Il settore della difesa tra geopolitica e finanza sostenibile
Le spese per la difesa hanno assunto una priorità nel dibattito pubblico che non ha eguali nel passato. Non tanto e non solo per la quota di investimenti che incide sui busdget di spesa nazionali quanto per il confronto che si è sollevato in relazione all’opportunità di questi investimenti e alle scelte che li sostengono. Anche nel caso delle posizioni più “morbide” che giustificano questa spese come risorse da destinare a forme di deterrenza sorge inevitabilmente il dubbio legato alla sostenibilità complessiva – e non solo economica – di questi investimenti.
Certamente è indiscutibile che l’attuale scenario internazionale, caratterizzato com’è da fortissime tensioni geopolitiche, da conflitti caratterizzati da evoluzioni spesso imprevedibili, ha riportato la sicurezza e la difesa ai vertici delle priorità delle agende dei paesi europei. Una priorità che necessità di essere letta, interpretata e analizzata alla luce dei tanti fattori che la possono accelerare o al contrario rallentare o frenare. Uno di questi fattori è certamente rappresentato dalle posizioni in relazione agli investimenti nella Difesa da parte della finanza sostenibile. (Su questo tema leggi anche il contributo su Difesa e ESG n.d.r.)
Eurosif mette sotto la lente l’interazione tra gli investimenti sostenibili e il comparto della difesa.
Ed è proprio in questo scenario che si è mossa Eurosif, l’associazione paneuropea per la promozione della finanza sostenibile, che ha pubblicato un documento di discussione nel quale si analizza l’interazione tra gli investimenti sostenibili e il comparto della difesa. La pressione sugli Stati membri dell’UE per aumentare la spesa militare è in costante aumento, sollevando interrogativi complessi sul ruolo che i capitali privati, e in particolare quelli orientati alla sostenibilità, dovrebbero o potrebbero avere in questo processo.
In particolare il documento Eurosif intende offrire una base oggettiva alla discussione. Come mette in chiara evidenza la direttrice Aleksandra Palinska, il dibattito spesso cerca risposte semplici a problemi che sono invece intrinsecamente complessi, influenzati da contesti culturali, storici e geografici profondamente diversi tra gli investitori europei.
La distinzione tra finanziamento pubblico e investimento privato
Un punto cardine dell’analisi riguarda la necessità di distinguere nettamente i canali di finanziamento della difesa. La responsabilità primaria di garantire la sicurezza dei cittadini e di potenziare le capacità militari ricade sui governi attraverso i bilanci pubblici e gli appalti.
Finanza e difesa: il peso della spesa pubblica
Le spese totali per la difesa nell’UE hanno raggiunto i 326 miliardi di euro nel 2024, una media dell’1,9% del PIL, con forti pressioni politiche per innalzare tale soglia fino al 5%. La maggior parte di questi fondi (circa l’80% per i paesi UE nel 2024) è destinata al public procurement, ovvero all’acquisto diretto di attrezzature e servizi dalle aziende del settore. Esistono inoltre programmi specifici a livello europeo, come il Fondo Europeo per la Difesa, che stanziano circa 4 miliardi di euro l’anno, e recentemente anche la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha ampliato i propri criteri di ammissibilità per includere progetti legati alla sicurezza e alla difesa.
Il ruolo dei mercati finanziari privati negli investimenti per la difesa
Le istituzioni finanziarie private intervengono principalmente acquistando azioni e titoli sul mercato secondario. Sebbene questo approccio possa supportare indirettamente la crescita di un’azienda migliorandone la liquidità e riducendo il costo del capitale, gli investitori privati sono guidati dal dovere fiduciario verso i propri clienti. Molti investitori sostengono che non spetti alle istituzioni finanziarie il compito di finanziare direttamente lo sviluppo delle capacità di difesa nazionale. In quanto. si tratta di una funzione che deve restare in capo alle autorità pubbliche.
Uno sguardo all’evoluzione dei mercati e alle performance dei titoli della difesa
Negli ultimi anni si è assistito a una crescita significativa del flusso di investimenti privati verso le società della difesa, una crescita che è stata spinta sia dalle prospettive di rendimento finanziario sia dal mutato contesto politico.
I prezzi delle azioni delle aziende europee del settore sono quasi triplicati dal 2022, registrando un ulteriore incremento del 9% solo nei primi tre trimestri del 2025. Questa performance ha reso i titoli della difesa estremamente attraenti anche per portafogli non strettamente legati a criteri ESG.
L’esposizione dei fondi ESG
I dati mostrano un cambiamento rilevante anche nei fondi che promuovono caratteristiche ambientali o sociali (i cosiddetti fondi “Articolo 8” secondo la normativa SFDR). Se a fine 2021 solo un terzo di questi fondi era esposto al settore della difesa, nel secondo trimestre del 2025 la quota è salita a oltre la metà. Tuttavia, l’esposizione media ponderata di questi fondi resta inferiore rispetto ai fondi tradizionali (1,42% contro il 2,52% di fine 2025). I fondi con un obiettivo di investimento sostenibile più rigoroso (“Articolo 9”) mostrano una crescita molto più contenuta, passando dallo 0,29% allo 0,47% nello stesso periodo.
Il quadro normativo dell’Unione Europea e la neutralità settoriale
Uno dei temi più dibattuti è se il settore della difesa possa essere considerato “socialmente sostenibile” in quanto garante della pace e della stabilità, prerequisiti per il rispetto dei diritti umani.
La neutralità del framework legislativo
Eurosif chiarisce che le attuali regole europee sulla finanza sostenibile sono “settorialmente neutre“. Ciò significa che la normativa non proibisce l’investimento nella difesa, ma non lo definisce nemmeno automaticamente come sostenibile. La Commissione Europea ha recentemente confermato che, pur non essendoci divieti, gli investimenti devono comunque rispettare criteri specifici per essere classificati come tali, respingendo l’idea che la difesa sia sostenibile per default solo sulla base della propria natura strategica.
La normativa SFDR e il principio DNSH
Il regolamento SFDR introduce il principio del “non arrecare danno significativo” (Do No Significant Harm – DNSH). Per essere considerato sostenibile, un investimento non deve causare danni agli obiettivi ambientali o sociali dell’UE. In questo contesto, i partecipanti al mercato finanziario utilizzano indicatori di impatto avverso (PAI), come l’esposizione ad armi controverse o violazioni dei diritti umani, per valutare l’ammissibilità dei titoli.
Le diverse prospettive degli investitori: tra etica e rischio
La comunità degli investitori europei è frammentata riguardo all’inclusione della difesa nei portafogli sostenibili, con posizioni che variano in base a principi etici o valutazioni di rischio materiale.
L’esclusione a priori per motivi etici
Alcuni investitori adottano un approccio precauzionale basato su valori etici o religiosi, escludendo totalmente il settore. Essi sostengono che la produzione di armi sia intrinsecamente incompatibile con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite, in particolare l’SDG 16 che promuove società pacifiche. Esiste inoltre la preoccupazione pratica che sia difficile distinguere tra l’uso difensivo o offensivo dei prodotti militari e tra usi civili e militari nelle tecnologie cosiddette “dual-use”.
Valutazione dei rischi ESG e gestione della catena del valore
Altri investitori non escludono il settore ma lo approcciano con cautela a causa degli elevati rischi ESG. La difesa è uno dei settori industriali più inquinanti, responsabile di circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra, con criticità legate alla gestione delle materie prime provenienti da zone di conflitto e all’uso di sostanze pericolose. Sul piano della governance, i rischi sono legati alla cybersicurezza, alla corruzione e alla mancanza di trasparenza nei contratti pubblici e nella destinazione finale delle armi esportate.
Criteri di selezione: armi proibite e “dual-use”
Un terreno comune per quasi tutti gli investitori ESG è l’esclusione delle “armi controverse” o “proibite”.
Le “linee rosse” del mercato
Circa il 92% dei fondi con obiettivi di sostenibilità esclude aziende coinvolte in armi proibite da trattati internazionali, come mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche. Il documento Eurosif sottolinea che quasi nessuna delle aziende quotate europee produce tali armi, il che rende questa esclusione un criterio ampiamente accettato ma con un impatto limitato sul comparto della difesa dell’UE. Tuttavia, alcuni stati membri hanno recentemente mostrato l’intenzione di ritirarsi da alcuni di questi trattati internazionali, il che potrebbe cambiare gli scenari futuri.
La sfida delle armi nucleari e delle tecnologie dual-use
Le armi nucleari rappresentano una categoria a parte: molti investitori le escludono per principio, mentre altri continuano a investirvi se collegate a paesi che aderiscono al Trattato di Non Proliferazione. Ancora più complessa è la gestione dei prodotti “dual-use”, ovvero beni e tecnologie (come software di sorveglianza o intelligenza artificiale) che possono essere usati sia per fini civili che militari. La rapida evoluzione tecnologica rende difficile per gli investitori tracciare l’uso finale di questi prodotti e valutare i rischi di violazione dei diritti umani.
Finanza sostenibile e difesa: la sintesi va cercata in una forma di engagement attivo
Il documento di analisi Eurosif arriva sostanzialmente alla conclusione che l’investimento nella difesa rimarrà una scelta discrezionale delle istituzioni finanziarie e dei loro clienti. Una scelta basata fondamentalmente su mandati specifici e sulla tolleranza al rischio. Per gli investitori che scelgono di mantenere esposizioni nel settore, lo strumento principale per mitigare i rischi sarà di fatto l’engagement o azionariato attivo.
Solo attraverso forme di dialogo diretto con i vertici aziendali, l’esercizio dei diritti di voto e la presentazione di risoluzioni nelle assemblee degli azionisti, gli investitori possono spingere le aziende della difesa verso una maggiore trasparenza, una migliore gestione dei rischi ambientali e una conformità ai controlli sulle esportazioni e agli standard internazionali sui diritti umani. Il disinvestimento rimane infine l’ultima risorsa laddove non si riscontrino miglioramenti nelle pratiche aziendali.












