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Tracciabilità alimentare e carbon farming: il sistema agroalimentare punta sull’innovazione 



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Dall’agrifoodtech alla sostenibilità, passando per innovazione, ricerca e imprenditorialità. In questo approfondimento, Virgilio Maretto racconta come le nuove tecnologie stanno trasformando il settore agroalimentare e quali sfide attendono le imprese che vogliono generare valore e impatto positivo

Pubblicato il 5 giu 2026



Carbon farming e Intelligenza artificiale per calcolare e valorizzare il sequestro di carbonio nelle imprese agricole in Europa
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 In Italia ogni anno vengono sequestrati prodotti alimentari contraffatti. Allo stesso tempo, il sistema agricolo è tra i principali emettitori di gas serra, ma il contributo reale del suolo in termini di assorbimento di CO2 resta poco quantificato. In entrambi i casi emerge lo stesso limite: la difficoltà di accedere a dati affidabili e verificabili lungo la filiera. 

Agrifood: l’importanza di disporre di dati affidabili e completi

Quando acquistiamo un prodotto al supermercato, quali informazioni sono realmente utili? Le etichette forniscono dati standardizzati (peso, ingredienti, scadenza), ma non consentono di ricostruire con precisione l’origine del prodotto, i passaggi della filiera o le pratiche agricole adottate. Il nodo non è la quantità di informazioni disponibili, ma la loro verificabilità. 

Una dinamica analoga si osserva sull’ambito climatico. Il settore agroalimentare viene generalmente classificato tra i principali responsabili delle emissioni globali ma è una lettura incompleta. Con tecniche agronomiche adeguate, il suolo è anche un importante serbatoio di carbonio: in alcuni casi, con le pratiche giuste, il bilancio complessivo delle emissioni agricole può diventare addirittura negativo. La criticità risiede nella capacità di quantificare questo contributo in modo robusto e standardizzato, prerequisito per qualsiasi meccanismo di valorizzazione economica. 

Tracciabilità alimentare e carbon farming

Tracciabilità alimentare e carbon farming appaiono come ambiti distinti. In realtà condividono una trasformazione comune: il passaggio da un modello dichiarativo a uno fondato su dati certificabili. Un cambiamento che richiede infrastrutture tecnologiche, standard condivisi e una diffusione più ampia della cultura del dato. 

La tracciabilità alimentare: non basta dichiarare, serve dimostrare

Negli ultimi anni la blockchain è stata spesso proposta come soluzione alla trasparenza delle filiere. L’esperienza sul campo restituisce una visione più articolata. “La blockchain non garantisce che le informazioni siano vere” osserva Virgilio Maretto, ingegnere e imprenditore agrifoodtech.Se i dati inseriti sono errati, restano tali anche su un registro distribuito.” 

Il valore della blockchain è altrove: nell’immutabilità del dato e nella tracciabilità della sua origine. Ogni informazione è associata a un soggetto, a un momento preciso e a diritti di accesso definiti. Questo meccanismo introduce un deterrente significativo rispetto a comportamenti opportunistici: chi vuole frodare non vuole lasciare una traccia permanente. 

Informazioni difficili da gestire con le etichette tradizionali

Applicata alla filiera alimentare, questa logica consente di rendere accessibili informazioni difficilmente gestibili attraverso le etichette tradizionali: origine puntuale, varietà specifiche, passaggi intermedi. Elementi rilevanti per la tutela della biodiversità, la lotta alla contraffazione e la valorizzazione delle eccellenze territoriali. Oggi esistono oltre 250 varietà di mele, ma solo una minima parte è riconosciuta dal consumatore medio. 

La barriera principale non è tecnologica, ma economica e culturale. L’adozione su larga scala richiede soluzioni accessibili anche alle PMI, che rappresentano la struttura portante del settore agroalimentare italiano. Standardizzazione, riduzione dei costi e semplicità d’uso diventano fattori critici. Senza questo passaggio, la trasparenza nella filiera resta un privilegio di pochi. 

Un discorso analogo vale per la misurazione nutrizionale. Le tabelle riportano valori medi, non il contenuto effettivo dell’alimento nel momento del consumo. Una mela conservata in frigo per dieci giorni può avere un contenuto zuccherino superiore a quello di una banana. Tecnologie basate su spettroscopia, integrate in dispositivi portatili, permettono già oggi analisi in tempo reale. La diffusione resta limitata, così come la consapevolezza dei benefici.

Carbon farming: dalla pratica agricola al valore economico

Il carbon farming si fonda su pratiche agronomiche consolidate: riduzione della lavorazione del suolo, gestione dei residui vegetali, tecniche di potatura sostenibile. L’elemento di novità riguarda la possibilità di misurarne l’impatto e tradurlo in valore economico. 

Il settore agricolo presenta una doppia natura: fonte di emissioni e, allo stesso tempo, sistema di assorbimento della CO2. Un suolo gestito in modo efficiente può accumulare carbonio nel tempo, contribuendo al bilancio climatico complessivo dell’attività agricola. Con le pratiche giuste, quel bilancio può diventare addirittura negativo dove l’agricoltura non solo riduce le proprie emissioni, ma le compensa attivamente. La questione chiave è la capacità di rilevare questo contributo in modo accurato e certificabile. 

Dalle autocertificazioni ai risultati misurati

I modelli tradizionali si basavano su autocertificazioni: alle pratiche dichiarate corrispondeva un numero standard di crediti di carbonio. Il nuovo approccio, promosso anche a livello europeo, introduce una logica basata sui risultati misurati. I crediti vengono assegnati in funzione della quantità effettiva di carbonio sequestrato. 

Tecnologie IoT come i TreeTalker, sviluppati dal professor Riccardo Valentini dell’Università della Tuscia, co-vincitore del Nobel per la Pace nel 2007 insieme all’IPCC per i lavori sui cicli del carbonio, consentono di monitorare in tempo reale i flussi di CO2 tra suolo e vegetazione. Strumenti già disponibili, la cui adozione richiede competenze specifiche e integrazione nei processi aziendali. 

Crediti di carbonio come fonte di reddito aggiuntiva

Per gli agricoltori, il carbon farming non introduce necessariamente nuovi oneri operativi. Molte pratiche sono già incentivate dalla Politica Agricola Comune. La possibilità di generare crediti di carbonio rappresenta una fonte di reddito aggiuntiva a partire da attività già in essere. La sfida è far capire agli agricoltori che il lavoro che già fanno bene ha un valore economico che non stanno ancora incassando. 

Il principale vincolo riguarda oggi le competenze. L’Università della Tuscia, sotto la direzione scientifica del professor Valentini, ha avviato uno dei primi master in Europa focalizzati sul carbon farming. Il programma forma figure in grado di connettere pratiche agronomiche, misurazione scientifica e meccanismi di mercato legati ai crediti di carbonio. Non si tratta di un’iniziativa accademica isolata, ma di una risposta a una domanda crescente di competenze che oggi il mercato fatica a soddisfare. 

Tracciabilità alimentare e carbon farming: serve una nuova cultura del dato

Tracciabilità alimentare e carbon farming non sono obiettivi lontani. Gli strumenti ci sono, le normative europee stanno dando la direzione, le prime esperienze sul campo dimostrano che funziona. Quello che serve ora è diffusione: rendere accessibili tecnologie che esistono già, formare le competenze per usarle, costruire una cultura del dato nel sistema agroalimentare italiano. Non è un salto nel buio. È un percorso già cominciato. 

Questo articolo è tratto dall’episodio del podcast Impact4Innovation, dedicato all’innovazione di impatto e ai suoi protagonisti. L’intervento di Virgilio Maretto, imprenditore nel settore agrifoodtech e docente universitario, è disponibile su Spotify, Apple Podcast e YouTube. 

Leggi anche i servizi su Mobilità urbana; Innovability; AI che ascolta le città e AI nel vivaio

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