Natural Capital Accounting

Capitale naturale oltre il PIL: verso un accounting per calcolare il valore dell’ambiente



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Gli obiettivi del progetto Natural Capital Accounting and Valuation of Ecosystem Services per misurare il valore degli ecosistemi naturali e dei servizi che sono in grado di produrre, sia in termini di risorse fisiche sia in termini di valore economico. L’iniziativa nasce da The United Nations Statistics Division, dalla United Nations Environment Programme, dal Secretariat of the Convention on Biological Diversity e dall’Unione Europea

Pubblicato il 6 gen 2026



SEEA ONU ESG

Capitale naturale: che cos’è e perché oggi entra nelle decisioni d’impresa

Per capitale naturale si intende l’insieme di risorse naturali rinnovabili e non rinnovabili, come possono essere acqua, suolo, foreste, aria, minerali solo per fare alcuni esempi, da cui dipendono le nostre condizioni di vita e di lavoro.
Si tratta, come ben evidenziato negli esempi, di natura che diventa a tutti gli effetti capitale perché rappresenta il contesto ambientale nel quale si svolgono attività a loro volta naturali come, sempre per fare degli esempi, l’impollinazione, la fertilità dei suoli, la regolazione del clima, la protezione dalle alluvioni, la depurazione dell’acqua, la disponibilità di biomassa che consentono lo sviluppo dell’agricoltura, delle attività industriali, della qualità della vita così come la conosciamo oggi.
In assenza di questo Capitale naturale o se il Capitale naturale nel quale viviamo si degrada, diminuisce anche la capacità della natura stessa di svolgere quelle attività con cambiamenti sempre più rilevanti e importanti nell’ambiente e nel sistema economico.

Il concetto di Capitale naturale impone di riconoscere il legame materiale sempre più importante e sempre più stretto tra ecosistemi naturali e performance economiche. In questo senso i rischi legati alla perdita di biodiversità, ad esempio, non sono più solo un tema solo etico o ambientale, come accadeva in passato, ma presentano un impatto diretto anche sul piano industriale, in termini di riduzione dei servizi ecosistemici.

Perché il capitale naturale è importante

Il capitale naturale sostiene delle intere catene del valore, nella maggior parte delle situazioni senza essere contabilizzato. Quanti sono i settori che dipendono dall’acqua disponibile, dalla qualità del suolo o dalla salute del suolo, dalla stabilità climatica? Tanti, tantissimi, possiamo dire che indirettamente tutti i settori dipendono dai servizi ecosistemici.
Se questi fattori diventano instabili, aumenta il rischio di interruzioni operative e di impatto sui prezzi, ad esempio delle materie prime.

Qual è la principale differenza tra rischi per la perdita di Capitale naturale e rischi per il riscaldamento globale?

Il Capitale naturale attiene prevalentemente a una dimensione locale a differenza delle emissioni di CO2 che rappresentano a tutti gli effetti un problema globale. In altre parole la tutela della biodiversità, la gestione delle acque sono sfide che riguardano territori specifici. Questo aspetto impone di guardare al Capitale naturale con una duplice prospettiva. Da una parte una impone una responsabilità più diretta, più “vicina” alla vita delle persone e delle aziende e per certi aspetti più controllabile. Dall’altra per il Capitale naturale è più difficile fare riferimento a indicatori condivisi a livello globale in quanto il valore di ciascun capitale naturale locale è anche funzionale al contesto ambientale e sociale. I temi di un ambiente sostenibile nel quale si deve svolgere una produzione sostenibile sono ancora in buona misura “soggettivi”.

Capitale naturale e aziende: che tipo di impatto si deve considerare?

Per le aziende, il capitale naturale entra in gioco su due piani: dipendenze e impatti.
Le dipendenze sono ciò di cui il business ha bisogno dalla natura per funzionare (ad esempio l’acqua per le attività produttive o in altri casi il suolo).
Gli impatti sono invece gli effetti con cui le attività economiche impattano sulla natura (come può essere l’inquinamento o i prelievi idrici o l’utilizzo del suolo sottratto agli ecosistemi).

Cosa succede nel momento in cui una realtà economica utilizza in modo importante il Capitale naturale?

Quando una realtà economica utilizza il Capitale naturale con forme di dipendenza che diventano critiche, il rapporto con la natura si trasforma in rischio finanziario. Una eventuale scarsità d’acqua può ridurre la capacità produttiva di un’azienda o può far crescere i costi e imporre un cambiamento nelle politiche commerciali.
Danni a ecosistemi e habitat possono generare conflitti con comunità locali e ritardi autorizzativi. Una filiera legata a deforestazione o perdita di biodiversità può diventare un rischio reputazionale e regolatorio.

Ecco che il Capitale naturale impone una appropriata gestione del rischio mentre accanto ai rischi, ci sono anche opportunità come possono essere le nature-based solutions per le città.

Capitale naturale e CSRD: dove si collocano davvero

La CSRD rende il capitale naturale un tema “da rendicontare” quando è materialmente rilevante. Il cuore del meccanismo è la doppia materialità: le imprese devono riferire sia su come i temi di sostenibilità incidono sui risultati economici, sia su come l’impresa impatta su persone e ambiente. In altre parole, non basta rendicontare “il costo del rapporto con la natura”, occorre anche dichiarare “quanto cambia la natura in funzione delle attività aziendali”.

Nel sistema degli standard ESRS, il tema capitale naturale si lega soprattutto allo standard ESRS E4 Biodiversity and Ecosystems, che chiede disclosure su impatti, rischi e opportunità legati a biodiversità ed ecosistemi, incluse policy, azioni, metriche e target. L’E4 include anche l’aspettativa di descrivere i processi con cui l’azienda identifica e valuta i temi rilevanti di biodiversità/ecosistemi.

Come si misura con la doppia materialità e quali sono le relazioni con il Capitale naturale?

La doppia materialità funziona come una sorta di lente a due fuochi: materialità d’impatto e materialità finanziaria.
La materialità d’impatto guarda agli effetti dell’azienda su biodiversità ed ecosistemi lungo operazioni e catena del valore.
La materialità finanziaria guarda a come il degrado della natura, o le politiche per proteggerla, possono influenzare cassa, costi, ricavi e profilo di rischio.

Dal punto di vista della normativa CSRD e degli standard ESRS, questo tipo di analisi si traduce nell’identificazione di IROs vale a dire nella logica di Impatti, Rischi e Opportunità.

Per misurare la componente legata al Capitale naturale, molte organizzazioni si appoggiano a framework operativi. Un esempio è rappresentato dal Natural Capital Protocol che permette di identificare, misurare e valorizzare impatti e dipendenze sul capitale naturale a supporto delle decisioni.
In termini di disclosure e risk, il framework TNFD Task Force on Nature Related Financial Disclosure propone un percorso di assessment per mappare e valutare questioni nature-related.

Perché la relazione con la CSRD è strategica per il Capitale naturale?

La CSRD, grazie al concetto di doppia materialità, spinge le imprese a trasformare il capitale naturale da tema narrativo a tema gestionale.
Le realtà che effettivamente scelgono di valutare correttamente il proprio rapporto con il capitale naturale dispongono di strumenti per capire la propria esposizione ai rischi e possono agire prima che il rischio diventi crisi.

Perché è importante misurare il Capitale Naturale

Da tempo il PIL è in discussione. Inteso come “unità di misura” per valutare lo sviluppo e la capacità di crescita di una economia il Prodotto Interno Lordo è “accusato” di rappresentare solo una parte della realtà e di non avere la consistenza per dare la misura di asset, patrimoni e valori che si esprimono magari solo in modo indiretto in termini economici.

Restano escluse dal PIL quelle componenti che sono sempre più importanti, non solo per quanto attiene la componente di specifica valorizzazione ambientale, ma per gli effetti ormai inequivocabilmente chiari che possono esprimere in termini di opportunità o di minaccia alla crescita. Non si può non pensare agli effetti legati alla presenza di industrie con un forte impatto ambientale per certi territori e alle conseguenze del climate change per quegli stessi territori.

Capitale naturale

Se per tante istituzioni e per tutte le realtà che guardano alle prospettive ESG la necessità della valorizzazione ambientale è ormai centrale, resta però da stabilire una metrica standard comune e condivisa, sulla quale far convergere la comunità internazionale per poter avere a tutti gli effetti quello che viene definito come Natural Capital Accounting.

Misurare i vantaggi veri e i rischi altrettanto veri delle azioni ambientali

Un passaggio assolutamente fondamentale che deve permettere di misurare in modo molto concreto i vantaggi di determinate azioni ambientali, ma anche il vero prezzo economico-ambientale che si sta pagando a fronte di determinate scelte industriali o organizzative.

Il Natural Capital Accounting dovrà permettere di comprendere in modo chiaro ad esempio come situazioni di PIL in grande crescita a costi altissimi dal punto di vista del consumo di risorse non sia più da interpretare come una produzione di valore o di ricchezza, ma al contrario, come un “tassello” di una realtà assai più complessa che deve comprendere e valorizzare anche il consumo o lo spreco di risorse.

Una lettura – anche contabile – dalla quale magari emerge che più che a una creazione di valore ci si trova davanti a impoverimento ambientale e sociale che può e deve essere misurabile anche in termini economici.

Il Natural Capital Accounting and Valuation of Ecosystem Services

Per poter valorizzare questa dimensione e per poter valutare compiutamente il Capitale Naturale in termini di “contabilità” la United Nations Statistics Division, la United Nations Environment Programme, il Secretariat of the Convention on Biological Diversity, con il supporto dell’Unione Europea hanno lanciato un progetto “Natural Capital Accounting and Valuation of Ecosystem Services” (NCAVES).

Il progetto è finanziato dall’Unione Europea attraverso il Partnership Instrument (PI) e punta a dare vita a un environmental-economic accounting, con l’obiettivo di valorizzare i servizi che arrivano dagli ecosistemi ambientali e che possono e devono essere controllati con un nuovo modello di accounting.

Il progetto inizia con una fase pilota gestita da SEEA Ecosystem Accounting (SEEA EA) con l’obiettivo di definire delle “unità di misura” per il valore degli ecosistemi ambientali e per i servizi che vengono realizzati e prodotti grazie agli asset ambientali. Il progetto vuole  creare le condizioni per una reale integrazione e valorizzazione della biodiversità e degli ecosistemi a tutti i livelli, anche a livello (sub) nazionale, permettendo di arrivare anche alla pianificazione e alla attuazione di apposite politiche di valorizzazione di servizi.

Un altro punto chiave del progetto riguarda la possibilità di contribuire allo sviluppo di una nuova metodologia che sia effettivamente condivisa e concordata a livello internazionale e creare le condizioni affinché possa essere utilizzata all’interno dei paesi partner.

 Articolo aggiornato il 4 gennaio 2026

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