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Retail sostenibile, l’Italia crede nei consumi circolari



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Il nuovo Barometro del Retail Sostenibile di BearingPoint fotografa un’Italia che si muove verso modelli di consumo circolari: seconda mano, riparazione e filiera corta entrano nelle abitudini dei consumatori. Cresce poi la domanda di trasparenza e autenticità nei brand e i consumatori chiedono impatti concreti e misurabili

Pubblicato il 13 feb 2026



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La transizione verso modelli di consumo più sostenibili e circolari sta modificando profondamente le abitudini degli italiani. L’interesse per fenomeni come remanufacturing, prodotti di seconda mano, o riparazioni sta crescendo in modo importante. Insieme a questo fenomeno si registra anche una maggiore attenzione alla filiera alimentare corta, che riflette a sua volta una consapevolezza diffusa sui temi ambientali e sociali. In questo contesto, i consumatori si muovono con criteri sempre più selettivi nella scelta dei brand, mostrando aspettative nuove che non si limitano al prodotto ma abbracciano trasparenza, responsabilità sociale e coerenza nelle pratiche aziendali.

Retail sostenibile: un percorso verso l’ESG e la circolarità

Il tema della sostenibilità nel retail europeo sta attraversando una fase di maturazione che ridefinisce priorità e comportamenti sia lato offerta sia domanda. La nuova edizione del Barometro del Retail Sostenibile, realizzata da BearingPoint su un campione di 4.000 consumatori in cinque Paesi UE, offre uno spaccato delle trasformazioni che stanno investendo le scelte di acquisto: il fenomeno della sostenibilità non si limita più a nicchie sensibili all’ambiente, ma caratterizza in profondità le dinamiche dei mercati principali. In Italia, il quadro tratteggiato dallo studio mette in luce un cambiamento strutturale nei modelli di consumo, con ripercussioni tangibili sulla filiera e sulle strategie di brand positioning. Da questo quadro emerge una domanda che riconosce valore alla circolarità, esige trasparenza e si orienta su pratiche concrete piuttosto che su dichiarazioni d’intenti.

Italia leader europeo nella circolarità: seconda mano e riparazione diventano mainstream

L’Italia si colloca in prima linea tra i mercati europei per l’adozione sistematica di pratiche circolari (leggi il servizio Economia circolare tra percezione e realtà n.d.r.), segnando una discontinuità rispetto a competitor storici come Francia e Germania. Il dato più significativo riguarda la normalizzazione dell’acquisto di prodotti di seconda mano (69%) e la diffusione della rivendita tra privati (70%), entrambi valori superiori alla media continentale. Anche la riparazione – praticata dall’85% degli intervistati – e la donazione superano la soglia dell’80%, evidenziando una propensione consolidata a prolungare il ciclo di vita dei beni. Questo orientamento si riflette soprattutto nei comparti moda (leggi i servizi sulla moda sostenibile e sulla moda circolare n.d.r.) e tecnologia, dove l’estensione del valore d’uso diventa un criterio guida nelle decisioni di acquisto. Le imprese sono così chiamate a rivedere le proprie strategie lungo tutta la catena del valore, integrando servizi post-vendita e modelli di business basati sull’economia circolare.

Consumi alimentari sostenibili tra filiera corta e nuove abitudini generazionali caratterizzano il retail sostenibile

Nel contesto alimentare, la sostenibilità assume tratti peculiari che attingono tanto alla tradizione quanto all’innovazione dei comportamenti emergenti. La filiera corta coinvolge ormai il 90% dei consumatori italiani, con una penetrazione trasversale alle fasce d’età ma dinamiche diverse tra generazioni: mentre gli under 50 incrementano la partecipazione, gli over 50 mostrano un leggero calo pur mantenendo livelli elevati rispetto al resto d’Europa.

Gli acquisti sfusi registrano invece un’inversione generazionale, con gli over 50 più inclini all’adozione rispetto ai giovani under 35, che segnano una diminuzione significativa nell’ultimo anno. Sul fronte biologico (leggi i servizi sulla produzione sostenibile e sull’ambiente sostenibile n.d.r.) si osserva una contrazione generalizzata degli acquisti – soprattutto tra i più giovani – anche se l’Italia resta sopra la media UE. Questi flussi suggeriscono una segmentazione sempre più sofisticata della domanda, che impone ai retailer una maggiore attenzione alla personalizzazione dell’offerta e alla comunicazione del valore concreto delle scelte sostenibili.

Retail sostenibile: fiducia nei brand in calo, cosa cercano davvero i consumatori?

La crescente consapevolezza dei consumatori italiani rispetto alle tematiche ambientali si accompagna a una riduzione della fiducia verso retailer e produttori: solo il 68% si dichiara oggi convinto dell’efficacia delle iniziative di sostenibilità promosse dai brand, con un calo netto rispetto ai dati precedenti. Questa tendenza riflette un atteggiamento più critico e informato, in cui dichiarazioni generiche o prive di riscontri oggettivi perdono efficacia persuasiva. Nonostante ciò, permane una disponibilità diffusa a riconoscere valore economico alla sostenibilità – l’80% degli intervistati è disposto a pagare di più per prodotti realmente sostenibili – purché il beneficio sia tangibile e misurabile. Si evidenzia quindi una domanda meno polarizzata e più pragmatica: il consumatore italiano valuta l’offerta sulla base della trasparenza delle informazioni, della coerenza tra promessa e azione e della capacità dei brand di dimostrare concretamente l’impatto delle proprie scelte lungo tutta la filiera.

Osservando le dinamiche attuali del consumo e della produzione, emerge un contesto in cui la sostenibilità non rappresenta più soltanto una scelta responsabile, ma si intreccia con nuovi modelli di valore percepito e aspettative crescenti verso trasparenza e affidabilità. In questo scenario, aziende e operatori della filiera sono chiamati a riconsiderare le proprie strategie tenendo conto di una domanda sempre più articolata e consapevole. La capacità di adattarsi a queste istanze sarà determinante per consolidare la propria posizione su un mercato in evoluzione, dove l’attenzione alla circolarità e ai processi etici si traduce in elementi di distinzione non più trascurabili.

Il ruolo dell’innovazione digitale per il retail sostenibile

Il retail sostenibile non è più solo una questione di packaging riciclabile o di “collezioni green” in vetrina. Per ridurre davvero l’impatto ambientale – e allo stesso tempo proteggere margini e competitività – serve intervenire sul modo in cui il retail progetta, misura e governa l’intera catena del valore. È qui che l’innovazione digitale diventa un abilitatore decisivo: perché trasforma la sostenibilità da slogan a processo, da costo percepito a leva di efficienza.

Il primo contributo del digitale è la misurabilità. Senza dati affidabili, la sostenibilità resta un esercizio di buone intenzioni. Piattaforme di data management, strumenti di carbon accounting e dashboard ESG consentono ai retailer di tracciare consumi energetici, emissioni operative, sprechi, resi e impatti logistici con granularità crescente. Non è solo reporting: è controllo di gestione applicato alla transizione ecologica. E quando i numeri diventano leggibili, diventa possibile fissare obiettivi, priorità e investimenti con logica industriale.

Il retail sostenibile si costruisce con una supply chain sostenibile

Un secondo fronte riguarda la supply chain. Il retail vive di flussi: merci, informazioni, previsioni. Tecnologie come Intelligenza artificiale e advanced analytics migliorano il demand forecasting e riducono l’overstock, una delle principali fonti di spreco economico e ambientale. Se prevedo meglio, produco e ordino meglio; se ordino meglio, trasporto meno; se trasporto meno, emetto meno. In questa catena, anche piccoli miglioramenti percentuali generano impatti enormi su scala: meno stock invenduto, meno smaltimenti, meno promozioni “forzate” che accelerano consumi e cicli di sostituzione.

La sostenibilità del retail passa poi dai processi di magazzino e logistica. Warehouse management system evoluti, automazione, sensori IoT e ottimizzazione dei percorsi di consegna aiutano a ridurre consumi di carburante e inefficienze dell’ultimo miglio. In parallelo, la digitalizzazione favorisce modelli di consegna più intelligenti: finestre temporali ottimizzate, punti di ritiro, consolidamento delle spedizioni, gestione dinamica dei giri. Tutto ciò non elimina la complessità, ma la rende governabile.

C’è anche il tema dell’energia nei punti vendita, dell’efficienza energetica e dell’utilizzo di energie rinnovabili. Smart building, sistemi di monitoraggio in tempo reale, controllo intelligente di illuminazione e climatizzazione, manutenzione predittiva: sono tecnologie che riducono consumi e aumentano resilienza, soprattutto in un contesto di volatilità dei prezzi energetici. Un negozio “data-driven” può diventare un micro-sistema efficiente, non un centro di costo opaco. E l’efficienza energetica è una delle aree dove sostenibilità e ritorno economico si incontrano più rapidamente.

Un capitolo cruciale è la circolarità, sempre più rilevante per il retail: resi, riparazioni, resale, refurbish, noleggio, programmi di take-back. Qui il digitale è infrastruttura: serve a classificare, tracciare e valorizzare l’usato; a gestire la logistica inversa; a certificare condizioni e qualità; a creare marketplace e servizi post-vendita. Senza piattaforme e integrazioni, la circolarità resta sperimentazione; con le piattaforme, può diventare scala.

La relazione con il consumatore come fattore abilitante per il retail sostenibile

Non meno importante è la relazione con il consumatore. La sostenibilità, per funzionare, deve essere credibile. Tecnologie di tracciabilità (anche basate su serializzazione, QR code e sistemi di product passport) aiutano a raccontare la storia di un prodotto in modo verificabile: materiali, filiera, manutenzione, fine vita. È un passaggio strategico anche per evitare rischi reputazionali: nel tempo, la trasparenza diventa un vantaggio competitivo e un’arma contro il greenwashing, perché sposta la comunicazione dai green claim alle evidenze.

L’innovazione digitale abilita inoltre un retail più sostenibile perché riduce frizioni e sprechi nei canali. L’omnicanalità “ben fatta” – con integrazione tra store, eCommerce e customer service – può limitare duplicazioni, ridurre resi evitabili, indirizzare l’acquisto verso opzioni più efficienti. Ma c’è una condizione: progettare l’omnicanalità con criteri di sostenibilità, non solo di conversione. Per esempio, incentivare consegne consolidate, rendere visibili le alternative a minore impatto, migliorare le informazioni di taglia e prodotto per contenere i resi.

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