Sustainability manager

Guazzoni, Vibram: sostenibilità “ingrediente” fondamentale di prodotti e processi di produzione

Per il brand specializzato nella produzione di suole ad alte prestazioni per scarpe da outdoor la sostenibilità è un elemento distintivo che fa parte del DNA aziendale. Dall’esperienza del sustainability director Marco Guazzoni emerge la visione di una innovazione che unisce in modo inscindibile la ricerca di qualità, sicurezza e prestazioni con la riduzione dell’impatto ambientale e con la responsabilità sociale

08 Gen 2022
Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it e Direttore testate verticali Network Digital360

Ci sono aziende che hanno un rapporto diretto, per certi aspetti “naturale” con la sostenibilità. Vibram è una di queste realtà e lo è sia per la sensibilità che arriva dalle origini dell’azienda, dal fondatore e dall’attuale management, sia per l’impegno con cui, grazie ai propri prodotti, permette a chi ama l’outdoor in tutte le sue dimensioni di viverlo e di apprezzarlo nelle migliori condizioni possibili.

Vibram è una realtà che nasce nel 1937 per opera di un alpinista e abile guida alpina con lo spirito imprenditoriale: Vitale Bramani. La leggenda narra che l’idea di ripensare la suola delle scarpe da montagna sia arrivata a causa di una tragedia, comunque fosse, a un esperto alpinista come Bramani le scarpe di pelle e chiodi dell’epoca stavano “strette” e mostravano tutti i loro limiti in termini di sicurezza e prestazioni. Grazie alla collaborazione con un gruppo come Pirelli, Bramani in quegli anni riesce ad accedere a una importante conoscenza sul mondo della gomma e inizia un’avventura imprenditoriale all’insegna della creazione di suole innovative per scarpe da montagna. Dall’idea di prodotto di Vitale Bramani nasce Vibram e il marchio diventa sinonimo di scarpe sportive ad alte performance. Accanto alle vie alpine Bramani inizia così a tracciare anche un nuovo percorso imprenditoriale che ha come punto di riferimento un grande amore per la montagna e un grande rispetto per l’ambiente.

Con Marco Guazzoni, sustainability director in Vibram iniziamo da questo punto il nostro confronto sul valore della sostenibilità per una impresa che fornisce strumenti sempre più innovativi a sportivi e appassionati per vivere al meglio il rapporto con l’outdoor e che per farlo affronta delle sfide industriali e organizzative che sono uno dei tratti distintivi della società.

Partiamo dal rapporto tra l’azienda e i temi della sostenibilità. Quali sono i punti di riferimento?

Va precisato subito che l’azienda è stata fondata nel segno di una sostenibilità ambientale strettamente legata alla sostenibilità economica: il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità va infatti perseguito nel segno dello sviluppo imprenditoriale e sociale. L’azienda vive la capacità di innovazione nella continua attenzione alla scarpa come a un elemento di connessione con la terra e come a uno strumento che permette di vivere l’ambiente. Questa premessa è doverosa per sottolineare che la sostenibilità è integrata con lo stesso modello di business dell’azienda: la produzione di suole per le tante e diverse dimensioni dell’outdoor è complessa perché deve affrontare diverse forme di impatto ambientale. Vibram le sta vivendo con un approccio che fa leva in larga misura sull’innovazione. Il waste, per fare un primissimo esempio, è sempre stato un tema dominante in azienda e per ridurre al massimo gli sprechi si è lavorato su più livelli: a partire dalla creazione della soluzione Ecostep Vibram che porta sul mercato prodotti realizzati con una mescola che contiene al 30% materiale riciclato. Una soluzione pionieristica se si pensa che si tratta di un materiale che è stato realizzato nei primi Anni ’90 e che testimonia della continua ricerca di innovazione dell’azienda.

INFOGRAFICA
Industry 5.0, guida per CFO: come valorizzare i dati di produzione
Big Data
Manifatturiero/Produzione

Restiamo sul rapporto tra prodotto e sostenibilità: quali sono le principali sfide e difficoltà?

Il recupero e riutilizzo di materiali nelle diverse fasi di lavorazione fa parte dell’innovazione aziendale e su questi c’è un’attenzione maniacale a trovare una corretta destinazione per tutti i possibili scarti industriali. C’è però un tema che non va nascosto e riguarda le performance: le scarpe più performanti arrivano da mescole sintetiche, la gomma naturale è importantissima, ma non consente di raggiungere le stesse prestazioni. Per performance più specifiche e di alto livello serve una gomma sintetica che si ottiene con un mix omogeneo di diversi materiali. Tutte le fasi di lavorazione industriale sono state ingegnerizzate per ridurre al massimo gli scarti e per recuperarli e rimetterli direttamente in produzione.

La lavorazione che precede la stampa della suola crea degli sfridi che possono essere reinseriti nel ciclo produttivo senza generare scarti. Durante la fase di stampa si è arrivati a ridurre lo scarto al 12% e si tratta di un materiale che viene a sua volta recuperato per dare vita alla mescola Ecostep destinata alla produzione di suole son altre caratteristiche a livello di performance. In questo senso si colloca poi il lavoro di ricerca e sviluppo di altre mescole per utilizzare gli scarti industriali.

Seguite la logica della Piramide dei rifiuti?

Fondamentalmente sì, come primo livello è lavoriamo per la massima riduzione dello scarto, come secondo step ci adoperiamo per il suo riutilizzo, per quello che non è possibile riutilizzare lo ricicliamo e se proprio non è possibile allora procediamo con la sua valorizzazione termica e infine come ultima tappa la discarica che stiamo costantemente riducendo. A oggi l’80% degli scarti prodotti sono collocati tra riciclo e riutilizzo, il 15% circa è destinato alla termovalorizzazione e una quota vicina al 4% finisce in discarica. La filosofia e la strategia dell’azienda è quella di trovare una via alternativa all’impatto ambientale della discarica anche affrontando costi superiori nella ricerca dei materiali e nei processi di produzione.

C’è poi il tema dei prodotti usati dai clienti dei vostri clienti, come vi muovete in questa prospettiva?

E questa è veramente un’altra grande sfida. Vibram è un’azienda B2B, lavoriamo per produttori di scarpe, ma lavoriamo anche sul recupero del prodotto finale, quello utilizzato dai clienti considerando naturalmente che si tratta di una filiera più complessa da attivare. In questo senso si colloca il progetto EsoSport per la raccolta e il riciclo di scarpe sportive, pneumatici da biciclette, palline da tennis a fine vita. Un progetto che punta a ridare una nuova opportunità diversa dalla discarica a questi prodotti che nel caso è rappresentata dalla produzione di materiale per parchi giochi e per piste di atletica. Questa iniziativa nasce dalla doppia passione per lo sport e per l’ambiente. Come Vibram negli Stati Uniti abbiamo poi iniziative analoghe con altre organizzazioni e con queste operazioni vogliamo impegnarci a 360° sul tema del waste, sia per il recupero dei materiali legati alla nostra produzione sia dei materiali prodotti da altre realtà.

Come stano cambiando i prodotti e come cambia lo studio delle performance?

Come Vibram lavoriamo tantissimo sull’innovazione e sulla conoscenza per garantire prodotti che garantiscano le migliori prestazioni e la massima durata. Per portare in azienda la migliore conoscenza possibile sui prodotti abbiamo dato vita già sul finire degli Anni ’90 a un progetto denominato Tester Team che prevede la fornitura di scarpe a dipendenti dell’azienda che le utilizzano in modo particolarmente intenso per la pratica sportiva o per il lavoro. Lo scopo è quello di disporre di informazioni precise e reali relative alle loro prestazioni sul campo o alla individuazione di nuove esigenze di miglioramento per il mondo dello sport e per il work & safety. Si tratta di un modello che consente di testare l’innovazione, di vedere sul campo se si sta rispondendo in modo corretto a delle esigenze reali o per individuare criticità e correggerle prima di portare i prodotti in produzione. Dalla leggerezza alla durabilità, dalla tenuta in condizioni di fondo particolarmente scivoloso alla robustezza complessiva del prodotto sono tante le caratteristiche che sono oggetti di analisi e di attenzione con questo approccio.

Si tratta di una forma di coinvolgimento dei dipendenti?

C’è anche questa dimensione di partecipazione alla creazione di valore. In questo caso tutti i dipendenti che desiderano partecipare all’operazione sono tester, ma il tema è legato a un approccio che punta all’ascolto delle esigenze e alla creazione di conoscenza arrivando a disporre di informazioni reali a cui aggiungiamo anche delle survey che ci permettono di prendere in considerazione e ascoltare anche quelle voci che normalmente rischi di non cogliere.

Ne esce una visione della sostenibilità che è basata sulla collaborazione di tutti gli stakeholder

 

Certamente e i primi stakeholder per noi sono la società, la proprietà e i dipendenti. Il coinvolgimento dei dipendenti è fondamentale e per questo abbiamo scelta di puntare su un forte supporto in termini di education e di sensibilizzazione: abbiamo creato, insieme a Life Gate, nostro partner strategico, una piattaforma di formazione alla sostenibilità che è progettata per permettere tra l’altro di capire come scegliere e come collocare i valori della sostenibilità nell’economia di altre scelte che determinano la decisione su un prodotto.

Tutti i dipendenti, grazie a questa piattaforma, si impegnano a seguire di 5 – 6 ore di video con informazioni e percorsi che forniscono una formazione fondamentale sulla disciplina della sostenibilità, unitamente a questionari che permettono di verificare il livello di preparazione acquisito. A questo seguono poi moduli specifici sulle aziende e sull’impatto nella vita quotidiana. Questo percorso è attivo presso tutte le sedi Vibram in tutti i paesi in cui siamo presenti e viene lasciata ai dipendenti un’ampia libertà sulla scelta del momento migliore per seguire il corso.

Accanto a questa iniziativa formativa abbiamo avviato diverse forme di volontariato aziendale con la creazione di un comitato no-profit. Abbiamo scelto un modello in base al quale non diamo soldi per diventare benefattori, ma mettiamo a disposizione ore uomo e competenze per raggiungere obiettivi e benefici a favore della collettività. Tutti i dipendenti possono ingaggiare l’azienda per attuare dei progetti: un esempio è rappresentato dai Vibram Green Team che si occupano di ridurre l’impatto ambientale relativo a particolari eventi sportivi.

Vediamo anche il tuo ruolo, com’è nata la tua funzione e come è stato costituito il tuo team?

Come ho già messo in evidenza i temi della sostenibilità sono sempre stati molto sentiti, ma c’è stato un momento in cui l’azienda ha avvertito l’esigenza di valorizzarli ulteriormente e di definire un piano specifico al riguardo. Nel 2017, quando ero impegnato in attività di R&D, ho ricevuto la proposta di seguire un progetto sulla sostenibilità. Dopo due settimane, sono tornato dalla proprietà per comunicare che non si poteva parlare “solo” di un progetto, ma la sostenibilità era a tutti gli effetti un programma costituito da tanti piani di lavoro nell’ambito di un percorso che non era destinato a esaurirsi ma che doveva integrarsi nelle attività dell’azienda.

Concretamente questo passaggio come si è tradotto nella vita operativa dell’azienda?

Faccio qualche esempio molto concreto: se sino 4 anni fa le presse per la produzione delle suole si sceglievano per le performance di produzione e per la qualità nella realizzazione dei prodotti, adesso questi strumenti di produzione – che sono fondamentali per imprese come le nostre -, si scelgono anche in base ai consumi / sprechi di risorse e al tipo di energia, scegliendo il modello sostenibile anche se non necessariamente il più economico.

Un altro esempio riguarda gli acquisti stessi di energia, la nostra produzione è molto “energivora” e abbiamo scelto di diventare un’azienda che si serve solo di energie rinnovabili e abbiamo scelto di scegliere strumenti di produzione prevalentemente basati sull’elettrico, affrontando costi maggiori.

Ma ci sono altri esempi che riguardano la dimensione sociale a partire dal ripensamento e dal miglioramento delle condizioni di lavoro con una evoluzione che cerca di superare e modificare le mansioni più alienanti creando delle alterative in termini organizzativi e formando le persone alla gestione di un cambiamento che deve permettere di trovare un nuovo equilibrio sostenibile, in questo caso sul piano della qualità della vita nell’ambito professionale, ma sempre con il contributo di tutti.

Vediamo anche la vostra organizzazione, come affrontate la sostenibilità in termini di strutture?

La gestione della sostenibilità è nello stesso tempo molto agile e molto presente in tutta l’azienda. Il programma è guidato da un comitato strategico per la sostenibilità composto da una decina di persone e da altre 40 persone che rappresentano il comitato operativo. La sostenibilità è rappresentata in tutti i team di ogni paese con figure di ogni nazionalità. Operativamente siamo circa in 50 unità che rappresentano sia le funzioni (operation, finance, Hr etc) sia le presenze territoriali. Nel mio ruolo di sustainability director sono in relazione costante con tutti sui temi della sostenibilità con un doppio percorso di informazioni sugli obiettivi dell’azienda che vengono diffusi e radicati in ogni parte dell’azienda e nel monitoraggio e nel controllo di tutte le attività che incidono su questi obiettivi. Questo ci permette di “innestare” i temi della sostenibilità in ogni ambito tanto che molto spesso ci sono progetti che nascono presso “altre funzioni”, ma che hanno al proprio interno importanti obiettivi specifici di sostenibilità.

Facciamo qualche esempio di come vi state muovendo?

Grazie a questa organizzazione il piano d’azione è veramente a 360°, ci sono progetti che puntano sull’innovazione di prodotto, sulla ricerca di nuovi materiali che sappiano unire performance sportive e qualità sostenibili, c’è poi l’innovazione di processo che passa ovviamente dalla ricerca di efficienze, ma anche per la ricerca di modalità di lavoro che siano sempre più attente al ruolo, all’impegno delle persone che sono chiamate a utilizzarle e poi ci sono innovazioni per misurare queste performance, ovvero per valorizzare tutto questo impegno sulla sostenibilità perché è un valore per l’azienda, per i dipendenti, per tutti coloro che collaborano e per i consumatori.

Quali sono i punti di riferimento in termini di standard, di istituzioni, di organismi e progetti per la sostenibilità?

La sostenibilità è un sistema complesso di valori e siamo coinvolti su diversi ambiti. Siamo impegnati sul progetto Monitor for Circular Fashion del Sustainability Lab della SDA Bocconi per preparare temi comuni a tutta la filiera della moda e dello sportwear e a settembre abbiamo portato alle Nazioni Unite il Circular Fashion Manifesto. Stiamo poi lavorando con la società Blusign per trasportare gli standard dell’industria tessile sostenibile in quella delle calzature.

Un altro aspetto molto rilevante riguarda il lavoro a livello di Life Cicle Assessment (LCA) della suola in un percorso che prevede la misurazione e il controllo dei dati di tutti gli impatti ambientali del nostro prodotto per avere una visione veramente completa del rapporto tra prodotto e ambiente e individuare i processi critici per poterli modificare e migliorare. Anche grazie a questo lavoro arrivano informazioni e dati per la misurazione dell’impatto ambientale delle suole sulla base di una metodologia che è stata creata da Vibram insieme ad altri partner e in collaborazione con il CNR.

Quali sono i prossimi obiettivi?

Il prossimo passo per noi è la supply chain, ovvero estendere il nostro modello di misurazione, di controllo e di sostenibilità alle filiere produttive. Oggi abbiamo terzisti che fanno il nostro stesso lavoro, che condividono con noi le regole e con questi è relativamente facile condividere le best practice imparando a migliorarci reciprocamente. In altri casi ci sono fornitori che fanno prodotti complessi, come certe mescole molto delicate per la lavorazione e per l’ambiente (ad esempio nel caso di prodotti con nero fumo) in cui il terzista oltre a lavorare molto bene sulla qualità della mescola, gestisce un processo di produzione molto delicato per la sostenibilità e con loro lavoriamo assieme alla ricerca di soluzioni. Il nostro obiettivo è quello di arricchire il know-how di tutti gli attori nel segno della sostenibilità.

Un altro ambito sul quale stiamo lavorando è rappresentato dal procurement dove serve anche tanta diplomazia e tanta capacità di influenzare scelte che devo essere effettuate da altre imprese in altri contesti in un approccio che rientra in una strategia verso la sostenibilità che sta trasformando il rapporto con le altre imprese da relazioni di fornitura a relazioni di partnership.

Qual è il ruolo del digitale nel lavoro del sustainability manager?

 

Importantissimo. Il dato per noi è fondamentale: come azienda produttiva le nostre attività sono basate sui dati e stiamo procedendo su un percorso Industry 4.0 con alcune linee progettuali come l’utilizzo dell’RFID per il riconoscimento della suola e con la blockchain per tracciare tutti i passaggi e metterli a disposizione del consumatore. Grazie ai dati vogliamo poi sfruttare l’Intelligenza Artificiale sia per l’innovazione di prodotto sia per migliorare i processi, sia per fornire informazioni trasparenti e comprensibili al consumatore che nella campagna mediatica viene confuso dal fatto che tutto oggi sembrano sostenibili, ma il confronto è spesso impossibile.

Prosegui la lettura delle strategie e delle esperienze di sustainability manager  di importanti aziende e organizzazioni.

WHITEPAPER
Come ottimizzare i processi di procurement: i moduli perfetti per il customer service
Acquisti/Procurement
Amministrazione/Finanza/Controllo
@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 5