Il 9 giugno 2026 il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio su alcune misure del pacchetto Omnibus IV. Tra queste, una merita particolare attenzione: l’introduzione di una nuova categoria intermedia tra PMI e grandi imprese, quella delle c.d. small mid-cap enterprises, o SMC.
Nei testi negoziali, le SMC sono imprese che non rientrano nella definizione di PMI, occupano meno di 1.000 persone e non superano 200 milioni di euro di fatturato annuo oppure 172 milioni di euro di totale di bilancio.
Obiettivo: attenuare il cliff effect
La novità non è solo classificatoria. L’obiettivo è attenuare il cosiddetto “cliff effect”: il salto regolatorio che si produce quando un’impresa supera le soglie PMI e si trova esposta, quasi improvvisamente, a obblighi pensati per realtà molto più grandi, strutturate e dotate di funzioni interne specialistiche.
È un tema che riguarda da vicino chi assiste le imprese nella crescita dimensionale, nella governance, nei rapporti con banche e investitori e nella gestione degli adempimenti regolatori. La nuova logica SMC compare, infatti, in diversi ambiti: GDPR, strumenti di difesa commerciale, accesso ai mercati dei capitali, batterie, gas fluorurati, entità critiche.
L’impatto determinante sul reporting
Per chi si occupa di sostenibilità, il collegamento più rilevante è però il reporting. Nel quadro post-Omnibus sembra delinearsi una possibile architettura a tre livelli.
Le imprese che resteranno incluse nel perimetro CSRD modificato, continueranno a essere soggette al reporting obbligatorio di sostenibilità secondo gli ESRS.
Le PMI non quotate possono invece fare riferimento al VSME, lo standard volontario sviluppato da EFRAG e raccomandato dalla Commissione europea per rispondere in modo proporzionato alle richieste ESG di banche, clienti e grandi imprese.
Per le imprese fino a 1.000 dipendenti escluse dal reporting obbligatorio, la Commissione ha inoltre prospettato un futuro standard volontario adottato con atto delegato e basato sul VSME: un possibile strumento intermedio tra VSME ed ESRS.
Small mid-cap enterprises come banco di prova della proporzionalità nel reporting di sostenibilità
In questo senso, le SMC potrebbero diventare il banco di prova della proporzionalità nel reporting di sostenibilità.
Da un lato, non avrebbe senso richiedere loro lo stesso impianto informativo previsto per le grandi imprese soggette agli ESRS. Dall’altro, molte SMC sono già inserite in catene del valore complesse, hanno rapporti strutturati con il sistema bancario e ricevono richieste ESG sempre più articolate da clienti, finanziatori e partner commerciali.
Il futuro standard volontario dovrebbe quindi servire a tre obiettivi concreti:
- limitare la proliferazione di questionari ESG non comparabili;
- offrire alle imprese in crescita uno strumento credibile, proporzionato e riconosciuto a livello europeo;
- aiutare professionisti e consulenti a orientare le imprese verso una raccolta ordinata e utilizzabile delle informazioni ESG.
Il tema centrale della proporzionalità
La questione centrale sarà la proporzionalità. La Commissione ha chiarito che il futuro standard volontario per le imprese fino a 1.000 dipendenti sarà basato sul VSME, nato per le PMI non quotate, ma potrebbe non coincidere integralmente con esso. La qualità della semplificazione si giocherà nel costruire uno standard capace di accompagnare imprese che sono già troppo complesse per risposte minime, ma non ancora assimilabili alle grandi società soggette agli ESRS.
Meno adempimenti ridondanti, più proporzionalità
Questa evoluzione va letta anche insieme alla normativa di sostenibilità bancaria. La direzione è simile: meno adempimenti ridondanti, più proporzionalità, maggiore riutilizzo dei dati. La revisione SFDR 2.0 proposta dalla Commissione europea mira a rendere più leggibili le informazioni sui prodotti finanziari sostenibili e a superare l’uso improprio degli attuali articoli 8 e 9 come etichette di mercato. Allo stesso tempo, l’EBA ha posto in consultazione nel 2026 una revisione delle norme tecniche sul reporting prudenziale, che include anche il modulo ESG e si inserisce in un più ampio pacchetto di semplificazione.
Verso una domanda di dati ESG più selettiva
Per le imprese, questo significa che la domanda di dati ESG da parte delle banche non scomparirà. Potrà però diventare più selettiva, più strutturata e più coerente con le informazioni effettivamente utili alla valutazione del rischio. Le banche continueranno ad avere bisogno di capire esposizione climatica, rischi di transizione, solidità dei piani industriali, dipendenza da settori vulnerabili, qualità della governance e capacità di presidiare fattori sociali e ambientali rilevanti. Ma, in un quadro più proporzionato, ci si potrà concentrare meglio sulla qualità dei dati rispetto alla quantità di moduli compilati.
Sostenibilità: dalla fase dell’accumulo documentale all’informazione utile
La nuova categoria SMC si inserisce quindi in un passaggio più ampio: la sostenibilità sta uscendo dalla fase dell’accumulo documentale e sta entrando in quella dell’informazione utile. Utile per l’impresa, per il credito, per gli investitori, per le filiere e per chi deve valutare rischi e opportunità.
Per molte SMC, la sostenibilità non sarà necessariamente un obbligo di rendicontazione in senso stretto, ma diventerà comunque un linguaggio competitivo e uno strumento per supportarle nelle complessità dei processi di crescita – con dati più ordinati, decisioni più tracciabili e una migliore capacità di raccontare il proprio posizionamento.
Per commercialisti, consulenti d’impresa e professionisti della sostenibilità, si apre quindi uno spazio di lavoro più maturo fatto di capacità di lettura dei dati e di organizzazione delle informazioni, al servizio del dialogo con banche e investitori e a supporto della crescita sostenibile dell’impresa.








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