Analisi

Sostenibilità e core business delle imprese: il ruolo della DNF

L’analisi di Nadia Linciano, Head of Research Department, e Giovanna Di Stefano, Senior Officer Consob, sulle evidenze del Rapporto Consob dedicato all’analisi della rendicontazione non finanziaria delle società quotate italiane

Pubblicato il 16 Ott 2022

Fonte: CONSOB Rapporto 2021 sulla rendicontazione non finanziaria delle società quotate italiane

Il “Rapporto Consob sulla rendicontazione non finanziaria delle società quotate italiane” rappresenta un prezioso punto di osservazione dal quale alzare lo sguardo per individuare gli  “effetti” collegabili alla relazione tra le imprese quotate del nostro paese e i criteri di applicazione del d.lgs. 254/2016 di recepimento della Direttiva 2014/95/EU sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità. Si tratta di un report che grazie anche al contributo di Methodos ha permesso di disporre di uno strumento in grado di rilevare segnali e tendenze di un passaggio da una Dichiarazione non finanziaria vissuta come adempimento a una DNF in grado di innescare processi di trasformazione aziendale.

ESG360 ha documentato gli obiettivi e le principali evidenze del report nell’articolo “Rapporto Consob: la DNF come leva di trasformazione per le imprese (dal quale si accede direttamente anche al report originale della Consob n.d.r.), che focalizza l’attenzione verso i temi di una sostenibilità che aggiunge nuovo valore al ruolo della Dichiarazione non finanziaria come “fattore di spinta verso una trasformazione aziendale”.

Per approfondire la comprensione di questi segnali e per raccogliere una testimonianza di “prima mano” sul rapporto, ESG360 ha voluto incontrare Nadia Linciano, Head of Research Department Consob e Giovanna Di Stefano, Senior Officer Consob, anche in qualità di co-autori del rapporto.

Report DNF: gli obiettivi

Da Nadia Linciano arriva subito la precisazione che il report punta, come obiettivo primario, a verificare se il processo di compliance che le aziende hanno dovuto intraprendere – in seguito al recepimento della direttiva sulla rendicontazione non finanziaria nel nostro ordinamento – stia effettivamente innescando un processo di trasformazione nella gestione aziendale, negli obiettivi strategici, nel coinvolgimento degli stakeholder interni ed esterni e nella considerazione dei fattori ESG.

In buona sostanza si è voluto analizzare se nelle imprese interessante si stia prendendo coscienza del fatto che è necessario spostarsi verso un nuovo paradigma di sviluppo in cui si opera su un orizzonte temporale di medio-lungo periodo e sulla base di obiettivi che vanno oltre il profitto finanziario. “Obiettivi – tiene a sottolineare Nadia Linciano – nei quali rientrano valutazioni di impatto che contribuiscono alla generazione di valore e che presentano delle ricadute finanziarie nel medio-lungo termine”.

 

La differenza tra finanza sostenibile e filantropia

C’è  un tema che potrebbe rientrare in una disquisizione relativa alla tassonomia e sul quale corre l’obbligo di una precisazione. “Non si devono confondere questi temi con gli ambiti della finanza legata alla filantropia, di assoluta importanza, ma che è e resta un ambito distinto rispetto alla finanza sostenibile”. È bene sottolineare che si parla di finanza sostenibile nell’accezione di decisioni imprenditoriali che determinano un impatto ambientale, sociale etico finalizzato e integrato alla creazione di valore.

Questa dimensione è alla base del piano di azione del 2018 della Commissione europea sulla finanza per la crescita sostenibile riproposto nella nuova strategia per la finanza sostenibile rilanciata nel 2021. Tutto ciò che è etico, nell’accezione di attività legate alla filantropia, appartiene ad una precisa sfera di azione e chi sceglie questo tipo di investimenti lo fa con la consapevolezza di indirizzare le proprie risorse allo scopo di tener fede ai propri valori con la disponibilità a soprassedere su alcuni profili di carattere finanziario.

 

Finanza sostenibile come nuovo rapporto con le risorse

“Quando parliamo invece di finanza sostenibile – precisa Nadia Linciano – dobbiamo considerare che l’obiettivo è necessariamente un altro e attiene alla necessità di utilizzare le risorse in maniera diversa. Quando parliamo di ambiente non possiamo dimenticare che parliamo anche di input produttivi in cui il cui costo-opportunità è stato finora largamente trascurato”. Qualsiasi realtà imprenditoriale opera in un contesto caratterizzato da risorse tangibilmente scarse e misurabili e il proprio impatto dipende dalla capacità di valutare e gestire il costo ambientale e sociale nell’utilizzo di queste risorse.

 

Come si passa dall’adempimento alla trasformazione

La Dichiarazione non finanziaria nasce anche con questo obiettivo: preparare le aziende a rendicontare il loro rapporto con esternalità di carattere non finanziario. Se per diversi anni questa rendicontazione è stata vissuta in molti casi come un adempimento, il report mette a disposizione oggi i segni di un cambiamento. Giovanna Di Stefano, Senior Officer Consob, sottolinea che i segni di questa tendenza si erano già osservati nelle aziende attive nel settore dell’energia. Realtà che hanno iniziato a rendicontare nella convinzione che i fattori ESG sono fattori esterni all’azienda che determinano un impatto importante sul business. La normativa europea ha poi contribuito a orientare le aziende verso una doppia riflessione: come questi fattori impattano sul loro business e come le loro attività possono agire nei confronti di questi stessi fattori.

Il tema della doppia materialità

Il fatto stesso che nella redazione dei report si debba tenere conto del principio della doppia materialità, in quanto dettato dalla normativa o dagli standard di rendicontazione internazionali, invita le aziende a comprendere meglio i temi su cui focalizzare la valutazione di rischi, opportunità, prospettive, ovvero nella individuazione delle aree e delle modalità attraverso le quali la considerazione dei temi ESG genera valore. Non solo, la DNF non si limita ad aumentare la consapevolezza relativa all’azienda nel suo complesso, ma è anche uno stimolo a comprendere gli effetti di questi temi nei confronti degli stakeholder esterni, della comunità, dei dipendenti, dell’ambiente, della società in generale.

La differenza sostanziale con la filantropia è qui sottolineata dall’evidenza che si tratta di azioni che si sviluppano e che diventano parte integrante del capitale stesso dell’azienda. Certamente si tratta in tanti casi di un capitale che ha una “forma” intangibile, ma che nel lungo periodo produce effetti importanti sul valore finanziario dell’azienda stessa.

Concretamente la capacità di integrare i temi della sostenibilità nella strategia di sviluppo e nel core business dell’azienda passa attraverso l’applicazione della doppia materialità e di strumenti che permettono di disporre di una misura completa dell’impatto aziendale.

“Questo è un principio cardine che analizziamo anche nel report – precisa Nadia Linciano -. Cerchiamo di comprendere come operano effettivamente le aziende nell‘analisi di materialità perché lo riteniamo un passaggio fondamentale per comprendere l’effettiva integrazione dei fattori ESG nella vision aziendale. Tra l’altro – osserva – l’esercizio che spinge alla ricerca dei temi rilevanti su cui basare la rendicontazione non dovrebbe essere concepito solo come un adempimento di compliance agli obblighi di rendicontazione non finanziaria ma dovrebbe rappresentare un esercizio utile per la strategia dell’azienda stessa”.

Come si muovono le aziende

“C’è un trend di crescita della consapevolezza di questo processo – osserva Nadia Linciano – che si evince anche dai dati del nostro report. Il coinvolgimento del CdA non è ancora diffuso quanto dovrebbe, ma si nota un trend in crescita. Nel 2020 le società che dichiaravano di aver coinvolto il CdA nell’approvazione, validazione o condivisione dell’analisi di materialità erano solo 65, adesso nel 2021 sono 79. Anche il coinvolgimento diretto del CdA sta gradualmente aumentando. Ci sono poi margini di miglioramento in particolare sul coinvolgimento degli stakeholder, soprattutto di quelli esterni, sia a livello di modalità di coinvolgimento sia nell’ambito della raccolta e analisi dei dati”.

Relativamente alle spinte che portano le aziende in questa direzione Giovanna di Stefano sottolinea che molto dipende dall’esposizione dell’impresa alla pressione dei mercati, dalla capacità di affrontare un processo di rinnovamento e non ultimo dalle dimensioni dell’azienda stessa.

 

Come e dove si fa sentire la spinta dell’ESG

Relativamente all’ESG e alla digitalizzazione a livello di board il report fa leva anche sulle evidenze del rapporto Consob sulla corporate governance delle società quotate italiane (qui per maggiori informazioni sul report n.d.r.) a cui si è affiancato un lavoro certosino per analizzare le competenze degli amministratori in materia di sostenibilità e digitalizzazione, tenendo conto della loro formazione, del background professionale e dell’attività di studio, ricerca e e coinvolgimento in iniziative di vario genere tali da poterli classificare esperti in questi temi.

Giovanna di Stefano sottolinea a sua volta che si tratta oggi di una foto, che non ci sono le condizioni per rilevare un trend, ma sul campione delle 139 società quotate prese in considerazione, il numero di amministratori che hanno competenze ESG è pari a 100  (il dato medio si attesta a 2 amministratori mentre il valore massimo è pari a 8). Da sottolineare ancora che gli amministratori con queste competenze sono più concentrati nelle società di maggiori dimensioni.

 

Le tre fasi che portano a integrare i temi della sostenibilità nelle strategie aziendali

Il passaggio da una DNF come adempimento allo sviluppo è rappresentato dal percorso che il report mette in evidenza con le tre fasi denominate Awareness, Capabilities ed Engagement, sulla falsariga di uno schema di Methodos adattato alla classificazione delle informazioni rilevate dal Report. Nadia Linciano spiega che lo sviluppo della consapevolezza è spesso e naturalmente attivato dalla necessità di compliance che innesca poi uno sviluppo delle capacità, per dare vita a una fase di allenamento che permette poi di arrivare all’engagement, ossia al comportamento proattivo.

“Abbiamo classificato per ciascuna di queste fasi una serie di indicatori – spiega -. E nel corso del tempo abbiamo notato un aumento dell’engagement. Nell’anno “zero” precedente l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 254 del dicembre 2016, le società erano concentrate soprattutto nell’awareness, con attività di compliance e/o di applicazione delle indicazioni del Codice di corporate governance. Nel tempo ci si è spostati verso forme di maggiore consapevolezza sui temi dell’impatto, con il coinvolgimento nell’analisi di materialità dei manager e degli stakeholder esterni. Anche se i margini di miglioramento sono ancora ampi. Ad esempio, il numero di imprese dotate di piattaforme per la raccolta di informazioni e dati ESG – osserva – è ancora contenuto (26 nel 2021) e lo stesso vale anche per le imprese che si avvalgono di strumenti avanzati per la ricerca dei temi materiali (14)”.

Proseguendo nell’analisi di questo percorso che dovrebbe condurre all’integrazione della sostenibilità nel core business aziendale, si arriva al ruolo della formazione dove si colgono segnali di crescita, necessaria per lo sviluppo a livello di board e all’interno dell’azienda delle competenze utili per trasformare l’impatto dei fattori ESG in valore. “L’integrazione della sostenibilità nel processo decisionale del board sembra anch’essa mostrare segnali positivi – aggiunge Nadia Linciano – come emerge dal graduale aumento delle società che considerano i temi ESG nelle linee guida per il rinnovo del board, nella board evaluation e nelle politiche di remunerazione”.

Sul fronte dell’engagement, “una metrica fondamentale – osserva – è poi rappresentata dall’integrazione degli SDGs nei piani strategici”. Il Report ha analizzato gli abstract o le presentazioni pubbliche delle strategie aziendali, rilevando una tendenza da parte delle aziende a considerare i fattori ESG come elementi di strategia aziendale in modo maggiore rispetto al passato”.

 

Il digitale come fattore abilitante

Rispetto al ruolo del digitale il report rileva che l’innovazione digitale e i temi della gestione dei dati e della cybersecurity sono tra gli argomenti più trattati nelle sessioni formative organizzate per i dipendenti. Ma l’aspetto da sottolineare in modo più importante riguarda l’aumento nel numero delle società che si stanno organizzando per disporre di un sistema informativo per la gestione dei dati non finanziari. Un’evoluzione questa destinata ad accelerare in previsione dell’entrata in vigore della nuova normativa.

“Il digitale – conclude Nadia Linciano – è senz’altro un fattore abilitante. Le evidenze disponibili sulle competenze digitali dei manager e il dato sull’utilizzo ancora circoscritto di piattaforme di raccolta dati alimentano la percezione di essere alle fasi iniziali di un percorso che vedrà crescere  la centralità del digitale”.

C’è infine un altro processo che si potrebbe innescare sull’onda della legislazione europea e che riguarda il coinvolgimento delle PMI che operano nell’ambito delle filiere di produzione di imprese di maggiori dimensioni.  Queste ultime, nell’ambito delle loro attività di rendicontazione, dovranno rendere conto anche dei profili di sostenibilità a “monte” e a “valle” della propria filiera che interessano i propri partner. Sulla base di questo fenomeno è ragionevole ipotizzare che anche le piccole e medie imprese di filiera potranno ricevere stimoli ed essere coinvolte nel processo di rendicontazione non finanziaria.

Nel nostro percorso di approfondimento del valore della DNF e della sostenibilità come leva per la trasformazione culturale delle imprese abbiamo scelto di aggiungere un ulteriore punto di osservazione con l’intervista a Livia Piermattei, senior advisor di Methodos nel servizio ESG e trasformazione culturale delle aziende: le indicazioni del rapporto Consob sulla DNF

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