Che cosa si intende per violenza economica?
La violenza economica è una forma di abuso spesso silezioso, poco visibile, ma non per questo meno insidioso che si manifesta quando una persona controlla, limita o sottrae le risorse economiche di un’altra e riesce a renderla dipendente.
La violenza economica non si manifesta solo attraverso il controllo del “denaro” in senso stretto, ma riguarda anche il rapporto di una persona con la gestione di tutti i fattori che determinano un valore economico, ovvero della possibilità di lavorare e guadagnare, di risparmiare o spendere, di disporre di un conto corrente. Tutti fattori che possono incidere, in modo diretto o indiretto, sulla possibilità di una persona di prendere decisioni autonome sulla propria vita.
L’esercizio di una violenza economica può iniziare in modo sottile, ad esempio con la richiesta di giustificare ogni spesa, con l’invito prima e l’obbligo poi di richiedere l’autorizzazione prima di procedere con un acquisto per arrivare a esercitare un divieto implicito di gestire i propri soldi.
La violenza economica in altre situazione si manifesta in modo più evidente, con forme di pressione per trattenere lo stipendio o con ostacoli per impedire di cercare lavoro o ancora con azioni volte a trasferire debiti e impegni economici. In determinate situazioni poi, la violenza economica si presenta in modo così infido da insinuarsi nei rapporto personali mascherata come una forma di “protezione”. Chi subisce questa forma di abuso perde progressivamente la libertà di scelta e subisce un vincolo sempre più stretto.
Riconoscere la violenza economica rappresenta il primo passo per contrastarla, rappresenta un tema importante per il mondo ESG e serve per dare un nome a un fenomeno che per anni è rimasto sottotraccia, troppo spesso presente ma in modo silenzioso e invisibile.
Violenza economica in Italia: una ricerca per capire a che punto siamo
In Italia in particolare la violenza economica rimane una delle forme di abuso meno riconosciute e comprese, nonostante il suo impatto significativo. La mancanza di consapevolezza collettiva, insieme alla persistenza di stereotipi e a una diffusa carenza di competenze finanziarie, contribuisce a rendere il fenomeno difficile da identificare e affrontare. L’occasione per fare il punto della situazione su questo fenomeno è arrivata da una ricerca condotta dal gruppo Sella insieme all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sostenuta da Banca Sella e Fabrick, che si è posta l’obiettivo di misurare la diffusione della violenza economica in Italia e idi analizzare i principali fattori che ne aumentano o riducono il rischio, sia per chi la subisce sia per chi la agisce.
La ricerca fotografa una realtà spesso ignorata dove vengono attuate pratiche di controllo e limitazione delle risorse finanziarie spesso senza che le vittime stesse abbiano piena contezza della natura e delle implicazioni di quanto subiscono. Un quadro questo che è caratterizzato anche dalla grande difficoltà di riconoscere i segnali e dalla mancanza di strumenti di prevenzione adeguati che contribuiscano di fatto a mantenere questo fenomeno in una zona grigia, poco esplorata anche da chi prende decisioni strategiche in ambito sociale ed economico.
Il 15% degli italiani maggiorenni dichiara di aver subito episodi di violenza economica
La ricerca è stata realizzata dall’Unità di Ricerca in Psicologia Economica presso il campus di Milano dell’Università Cattolica, ed è stata svolta su un campione, di 2.000 persone rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 18 e oltre i 54 anni su tutto il territorio nazionale. I dati che mette a disposizione non possono non alzare un livello di preoccupazione molto alto.
Una quota pari al 15% degli italiani maggiorenni, (che corrispondono a circa 7,7 milioni di persone) ammette in modo consapevole di aver subito episodi di violenza economica. Una percentuale questa che cresce in proporzione (purtroppo) alla condizione di fragilità degli individui. Più le persone sono vulnerabili e più sono presi di mira da fenomeni di violenza economica. Presso chi è alla ricerca di lavoro e vive una condizione di disoccupazione vede crescere la probabilità di violenza economica al 24%, chi deve fare i “conti” con un reddito personale o familiare limitato è a sua volta minacciato da forme di violenza economica in una misura che arriva al 20%. Anche la condizione personale, ovvero chi è single, chi ha subito una separazione o la perdita del compagno o della compagna è colpito da violenza economica in una misura che arriva al 19%.

Come sottolinea molto correttamente la ricerca non sono condizioni che causano naturalmente la violenza economica ma che – purtroppo – rappresentano un fattore di rischio.
Va detto subito che in questo scenario, l’educazione finanziaria e le strategie di prevenzione rappresentano la modalità più efficace per proteggere chi è a rischio e per permettere che chi vive questa condizione possa disporre degli strumenti per comprendere le modalità in cui si esprime la violenza economica e per difendersi.
Modalità e diffusione della violenza economica: dati e segmenti a rischio
L’analisi empirica restituisce una mappa dettagliata delle forme che la violenza economica può assumere: si va dal controllo stringente sulle spese e sull’accesso al denaro, alla sottrazione sistematica di risorse fino all’ostacolo posto alle opportunità di crescita professionale.
Come abbiamo visto la vulnerabilità si concentra tra i disoccupati, le persone con redditi bassi o situazioni familiari fragili e soprattutto tra chi si trova nella fascia d’età 35-44 anni. In generale, la ricerca mette in evidenza che la matrice primaria dell’abuso è su base relazionale: partner attuali o precedenti sono responsabili nella maggioranza dei casi, ma anche le dinamiche tra genitori e figli emergono dalla ricerca come un ambito nel quale si presentano comportamenti lesivi dell’indipendenza economica. Le statistiche suggeriscono quindi che la violenza economica non sia circoscritta a contesti marginali ma attraversi trasversalmente il tessuto sociale italiano.
Dinamiche relazionali e inerzia nella reazione delle vittime
La reazione alle situazioni di abuso risulta spesso improntata all’inazione o appare comunque limitata all’ambito informale. Quasi metà delle vittime (44%9 dichiara di non aver adottato alcuna misura concreta per fronteggiare la violenza economica subita.

Dove viene intrapresa un’azione, questa si esprime soprattutto nel coinvolgimento della propria rete personale—familiari o amici—piuttosto che nella ricerca di supporto istituzionale o professionale. Questo dato suggerisce non solo una carenza strutturale nell’offerta di strumenti formali di assistenza ma anche una scarsa fiducia nelle possibilità di tutela offerte dall’esterno.
La mancata risposta deve però essere letta anche come una conseguenza diretta delle tante difficoltà che impediscono di identificare l’abuso come tale, e della difficoltà anche nel legittimare dal punto di vista personale la gravità delle sue ricadute.
Serve un cambiamento culturale per favorire l’empowerment e la prevenzione
Marco Landi, HR Director del gruppo Sella ha commentato le evidenze della ricerca osservando che “I risultati della nostra ricerca forniscono indicazioni utili per affrontare il fenomeno, diffuso ma spesso poco visibile, della violenza economica in Italia. È essenziale sostenere attività di sensibilizzazione, rafforzare e semplificare l’accesso alle reti di supporto e incentivare lo sviluppo delle competenze finanziarie, quali strumenti chiave per favorire l’empowerment e la prevenzione. Queste azioni possono svolgere un ruolo determinante nel promuovere un cambiamento culturale e superare gli stereotipi di genere che sono alla base di molte dinamiche di controllo economico, contribuendo così ad avere un impatto positivo nella vita delle persone”.

Consapevolezza collettiva e opportunità per la prevenzione
La percezione pubblica rimane ancorata a una conoscenza superficiale del fenomeno: quasi metà degli intervistati non ne ha mai sentito parlare e solo una minoranza è in grado di riconoscere con precisione i comportamenti che definiscono la violenza economica.

Una volta informate, le persone tendono a rivedere il proprio giudizio sulla gravità del problema e mostrano apertura verso iniziative mirate. Il dato più significativo è l’interesse diffuso per strumenti informativi concreti e campagne di sensibilizzazione. Questa propensione rappresenta un terreno adeguato per policy maker, per gli enti finanziari e per gli Enti del terzo settore o ETS chiamati a sviluppare percorsi educativi per accrescere la consapevolezza e per offrire punti d’accesso rapidi e affidabili a chi si trova in situazioni di rischio.
Fattori di rischio, stereotipi di genere e ruolo della competenza finanziaria
L’indagine mette in rilievo come le variabili psicosociali pesino più dei meri fattori socio-demografici nella predisposizione al rischio. In particolare, la percezione diffusa di una minore competenza femminile nella gestione del denaro alimenta ancora la probabilità di subire quanto quella di perpetrare comportamenti abusivi. Un dato questo che risulta per certi aspetti paradossale considerando i risultati di un altra ricerca, ovviamente su un ambito ben diverso, che mostra i vantaggi della parità di genere che abbassa il rischio di credito.
La ricerca mette poi in evidenza che chi vanta una solida fiducia nelle proprie capacità finanziarie mostra un’incidenza marcatamente inferiore del fenomeno. Questo spostamento dal piano oggettivo caratterizzato dal reddito e dall’età a quello soggettivo dove invece agisce l’autoefficacia finanziaria suggerisce che puntare sul rafforzamento della competenza individuale possa avere ricadute concrete sulla riduzione della vulnerabilità.
La competenza finanziaria percepita rappresenta il principale fattore protettivo
Secondo Edoardo Lozza, professore ordinario di Psicologia Economica presso l’Università Cattolica, “la ricerca mostra con chiarezza come la competenza finanziaria percepita (cioè l’autoefficacia finanziaria) rappresenti il principale fattore protettivo contro la violenza economica. Questo significa che è necessaria un’educazione affettiva alla gestione del denaro, che sappia riconoscere e padroneggiare le emozioni, spesso inconsapevoli, che si legano alle nostre pratiche economiche. Accanto a questo, risulta prioritario promuovere un cambiamento culturale per contrastare stereotipi e pregiudizi di genere, che alimentano e troppo spesso possono contribuire a legittimare le dinamiche alla base di molte situazioni di violenza economica”.

Educazione finanziaria e interventi mirati per la protezione e il cambiamento culturale
Il potenziale protettivo dell’educazione finanziaria emerge come elemento centrale nelle strategie di prevenzione. Non si tratta soltanto di fornire nozioni tecniche ma soprattutto di lavorare sulla dimensione personale ed emotiva, riconoscendo in modo molto pragmatico l’intreccio tra denaro, l’autonomia personale e l’equilibrio nei rapporti interpersonali.
In quest’ottica, le campagne informative, i numeri verdi specializzati e i programmi educativi indirizzati soprattutto ai segmenti più giovani possono contribuire ad arginare il fenomeno prima che assuma carattere strutturale. La sfida principale resta però quella culturale: occorre riuscire a superare i pregiudizi radicati che legittimano dinamiche asimmetriche nella gestione delle risorse familiari e favorire modelli basati sulla trasparenza decisionale condivisa. Solo in questo modo, si coglie dalla ricerca, sarà possibile trasformare la sensibilizzazione in empowerment reale, incidendo sulle condizioni materiali che rendono ancora oggi tanto diffusa quanto invisibile la violenza economica.
Attenzione sociale, strumenti normativi e tanta educazione per sconfiggere la violenza economica
La violenza economica, nella sua complessità e spesso nella sua invisibilità richiede un approccio integrato, dove si deve coniugare l’attenzione sociale, gli strumenti normativi e gli interventi educativi. Per riuscire a far emergere il fenomeno è necessario costruire una consapevolezza diffusa, che sappia riconoscere e nominare le forme di abuso economico anche quando si nascondono dietro dinamiche relazionali consolidate o stereotipi persistenti. La competenza finanziaria poi deve diventare un diritto trasversale a tutte le fasce della popolazione e in questo senso è fondamentale il ruolo delle istituzioni e degli attori sociali nell’attivare percorsi informativi e formativi mirati, capaci di intercettare i segmenti più esposti e favorire l’autonomia delle persone nelle scelte quotidiane.











