento climatico.

Il coinvolgimento del Pacifico sarà particolarmente rilevante relativamente ai temi sull’adattamento, sui finanziamenti, sulle perdite e danni e sulla protezione delle comunità vulnerabili.

Dalla definizione degli obiettivi alla loro attuazione

La COP 31 viene presentata soprattutto come una conferenza dell’implementazione. Dopo anni di obiettivi, impegni e dichiarazioni, la priorità è più che mai quella di trasformare le decisioni internazionali in politiche, investimenti e progetti reali. L’avvicinamento alla Confernza è poi caratterizzato dalla ricerca UNEP Limiting Overshoot che attesta che l’obiettivo di evitare il superamento di un aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto all’Era preindustriale è purtroppo, almeno temporaneamente, irraggiungibile.

Il punto di partenza resta l’obiettivo dell’Accordo di Parigi: mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e proseguire gli sforzi per invertire l’attuale tendenza e tornare a limitarlo a 1,5 °C.

La distanza tra gli impegni dichiarati e le azioni effettivamente adottate rende però sempre più difficile rispettare questa traiettoria. COP 31 dovrà quindi verificare non soltanto il livello di ambizione dei Paesi, ma soprattutto la credibilità degli strumenti messi in campo per realizzarla.

I nuovi obiettivi climatici nazionali

Uno dei dossier centrali riguarda i contributi determinati a livello nazionale, gli NDC Nationally Determined Contribution, attraverso i quali ogni Paese comunica i propri obiettivi di riduzione delle emissioni e le politiche previste per raggiungerli.

La nuova generazione di piani, spesso definita NDC 3.0, deve tenere conto dei risultati del primo Global Stocktake, il bilancio globale sull’attuazione dell’Accordo di Parigi. Secondo la UNFCCC, i nuovi NDC devono rappresentare un progresso rispetto agli impegni precedenti ed essere caratterizzati da una maggiore ambizione.

Alla COP 31 sarà importante valutare quanti Paesi abbiano presentato piani aggiornati, se questi coprano tutti i settori economici e tutti i gas serra e se siano accompagnati da misure finanziarie, normative e industriali credibili.

Focus sull’implementation gap: il divario tra promesse e politiche

La questione non riguarda soltanto gli obiettivi fissati per il 2035. Molti governi devono ancora dimostrare di essere in linea con quelli previsti per il 2030.

Un NDC può essere formalmente ambizioso ma poco efficace se non contiene scadenze intermedie, risorse, responsabilità e strumenti di verifica. La COP 31 dovrà quindi concentrarsi sul cosiddetto implementation gap, la distanza tra ciò che i Paesi promettono e ciò che riescono realmente a realizzare.

Transizione energetica ed elettrificazione

La transizione verso un sistema energetico pulito rappresenta una delle priorità indicate dalla presidenza della COP 31. Il confronto riguarderà l’espansione delle energie rinnovabili, l’efficienza energetica, le reti, i sistemi di accumulo e l’elettrificazione di trasporti, edifici e processi industriali. Leggi a questo proposito il servizio sul report IEA relativo alle Energy technology.

Nel percorso avviato con il primo Global Stocktake, i Paesi sono chiamati a contribuire alla triplicazione della capacità rinnovabile mondiale, al raddoppio del ritmo di miglioramento dell’efficienza energetica e alla transizione dai combustibili fossili.

La presidenza ha inoltre proposto di portare l’elettricità al 35% della domanda finale mondiale di energia entro il 2035. La prospettiva è utilizzare elettricità progressivamente decarbonizzata per ridurre il consumo diretto di petrolio, gas e carbone. Leggi a questo proposito i dati relativi al processo di elettrificazione in Europa.

Il nodo dei combustibili fossili

La formulazione adottata a COP 28 sulla transizione dai combustibili fossili continua a essere oggetto di interpretazioni differenti. Alcuni Paesi chiedono una roadmap precisa per ridurre carbone, petrolio e gas; altri insistono sulla neutralità tecnologica, sulla sicurezza energetica e sul ruolo delle tecnologie di abbattimento delle emissioni.

Le divergenze riguardano tempi, responsabilità e costi della transizione. I Paesi in via di sviluppo sostengono che non si possano imporre gli stessi percorsi a economie con capacità finanziarie e condizioni energetiche molto diverse.

La finanza climatica sempre più importante anche a COP 31

La finanza sarà uno dei dossier più delicati della COP 31. Senza un aumento delle risorse disponibili, molti Paesi non possono realizzare i propri NDC, rafforzare le infrastrutture, proteggere le popolazioni o affrontare perdite e danni.

Il confronto riguarderà l’attuazione del nuovo obiettivo collettivo quantificato sulla finanza climatica, la mobilitazione di capitali pubblici e privati e il percorso per portare i flussi complessivi destinati all’azione climatica dei Paesi in via di sviluppo verso 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035.

La discussione non riguarda soltanto la quantità, ma anche la qualità della finanza. I Paesi più vulnerabili chiedono una quota maggiore di contributi a fondo perduto, procedure più semplici, accesso diretto ai fondi e un minore ricorso a prestiti capaci di accrescere l’indebitamento.

Chi deve pagare la transizione

Uno dei punti di maggiore tensione riguarda la ripartizione delle responsabilità. Le economie avanzate richiamano il crescente peso emissivo dei grandi Paesi emergenti e la necessità di ampliare la base dei contributori. I Paesi in via di sviluppo ricordano invece le responsabilità storiche delle nazioni industrializzate e gli obblighi finanziari previsti dalla Convenzione e dall’Accordo di Parigi.

Su questo confronto pesano l’aumento del debito, i tassi di interesse, le crisi geopolitiche e la competizione tra spesa climatica, difesa e politiche sociali.

Adattamento e resilienza

L’adattamento riguarda le misure necessarie per ridurre i danni provocati da impatti climatici che non possono più essere evitati. Comprende infrastrutture resilienti, sistemi di allerta, gestione dell’acqua, protezione delle coste, agricoltura adattata al clima, servizi sanitari e piani contro ondate di calore, siccità e alluvioni.

A COP 31 dovranno proseguire i lavori sul Global Goal on Adaptation, l’obiettivo globale di adattamento previsto dall’Accordo di Parigi. Una questione centrale è la definizione e l’impiego di indicatori capaci di misurare i progressi, senza penalizzare i Paesi che dispongono di minori capacità statistiche e amministrative.

Il problema è anche finanziario: l’adattamento attira meno capitali privati rispetto alle attività di mitigazione perché i suoi benefici sono spesso collettivi, territoriali e difficili da trasformare in ricavi.

Perdite e danni: COP 31 deve trovare una sintesi sui temi del loss and damange

Il dossier loss and damage riguarda le conseguenze climatiche alle quali non è più possibile adattarsi completamente: distruzione di abitazioni e infrastrutture, perdita di territori, danni all’agricoltura, trasferimenti forzati e scomparsa di patrimoni naturali e culturali.

Il fondo dedicato alle perdite e ai danni è operativo, ma resta aperta la questione dell’adeguatezza delle risorse. I Paesi vulnerabili chiedono finanziamenti prevedibili, accessibili e proporzionati alla crescita degli impatti.

La COP 31 dovrà verificare come tradurre l’architettura istituzionale costruita negli ultimi anni in un sostegno rapido per le comunità colpite.

Transizione giusta e impatto sociale

La decarbonizzazione modifica sistemi produttivi, mercati del lavoro e territori. Il concetto di just transition punta a evitare che i costi ricadano soprattutto su lavoratori, famiglie vulnerabili e comunità dipendenti dalle industrie fossili. Concretamente i temi riguardano la necessità di garantire lavoro dignitoso, formazione, competenze adeguate, protezione sociale e diversificazione delle economie locali. La transizione giusta richiede risorse, capacità amministrativa e partecipazione dei soggetti interessati per fare in modo che l’azione climatica non venga percepita come una fonte di disuguaglianze.

Agricoltura, acqua e sicurezza alimentare

Cambiamento climatico, disponibilità idrica e produzione alimentare sono strettamente collegati. La COP 31 dedicherà attenzione alla resilienza dei sistemi agricoli, alla gestione sostenibile dell’acqua e alla riduzione delle emissioni della filiera agroalimentare.

Le questioni più delicate riguardano il sostegno ai piccoli agricoltori, l’accesso alle tecnologie, la tutela della biodiversità, la sicurezza alimentare e la necessità di ridurre le emissioni senza compromettere reddito e disponibilità di cibo.

In sintesi le dieci priorità della Action Agenda

Accanto ai negoziati formali, la presidenza ha definito una Action Agenda orientata a partenariati, investimenti e soluzioni applicabili su larga scala con dieci priorità:

  1. Transizione energetica pulita ed elettrificazione;
  2. Riduzione dei rifiuti e del metano;
  3. Città resilienti al cambiamento climatico;
  4. Industrializzazione verde;
  5. Giovani e istruzione;
  6. Sicurezza alimentare;
  7. Oceani e mari;
  8. Sistemi sanitari dinamici e resilienti;
  9. Sinergie tra clima, biodiversità e territorio;
  10. Climate Implementation Bridge, per trasformare gli obiettivi nazionali in portafogli di progetti finanziabili.

Finanza, tecnologia e rafforzamento delle capacità sono fattori trasversali a tutte le priorità.

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