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Revisione ETS, un confronto sempre più acceso tra industria e clima



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La proposta della Commissione europea di rivedere l’ETS ha aperto un confronto tra imprese, governi, associazioni industriali, organizzazioni ambientaliste e analisti. Pur con sensibilità differenti, emergono alcuni punti comuni: competitività, certezza normativa, investimenti e decarbonizzazione

Pubblicato il 21 lug 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



revisione ETS
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L’industria sarà più o meno attenta al clima? Cosa cambia con le Revisione ETS?

La proposta della Commissione europea di rivedere il sistema europeo di scambio delle quote di emissione EU ETS (vedi gli articoli Revisione ETS UE, nuove quote gratuite per calore e combustibili; Come funziona il mercato delle emissioni; ETS l’industria chiede una riforma n.d.r.) rappresenta uno dei passaggi più delicati della politica climatica comunitaria degli ultimi anni. L’obiettivo dichiarato dell’esecutivo europeo è trovare un nuovo equilibrio tra la competitività dell’industria europea, la sicurezza economica e il raggiungimento del target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040.

Cosa prevede la revisione ETS in sintesi?

La Revisione ETS introduce una serie di correttivi rispetto all’impianto attuale: rallenta il ritmo di riduzione delle quote disponibili, prolunga il periodo di assegnazione gratuita delle quote per i comparti più esposti alla concorrenza internazionale e collega una parte crescente di tali assegnazioni all’effettiva realizzazione di investimenti per la decarbonizzazione.

Destinare una quota maggiore dei proventi ETS al sostegno dell’industria nella transizione energetica

Contemporaneamente propone di destinare una quota maggiore dei proventi ETS al sostegno dell’industria nella transizione energetica.  La proposta ha immediatamente generato reazioni molto articolate. Pur partendo da posizioni differenti, i commenti convergono su alcuni temi ricorrenti: la competitività dell’industria europea, la prevedibilità delle regole, la capacità di attrarre investimenti e il mantenimento dell’ambizione climatica.

Le associazioni industriali riconoscono i passi avanti, ma chiedono ulteriori valutazioni

Le principali associazioni che rappresentano l’industria europea hanno accolto favorevolmente alcuni elementi della proposta, in particolare il rallentamento della riduzione delle quote gratuite e il maggiore riconoscimento delle difficoltà affrontate dai settori energivori.

Si riconosce la maggiore attenzione rispetto al rischio di delocalizzazione produttiva

Secondo queste organizzazioni, la Commissione ha recepito alcune delle criticità evidenziate negli ultimi mesi, soprattutto riguardo ai costi energetici, alla concorrenza internazionale e al rischio di delocalizzazione produttiva. Il giudizio, tuttavia, non è completamente positivo.

Le associazioni imprenditoriali sottolineano infatti che, solo con la pubblicazione dei dettagli numerici relativi ai nuovi benchmark, ai fattori di correzione e ai meccanismi di allocazione, sarà possibile comprendere il reale impatto economico delle modifiche. Per questo motivo chiedono un’analisi approfondita prima di esprimere una valutazione definitiva.  

Una forte richiesta di stabilità normativa

Un altro tema ricorrente riguarda la stabilità normativa. Molte organizzazioni industriali ritengono che gli investimenti nella decarbonizzazione richiedano un quadro regolatorio prevedibile per almeno un decennio. Revisioni troppo frequenti rischiano infatti di aumentare l’incertezza e rallentare gli investimenti.

I comparti energivori: le imprese chiedono più tempo per gestire la trasformazione

Le imprese appartenenti ai settori ad alta intensità energetica o hard-to-abate vedono nella proposta un riconoscimento delle difficoltà che stanno affrontando. Acciaio, cemento, chimica, fertilizzanti, vetro, carta e altri comparti caratterizzati da elevati consumi energetici sostengono da tempo che la trasformazione industriale richiede tempi compatibili con la disponibilità di energia low carbon e clean tech con la sostenibilità economica degli investimenti.

Dal loro punto di vista, la proroga delle quote gratuite rappresenta uno strumento per evitare una perdita di competitività nei confronti dei concorrenti internazionali che operano in mercati privi di analoghi meccanismi di carbon pricing.

Molti operatori del settore giudicano inoltre positivamente il fatto che la Commissione abbia previsto una maggiore destinazione dei ricavi ETS agli investimenti industriali, ritenendo che la transizione non possa essere finanziata esclusivamente attraverso il mercato.

Le imprese della filiera delle tecnologie pulite: timori per un rallentamento

Di segno opposto sono invece le valutazioni provenienti da numerose imprese attive nelle tecnologie per la transizione energetica. Secondo queste realtà, il sistema ETS ha funzionato negli ultimi anni proprio perché ha fornito un segnale di prezzo crescente alle emissioni, incentivando gli investimenti in efficienza energetica, elettrificazione, fonti rinnovabili e tecnologie a basse emissioni.

L’allentamento del meccanismo, pur comprensibile sotto il profilo industriale, rischierebbe di ridurre la velocità della trasformazione tecnologica e di rallentare la domanda di soluzioni innovative.

Le imprese impegnate nello sviluppo delle tecnologie pulite evidenziano inoltre come la prevedibilità del prezzo della CO₂ costituisca un elemento essenziale per programmare investimenti industriali di lungo periodo.  

Le organizzazioni ambientaliste: si indebolisce il principale strumento climatico europeo

Le organizzazioni ambientaliste sono tra i soggetti che hanno espresso le critiche più severe. Secondo queste associazioni, la revisione rischia di compromettere l’efficacia dell’ETS, considerato il principale strumento europeo per la riduzione delle emissioni industriali.

Le critiche si concentrano soprattutto su tre aspetti:

  • il rallentamento della riduzione del tetto complessivo alle emissioni;
  • l’estensione delle quote gratuite;
  • il rinvio di una parte degli oneri economici per i settori maggiormente emissivi.

Dal loro punto di vista, queste modifiche ridurrebbero il segnale economico destinato a orientare gli investimenti verso tecnologie a basse emissioni, rallentando il percorso di decarbonizzazione e aumentando il rischio di non raggiungere gli obiettivi climatici europei.  

Le associazioni ambientaliste evidenziano inoltre il rischio che un’eccessiva flessibilità possa indebolire la credibilità internazionale della politica climatica europea.

I governi nazionali: emerge una frattura tra Stati membri

Anche tra gli Stati membri le reazioni risultano differenziate. Un gruppo di governi sostiene che la proposta rappresenti un passo nella giusta direzione ma ritiene necessario introdurre ulteriori misure di sostegno per l’industria europea.

Le richieste avanzate riguardano soprattutto un’estensione ancora maggiore delle quote gratuite, una revisione del nuovo ETS2 destinato agli edifici e ai trasporti e un alleggerimento degli oneri economici per imprese e cittadini.

Secondo questi governi, l’attuale contesto internazionale — caratterizzato da costi energetici elevati, tensioni geopolitiche e crescente competizione industriale globale — rende necessario evitare ulteriori incrementi dei costi produttivi.

Altri Stati membri, invece, pur riconoscendo la necessità di sostenere la competitività industriale, ritengono che l’indebolimento del prezzo del carbonio possa compromettere la leadership europea nella transizione energetica.  

Per gli analisti il vero nodo è nella capacità di trovare un equilibrio

Gli osservatori del mercato del carbonio interpretano la proposta come un tentativo di mediazione politica. Da un lato, la Commissione cerca di preservare il ruolo dell’ETS come principale meccanismo di riduzione delle emissioni; dall’altro, riconosce le difficoltà economiche che molte industrie stanno attraversando.

Secondo numerosi analisti, il compromesso potrebbe determinare un prezzo della CO₂ meno elevato rispetto alle aspettative formulate nei mesi scorsi. Un prezzo inferiore ridurrebbe il costo diretto per le imprese ma, contemporaneamente, diminuirebbe anche l’incentivo economico a investire rapidamente nelle tecnologie di decarbonizzazione.

Per questo motivo il successo della riforma dipenderà anche dalla capacità di utilizzare efficacemente i ricavi ETS per finanziare innovazione, elettrificazione, efficienza energetica e sviluppo industriale.

Un consenso indiscutibile sulla necessità di regole stabili

Pur nelle profonde differenze di valutazione, emerge un elemento condiviso da quasi tutte le categorie coinvolte. Industria, associazioni imprenditoriali, governi, analisti e persino numerose organizzazioni ambientaliste concordano sul fatto che la transizione richieda regole prevedibili.

La trasformazione dei processi industriali richiede infatti investimenti molto consistenti spesso con orizzonti temporali superiori ai dieci anni. In questo contesto, la continuità del quadro normativo viene considerata quasi importante quanto il livello delle quote gratuite o il prezzo della CO₂.

La stessa Commissione sottolinea che la revisione intende offrire maggiore certezza agli operatori economici mantenendo, al tempo stesso, il percorso verso il raggiungimento degli obiettivi climatici del 2040.

Un negoziato con tante variabili che impattano direttamente su ambiente ed economia

La proposta rappresenta soltanto una tappa importante del percorso legislativo. Nei prossimi mesi Parlamento europeo e Consiglio saranno chiamati a negoziare il testo definitivo, con possibili modifiche sia agli aspetti più favorevoli all’industria sia agli elementi considerati insufficienti dalle organizzazioni ambientaliste.

È probabile che il confronto si concentri soprattutto su quattro temi:

  • la durata delle quote gratuite
  • il ritmo di riduzione del tetto alle emissioni
  • le condizioni per accedere alle assegnazioni gratuite
  • l’utilizzo dei proventi ETS per sostenere la competitività industriale.

Le reazioni raccolte nei primi giorni mostrano come il dibattito non sia più soltanto ambientale, ma sempre più industriale, economico e geopolitico. La revisione dell’ETS viene infatti interpretata non solo come una riforma del mercato europeo del carbonio, ma come uno degli strumenti attraverso cui l’Unione europea cerca di ridefinire il proprio equilibrio tra decarbonizzazione, competitività e autonomia strategica in uno scenario internazionale sempre più complesso.  

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