La CSRD, con il principio della Doppia Materialità, ha sancito in modo “ufficiale” il valore di un rapporto tra clima e competitività aziendale. Una relazione questa che per molte realtà si concretizza in operazioni legate direttamente o indirettamente alla misurazione e alla rendicontazione di sostenibilità. Tuttavia, al di là della necessità di adempiere agli obblighi stabiliti dalle normative o determinati dalle regole di procurement di filiera, è importante conoscere se e come le imprese vivono il rapporto tra clima e competitività, ovvero se è una dimensione che sono “costrette a subire” o se rappresenta una occasione di innovazione e di sviluppo.
Clima e competitività: una svolta verso la maturità climatica
L’occasione per fare il punto sul rapporto tra clima e competitività e dunque su uno dei fattori che più stanno incidendo sulla trasformazione dell’economia e dell’ambiente sociale è rappresentata dal Barometro Argos-BCG 2026 che mostra, proprio su questi temi, un vero punto di svolta nell’atteggiamento delle piccole e medie imprese (PMI) e delle società mid-cap in Europa.
E infatti l’evidenza più significativa del report riguarda il fatto che nonostante un contesto geopolitico ed economico incerto, l’impegno verso la transizione climatica non solo resiste, ma entra in una fase di piena maturità strategica.
Verso una interpretazione della decarbonizzazione come generazione di valore
Oggi, l’88% dei dirigenti europei considera la riduzione delle emissioni di gas serra (GHG) come un elemento “importante” o “fondamentale” per la propria strategia aziendale. Questo dato conferma che la decarbonizzazione non è più percepita come un’iniziativa di sostenibilità ciclica, ma come un approccio strategico a lungo termine. Parallelamente, il 73% delle aziende vede in questo processo un’opportunità di creazione di valore, un sentimento che rimane solido nonostante la maggiore consapevolezza dei rischi e dei tempi necessari per il ritorno degli investimenti.
Verso una trasformazione strutturale nel rapporto tra clima e competitività
Il 2026 evidenzia un cambiamento qualitativo nelle azioni intraprese dalle imprese. Dopo aver implementato le cosiddette “quick wins” (ottimizzazioni operative e risparmio energetico), le aziende si stanno orientando verso trasformazioni strutturali del core business.
L’ascesa dell’eco-design e dei nuovi modelli di business
I dati mostrano un’accelerazione decisa verso l’innovazione di prodotto sulla spinta di una trasformazione nelle scelte dei consumatori e di una normativa che, a prescindere da alcuni rallentamenti, sta rendendo sempre più chiaro il valore della sostenibilità. In questo senso il Barometro sottolinea che:
- Il 54% delle imprese ha adattato il proprio modello di business per ridurre l’impronta di carbonio, ad esempio creando nuove offerte di prodotti o servizi ecologici; questa percentuale è raddoppiata rispetto al 2023.
- Il 58% ha adottato approcci di eco-design, con un incremento di 11 punti percentuali rispetto al 2025. L’eco-design è diventato una leva di margine e crescita, spinto dalla regolamentazione (citata come primo driver dal 70% delle imprese) e dalle richieste dei clienti B2B.
L’importanza di integrare la decarbonizzazione nel vantaggio competitivo aziendale
Per la prima volta, i benefici economici della transizione sono diffusi e tangibili. Il 56% degli intervistati dichiara di aver già ottenuto un vantaggio competitivo grazie alla decarbonizzazione, un valore triplicato rispetto al 2023.
Il ruolo delle strategie strutturate
Il successo non è casuale: il 66% delle aziende che hanno riscontrato un vantaggio competitivo sono quelle che hanno combinato gli investimenti con una strategia climatica strutturata. Queste aziende, definite “Achievers”, rappresentano il 34% del campione e investono in linea con roadmap chiare e misurazioni precise dell’impronta di carbonio. Tra i benefici citati figurano:
- Efficienza energetica e risparmio sui costi (70%).
- Conquista di nuovi mercati o aumento delle quote di mercato (48%).
- Miglioramento delle condizioni di finanziamento (45%).
Il nodo dei finanziamenti
Nonostante l’ambizione elevata, il percorso verso la neutralità climatica presenta ancora una serie di ostacoli significativi. I vincoli finanziari rimangono la problematica principale per il 58% delle imprese, una barriera particolarmente sentita dalle aziende che ancora faticano a strutturare il proprio approccio.
La semplificazione normativa “Omnibus”
Il contesto regolatorio sta cambiando con la Direttiva Omnibus I, che mira a ridurre la pressione amministrativa escludendo le aziende più piccole dagli obblighi diretti di rendicontazione (CSRD e CSDDD). Tuttavia, questo rischia di diluire gli incentivi per alcune imprese, mentre la pressione indiretta continua a trasmettersi attraverso le catene di fornitura (vedi strategie Scope 3) dei grandi gruppi.
Le imprese italiane tra ottimismo e ostacoli
Le medie imprese italiane si distinguono nel panorama europeo per il loro approccio ambivalente. Da un lato, l’Italia è il mercato più ottimista: l’87% considera la transizione un’opportunità e il 47% sta accelerando i propri sforzi, il tasso più alto in Europa.
Il problema di un divario tra volontà e capitale
Dall’altro lato, solo il 9% delle imprese italiane sta impegnando capitali significativi (oltre il 10% della spesa annuale), il dato più basso del panel. Questo divario è causato da un deterioramento del contesto politico: nel 2025 le risorse del PNRR per la decarbonizzazione sono state riassegnate e gli incentivi di Transizione 5.0 si sono esauriti rapidamente, lasciando molte aziende in attesa di nuovi fondi e certezze normative.
Adattamento: perché impatta sul rapporto tra clima e competitività
Mentre la decarbonizzazione è ormai prioritaria, l’adattamento ai cambiamenti climatici rimane un “punto cieco” strategico. Il 63% delle PMI europee ha subìto eventi climatici negli ultimi tre anni (come le alluvioni a Milano e Valencia o le siccità nel Sud Italia), con il 15% che riporta impatti severi. Tuttavia, solo l’8% ha implementato misure di prevenzione strutturate. Settori come l’agroalimentare e la chimica sono i più esposti, rendendo l’adattamento non solo una necessità di protezione, ma una potenziale leva di differenziazione operativa.









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