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La Terza Via della Sostenibilità: tecnologia e scienza per la competitività



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L’evento organizzato da iSustainability ha presentato i risultati della ricerca originale sull’integrazione tra sostenibilità e business e ha delineato una strategia climatica basata sull’innovazione. Attraverso la ricerca 2026 e il confronto tra esperti di CCS, Nature-Based Solutions e Data Center è emersa la necessità di una sostenibilità misurabile che generi valore economico e reale competitività

Pubblicato il 21 apr 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



iSustainability 2026
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Punti chiave

  • Ricerca iSustainability 2026: il 67% vede la sostenibilità come leva strategica, ma solo 45% misura impatti, 21% integra obiettivi e 6% usa intelligenza artificiale.
  • Dibattito pragmatico: priorità a soluzioni science-based e scalabili come CCS, Nature-Based Solutions e pianificazione di data center sostenibili.
  • Governance e finanza: servono chiarezza normativa e strumenti come Carbon Contracts for Difference, mercato di crediti natura e approccio glocal; esempio: Digital360 Società Benefit.
Riassunto generato con AI

Ricerca originale su temi di strettissima attualità per chi vive la trasformazione sostenibile delle imprese e dibattito con professionisti, manager e ricercatori che uniscono scienza e gestione aziendale. L’edizione 2026 della survey “I percorsi di sostenibilità delle imprese”, condotta su un campione di circa 100 aziende italiane ha rappresentato il “piatto forte” dell’evento su La Terza Via Della Sostenibilità organizzato da iSustainability Gruppo Digital360 e, – va subito precisato – ha delineato un panorama nazionale caratterizzato da una forte consapevolezza strategica a cui non corrisponde ancora una piena maturità operativa.

Sostenibilità come leva strategica per le imprese

Prima di entrare nel vivo dell’evento è utile sottolineare come il dato più significativo dello studio riveli che per il 67% delle imprese la sostenibilità è ormai considerata una leva imprescindibile di competitività e innovazione, superando la logica della semplice conformità normativa. Tuttavia, pur in uno scenario che appare sempre più orientato alla concretezza, il passaggio dalla teoria alla pratica evidenzia lacune profonde: solo il 45% del campione misura infatti i propri impatti in modo strutturato e periodico, confermando il “vecchio adagio” secondo cui giustamente: “non si può gestire ciò che non si può misurare“. Non ultimo e non meno importante, appena il 21% delle aziende integra gli obiettivi di sostenibilità in tutte le proprie decisioni strategiche.

Un rischio climatico che ancora non è affrontato con la corretta prevenzione

I panel predisposti per il dibattito si trovano al centro del confronto un possibile paradosso che attiene alla modalità con cui le imprese osservano il rischio climatico: sebbene il 49% delle imprese abbia già subito impatti economici o operativi a causa di eventi estremi, solo il 31% ha realmente stanziato investimenti per la prevenzione o l’adattamento. Uno scollamento, indubbiamente, che risulta accentuato anche da un gap dimensionale netto, con le grandi imprese che misurano gli impatti climatici nel 74% dei casi, contro un modesto 31% nell’ambito delle PMI. R

elativamente alle tecnologie la situazione non migliora se si pensa che solo il 6% delle aziende utilizza l’intelligenza artificiale per ottimizzare la sostenibilità, a fronte di una diffusa mancanza di conoscenza dettagliata sui consumi energetici delle infrastrutture digitali. Ma il dibattito può contare anche su non poche note positive come quelle che arrivano dal settore finanziario, dove il 38% delle imprese dichiara di aver già ottenuto migliori condizioni di accesso al credito grazie a un solido profilo ESG, confermando che la Terza Via della Sostenibilità rappresenta un percorso concreto per garantire solidità e crescita nel lungo periodo.

Un dibattito orientato a comprendere il nuovo posizionamento della sostenibilità nelle imprese

La “tavola” dei contenuti “apparecchiata” per comprendere come si sviluppa La Terza Via Della Sostenibilità è non solo ricca di dati e di stimoli, ma è anche il terreno ideale per un dibattito sul futuro di una sostenibilità sempre più integrata con l’economia.

Puoi vedere il video completo dell’evento nell’articolo dedicato a La Terza Via della Sostenibilità: con la ricerca e il dibattito di iSustainability

Andrea Rangone, Co-fondatore di Digital360 e Professore al Politecnico di Milano, ha aperto l’evento sottolineando come la sostenibilità e l’impatto positivo siano elementi fondanti del DNA del gruppo Digital360. La società ha vissuto un’importante crescita e ha compiuto il passo decisivo di trasformarsi in Società Benefit, Per le imprese, ha sottolineato Rangone, la sostenibilità deve essere intesa come uno strumento per dare solidità all’organizzazione e aumentare la competitività, non come un mero obbligo di compliance. Nel 2021 Digital360 stessa, divenuta Società Benefit nel 2021, ha incarnato questa visione, scolpendo nel proprio statuto obiettivi di impatto sociale e inclusione. Una scelta che Rangone descrive come la volontà di non limitarsi al profitto per gli azionisti, ma di generare valore reale per l’intero ecosistema e la comunità.

Rangone ha poi spiegato che l’azienda utilizza le proprie competenze digitali per formare “categorie fragili” come disoccupati, NEET, detenuti ed ex-detenuti, collaborando con partner come Caritas Ambrosiana e l’Associazione San Fedele. Questa attività ha permesso di inserire concretamente nel mercato del lavoro circa il 20-25% dei partecipanti ai corsi.

Infine, Rangone ha introdotto iSustainability, sottolineando come la leva tecnologica e digitale sia lo strumento principale per governare i processi di sostenibilità. Secondo la sua visione, esiste un circolo virtuoso tra trasformazione digitale e sostenibile: guidare correttamente l’innovazione tecnologica permette alle imprese di aumentare la propria competitività creando, al contempo, un impatto ambientale e sociale positivo.


La ricerca iSustainability 2026: luci e ombre sull’ESG nel nostro paese

Riccardo Giovannini, CEO di iSustainability ha illustrato i risultati di un’indagine condotta su un campione di 96 aziende, equamente distribuito tra PMI e grandi imprese. Il dato di partenza, come abbiamo visto nell’introduzione, è incoraggiante: per il 67% delle aziende, la sostenibilità è una leva di competitività e innovazione.

Il gap tra intenzioni e azione operativa

Nonostante l’alta consapevolezza, la “messa a terra” dei progetti presenta però ancora delle importanti criticità:

  • A livello di misurazione: solo il 45% delle aziende misura i propri impatti in modo strutturato e periodico. Giovannini ha ribadito che “non si può gestire ciò che non si può misurare”.
  • In relazione alle decisioni strategiche: la ricerca registra che solo un’azienda su cinque (21%) dichiara che tutte le proprie decisioni strategiche sono influenzate da obiettivi di sostenibilità.
  • E anche per quanto attiene al gap dimensionale: lo studio porta all’attenzione una netta distanza tra grandi imprese e PMI. Ad esempio, sulla misurazione degli impatti climatici, le grandi aziende sono al 74%, contro il 31% delle piccole e medie.

L’Intelligenza artificiale: a che punto siamo in relazione all’ESG?

Un dato allarmante riguarda il rapporto Intelligenza artificiale e ESG: solo il 6% delle aziende utilizza l’intelligenza artificiale per ottimizzare i propri impatti ambientali. Inoltre, esiste una importante mancanza di conoscenza riguardo ai consumi energetici derivanti dall’uso di queste tecnologie. E Giovannini ha sottolineato la necessità di colmare un gap che è innanzitutto culturale e poi tecnico.

Leggi anche il commento di Riccardo Giovannini alla ricerca iSustainability 2025: Percorsi di sostenibilità: il report di iSustainability 2025


Finanza e industria: Il pragmatismo di Nino Tronchetti Provera

In una Keynote Interview, Nino Tronchetti Provera, Founder e managing partner di Ambienta SGR ha offerto una visione molto concreta e critica del ruolo della finanza ESG degli ultimi vent’anni.

Tronchetti Provera ha evidenziato come, a fronte di una popolazione raddoppiata, l’economia globale sia passata in soli 50 anni da 2 a oltre 100 trilioni di dollari: un’accelerazione senza precedenti che ha migliorato gli standard di vita ma ha generato un inquinamento insostenibile, con impatti gravissimi sulla salute umana legati, solo per fare due esempi, a microplastiche e rifiuti. Secondo Tronchetti Provera, la sostenibilità non deve essere una questione filosofica ma di competitività economica: la scarsità delle risorse (con prezzi di materie prime come rame e cacao aumentati da 8 a 15 volte) premia inevitabilmente le aziende più efficienti.

Il cuore della sua strategia risiede nel concetto di “Environmental Champions”: imprese che soddisfano un bisogno umano riducendo l’impatto ambientale o il consumo di risorse scarse. Ambienta dimostra che questo approccio genera profitti reali e misurabili, spiegando che il successo finanziario deriva dalla capacità di rendere le aziende più competitive e non solo dal desiderio di fare “cose eticamente belle”.

Tronchetti Provera ha poi denunciato l’approccio spesso “filosofico” degli investimenti ESG e Impact, che finiscono per finanziare settori sicuramente molto importanti come l’istruzione o la sanità, ma che non agiscono direttamente sui temi della crisi ambientale.

Per una reale transizione, Tronchetti Provera propone due pilastri fondamentali: Autenticità e Scalabilità. L’autenticità richiede un approccio rigorosamente science-based; e a questo proposito ha ricordato che la prima persona assunta nel suo fondo è stata un ingegnere, per la necessità di competenze tecniche fondamentali per distinguere tra soluzioni reali e slogan mediatici. La scalabilità è invece dettata dall’urgenza climatica: e per questo“non abbiamo tempo”.

Il founder di Ambienta ha citato l’esempio emblematico di una valvola prodotta a Modena che riduce del 5% il consumo di carburante su migliaia di trattori: questa tecnologia garantisce un impatto ambientale immediato e gigantesco rispetto a soluzioni da laboratorio che promettono emissioni zero ma che non sono ancora pronte per il mercato. In sintesi, la visione presentata per la Terza Via è quella di un ritorno alla concretezza industriale, dove la scienza guida gli investimenti verso tecnologie mature capaci di generare impatto oggi, trasformando la riduzione dell’impronta ambientale nel principale motore di profitto e crescita per l’impresa moderna.


Leggi anche il servizio sull’intervento di Nino Tronchetti Provera all’edizione 2025 de La Terza Via Della Sostenibilità: Perché i trend ambientali dettano il futuro del business

Nature-Based Solutions: rigenerare il Capitale Naturale

Il panel dedicato alle Nature-Based Solutions (NBS) ha visto il contributo di Roberto Danovaro, Università Politecnica delle Marche e Carmine Annicchiarico, iSustainability.

Roberto Danovaro, Università Politecnica delle Marche, Presidente — Fondazione Patto con il Mare per la Terra

Roberto Danovaro, docente presso l’Università Politecnica delle Marche e Presidente della Fondazione Patto con il Mare per la Terra, ha presentato una visione rivoluzionaria del rapporto tra impresa e ambiente nell’ambito della “Terza Via”.

Il suo invito riguarda la necessità di passare dalla semplice sostenibilità alla rigenerazione attiva, poiché l’umanità ha contratto un pesantissimo “debito pubblico mondiale di capitale naturale” che va estinto ricostruendo gli habitat perduti. Danovaro ha indicato nella Nature Restoration Law europea lo strumento normativo fondamentale per guidare questo processo, definendola la legge ambientale più impattante degli ultimi tre decenni per gli Stati membri.

Danovaro ha poi criticato la tendenza a considerare il green come un mero “fregio estetico” o un elemento di abbellimento superficiale, sottolineando che la natura deve invece diventare un elemento strutturale dell’economia. Le Nature-Based Solutions offrono infatti vantaggi “multitasking”: un investimento nella biodiversità non solo sequestra CO2, ma purifica le acque, riduce la contaminazione del cibo e migliora drasticamente la vivibilità urbana. Per questo motivo, egli vede nei crediti di biodiversità il vero mercato del futuro, capace di affiancare e superare i tradizionali crediti di carbonio nel sostenere strategie di adattamento territoriale.

Un aspetto distintivo del restauro ecosistemico, rispetto alla conservazione passiva degli anni ’80 e ’90, è la capacità di generare un ritorno economico visibile e immediato per chi investe. Interventi come il ripristino di foreste o scogliere coralline moltiplicano la biomassa e la biodiversità, alimentando direttamente settori economici come il turismo. Nelle aree urbane, Danovaro ha definito infine le piante come la “medicina” principale contro le patologie polmonari e i tumori derivanti dall’inquinamento, ricordando che in Europa si contano circa 50.000 morti l’anno per la scarsa qualità dell’aria.

Carmine Annicchiarico, Associate Partner, iSustainability — Gruppo Digital360

Carmine Annicchiarico, Associate Partner di iSustainability, ha offerto una prospettiva pragmatica sul legame tra business e capitale naturale durante. Il punto di partenza è nella convinzione che: “L’azionista di maggioranza di tutte le aziende, ma anche della nostra vita, è la natura”. Annichiarico ha spiegato che, sebbene le imprese siano totalmente dipendenti dalla biodiversità per le loro risorse, esiste un grave gap di consapevolezza: solo l’1% dei bilanci di sostenibilità a livello mondiale parla esplicitamente di biodiversità. Molte aziende, infatti, non hanno ancora chiaro da dove provengano esattamente le risorse che alimentano la loro filiera.

Un concetto chiave espresso da Annicchiarico è quello del “debito ecologico”, illustrato attraverso l’evoluzione dell’Overshoot Day. Ha ricordato che negli anni ’70 il debito ecologico iniziava a dicembre, mentre oggi a metà luglio l’umanità ha già consumato le risorse che il pianeta può rigenerare in un anno.

Annicchiarico ha anche evidenziato come questa sfida possa trasformarsi in una leva di innovazione e competitività. Ha previsto una trasformazione del mercato finanziario green: “Si passerà da un mercato importante di crediti di carbonio… a un mercato importante di crediti natura”. Questo cambiamento non è un’ipotesi remota, ma una realtà su cui la Commissione Europea sta già lavorando intensamente. Chi investe oggi in soluzioni basate sulla natura (NBS) sta compiendo un passo di innovazione strategica che sarà fondamentale per la programmazione futura.

Infine è arrivato un richiamo ai numerosi fondi pubblici e strumenti di Green Finance (come quelli della Commissione Europea) dedicati al restauro degli ecosistemi e all’innovazione, ma che spesso le aziende non sanno nemmeno di poter utilizzare. L’invito è quello di superare la visione della biodiversità come mero valore etico o reputazionale, per integrarla come elemento strutturale del business.

Infrastrutture digitali: cosa serve per arrivare a una geografia di Data Center sostenibili

Marina Natalucci, Direttrice degli Osservatori Quantum e Data Center del Politecnico di Milano, ha delineato un quadro di profonda trasformazione per le infrastrutture digitali italiane. Natalucci ha evidenziato come l’Italia sia oggi il mercato emergente più dinamico in Europa, con investimenti previsti per 25 miliardi di euro nei prossimi tre anni per l’apertura di nuovi data center. Questa crescita è trainata dall’intelligenza artificiale, che richiede potenze sempre più elevate, portando la potenza energetica installata a crescere del 20% annuo con il rischio di raddoppiare entro il 2030.

Un tema centrale del suo intervento è stato quello della pianificazione territoriale. Natalucci ha avvertito che la forte concentrazione di queste infrastrutture a Milano e in Lombardia mette sotto pressione risorse critiche come energia, acqua e suolo. Per evitare questo problema, ha invocato una pianificazione politica che guidi lo sviluppo verso zone meno sature, come la dorsale mediterranea. Natalucci ha inoltre messo in guardia contro il rischio di creare “cattedrali nel deserto”, causate da un eccessivo hype immobiliare piuttosto che da reali necessità tecnologiche.

Marina Natalucci, Direttrice Osservatori Quantum, Data Center, C4DE, Politecnico di Milano

Secondo Natalucci è fondamentale spostare l’attenzione dal solo consumo della macchina all’ottimizzazione di software e algoritmi, poiché modelli più efficienti possono ridurre drasticamente la capacità di calcolo necessaria. Infine, ha denunciato una grave mancanza di standardizzazione e trasparenza nel settore: attualmente mancano metriche certificate per misurare l’impatto ambientale reale. Questo impedisce alle aziende di avere piena consapevolezza dell’impronta ecologica dei servizi digitali che utilizzano, rendendo necessaria una decisa azione regolatoria a livello europeo per definire standard di misurazione comuni.

Andrea Festuccia, Partner di iSustainability, ha analizzato il ruolo dei data center come pilastri della trasformazione digitale, sottolineando l’importanza di passare da una crescita impulsiva a una pianificazione consapevole. Citando modelli di successo nordeuropei, ha spiegato come il calore in eccesso possa essere trasformato in risorsa: a Parigi il calore di scarto riscalda piscine olimpiche, mentre in Svezia alimenta fabbriche di pallet. Per Festuccia, il futuro dell’infrastruttura italiana si gioca sulla dorsale mediterranea (Bari, Napoli e Roma), dove gli investimenti devono essere guidati da un dimensionamento reale per evitare sprechi.

Festuccia ha poi dettagliato diverse innovazioni hardware, come i chip dedicati e il raffreddamento liquido, capaci di ottimizzare la parte computazionale e ridurre lo spazio fisico occupato. Ha però messo in guardia sul “paradosso di Jevons”, ricordando che l’efficientamento tecnologico non deve diventare un alibi per aumentare i consumi globali senza criterio.

Un concetto chiave del suo intervento è stato il rifiuto digitale, paragonando l’attuale accumulo di dati alle vecchie discariche di rifiuti fisici. Festuccia ha evidenziato come l’archiviazione indiscriminata di dati inutilizzati abbia un impatto ambientale reale: “quello che viene immagazzinato a livello di bit corrisponde anche a un immagazzinamento a livello di atomi”.

Andrea Festuccia, Partner iSustainability Gruppo DIGITAL360

Carbon Capture & Storage: decarbonizzare i settori Hard-to-Abate

La cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCS) sono stati al centro del confronto con Chiara Boschi del CNR e Rachele Cicoli di iSustainability.

Chiara Boschi, Senior Researcher al Consiglio Nazionale delle Ricerche

Chiara Boschi, Senior Researcher del CNR, ha portato l’attenzione sui temi della Carbon Capture and Storage (CCS) sottolineando come si tratti di una tecnologia ormai matura e pronta per essere scalata, ha citato l’impianto di Ravenna come esempio virtuoso della capacità industriale italiana. La ricercatrice ha sottolineato che la CCS non deve essere considerata una scorciatoia, bensì una soluzione addizionale e necessaria da inserire in un ampio portfolio per arginare l’emergenza climatica laddove le riduzioni delle emissioni non possono arrivare. Secondo Boschi, l’Europa ci pone davanti a una sfida imponente attraverso l’Industrial Act, che richiede la capacità di stoccare 50 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2050.

Riguardo alla sostenibilità economica, ha evidenziato che l’abbattimento dei costi è stato più lento del previsto, con stime medie attuali di circa 120 dollari per tonnellata, rendendo la tecnologia non ancora del tutto competitiva rispetto ai prezzi ETS, sebbene la riconversione di infrastrutture esistenti (come i metanodotti) possa aiutare. Tuttavia, Boschi ha proposto come soluzione di frontiera la ricerca condotta dal suo istituto sul Mineral CCS, una tecnica che permette di convertire la CO2 iniettata direttamente in carbonati. Questo processo trasforma il gas in roccia, offrendo un’attrattiva importante poiché elimina i costi di monitoraggio post-operazione previsti per lo stoccaggio strutturale nei pozzi esausti.

Boschi ha infine spiegato che, sebbene in natura questo fenomeno avvenga in tempi geologici, l’intervento tecnologico può accelerarlo drasticamente, completando la mineralizzazione in soli trenta minuti attraverso l’interazione con rocce basaltiche o materiali di scarto industriali ricchi di calcio e magnesio. La sua analisi si è conclusa con un appello a unire industria, ricerca e politica per avviare nuovi progetti pilota in Italia, sfruttando i fondi europei come l’Innovation Fund.

Rachele Cicoli, Associate Partner, iSustainability, Gruppo Digital360

Rachele Cicoli, Associate Partner di iSustainability, ha identificato nell’incertezza il principale “fil rouge” che ostacola gli investimenti delle imprese nella decarbonizzazione. Secondo la sua analisi, le aziende dei settori hard-to-abate, caratterizzate da margini molto sottili, non possono pianificare correttamente in un contesto di totale incertezza normativa ed economica. In particolare, Cicoli ha evidenziato la forte volatilità del prezzo delle quote ETS, che ha subito oscillazioni significative.

Oltre all’aspetto finanziario, Cicoli ha sottolineato l’incertezza dell’ecosistema infrastrutturale: molte imprese non sanno dove trasportare la CO2 una volta catturata, specialmente se situate lontano da hub strategici come quello di Ravenna. Per questo motivo, ha auspicato una diversificazione delle tecnologie, suggerendo di guardare con interesse alle startup e a soluzioni innovative. Cicoli ritiene inoltre fondamentale che il quadro regolatorio si evolva, includendo nel 2026 metodologie per i crediti di carbonio legati allo stoccaggio nei materiali da costruzione e non solo in depositi geologici.

Per mitigare questi rischi, l’esperta ha proposto l’adozione di sistemi come i Carbon Contracts for Difference, contratti pubblici capaci di coprire il gap tra i costi industriali e le oscillazioni delle quote ETS. Cicoli ha infine ribadito che, nonostante le difficoltà, la strada verso il “Net Zero” è tracciata e supportata da ingenti fondi europei come l’Innovation Fund.

Una narrazione per una sostenibilità più glocal

La tavola rotonda finale con Stefano Venier e Agostino Re Rebaudengo ha ribadito l’importanza del legame tra impresa e territorio.

Stefano Venier, Già CEO, Snam, Independent Board Member, Sorgenia

Stefano Venier, Già CEO di Snam e Independent Board Member di Sorgenia si è focalizzato sulla necessità di adottare una strategia “Glocal”, capace di coniugare le economie di scala globali con una restituzione di valore condiviso ai territori locali,. Citando la sua esperienza, ha spiegato come la sostenibilità debba essere un elemento identitario: dalla gestione delle utility territoriali fino ai grandi progetti infrastrutturali, l’obiettivo è creare una saldatura tra impresa e comunità,.

Sul fronte tecnologico, Venier ha chiarito che non esiste una “silver bullet” (soluzione magica) per la decarbonizzazione. Ha sottolineato l’importanza della Carbon Capture and Storage (CCS), specialmente per i settori “hard-to-abate” che operano a temperature elevatissime (oltre i 1000-1800°C), dove l’elettrificazione non è tecnicamente percorribile. In questo ambito, ha a sua volta sottolineato l’esempio del progetto di Ravenna, evidenziando come la trasparenza nel monitoraggio e il dialogo costante con il territorio siano stati fondamentali per superare i timori legati alla narrazione del passato,.

Un esempio di questo approccio è stato poi il racconto del “cantiere sostenibile” di Snam per la terza dorsale del gas. Attraverso l’uso di tunnel sotterranei per preservare la contiguità territoriale e interventi di riforestazione mirati (come la tutela degli impollinatori nel Parco del Subasio), l’impresa non ha solo costruito un’opera, ma ha restituito sicurezza territoriale e reputazione,. Venier ha inoltre evidenziato l’opportunità della CO2 biogenica derivante dalla biodigestione agricola per alimentare i combustibili verdi del futuro,.

Passando al tema del digitale ha lanciato un monito sul consumo responsabile: l’educazione delle persone all’uso consapevole delle risorse è l’unica via per gestire la scarsità, che rimane “l’elefante nella stanza” oltre la decarbonizzazione.

Agostino Re Rebaudengo, presidente, Asja

Agostino Re Rebaudengo, Presidente di Asja, ha offerto una riflessione sulla necessità di concretezza e stabilità per il sistema produttivo. Nel suo intervento, ha sottolineato la relazione tra le emissioni di CO2 derivanti dall’attività umana e i cambiamenti climatici, distanziandosi dalle narrazioni scettiche che parlano di semplici cicli naturali. Re Rebaudengo ha messo in guardia contro il rischio del greenwashing, notando come molte pratiche del passato siano state puramente superficiali, ed ha invece elogiato l’approccio industriale concreto che mira a risultati tangibili.

Un punto centrale della sua analisi ha riguardato l’evoluzione della percezione dell’inquinamento dove oggi il problema rende imperativo il riutilizzo e il riciclo dei materiali. Guardando alle tecnologie di frontiera, ha dichiarato di lavorare attivamente sul biochar e sulla mineralizzazione della CO2, vedendo in questi ambiti grandi opportunità per le aziende locali di creare occupazione e impatto positivo sui territori.

Sul fronte del risparmio delle risorse, ha offerto esempi di estremo pragmatismo quotidiano, ricordando che potremmo ridurre del 33% il consumo di acqua potabile semplicemente chiudendo il rubinetto mentre ci laviamo i denti. Parlando di digitalizzazione, si è detto convinto che, sebbene i data center abbiano un impatto energetico crescente, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai sistemi produttivi e ai trasporti permetterà di risparmiare una “montagna di energia”, compensando ampiamente i consumi delle infrastrutture digitali.

Re Rebaudengo ha espresso una posizione critica verso l’eccesso di regolamentazione: a suo avviso, il miglior provvedimento politico sarebbe quello di non cambiare le regole per almeno cinque anni, fornendo alle imprese gli obiettivi chiari di cui hanno bisogno per pianificare gli investimenti. Ha criticato la tassonomia europea auspicando invece un sistema di premialità per le aziende virtuose che si pongono obiettivi di sostenibilità reali.

Infine, Re Rebaudengo ha lanciato un appello per una nuova narrazione della sostenibilità. Secondo il Presidente di Asja, l’errore fondamentale degli ultimi anni è stato quello di drammatizzare eccessivamente gli effetti climatici, una strategia che spesso paralizza l’azione invece di stimolarla. La “Terza Via” deve invece basarsi su un racconto coerente che presenti i benefici e i ritorni della transizione, offrendo alle imprese e ai cittadini una prospettiva di speranza e un futuro in cui valga la pena investire.

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