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Difesa e finanza sostenibile, il confronto secondo Eurosif



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Difesa e finanza sostenibile possono convivere? Il discussion paper di Eurosif analizza le regole UE, il ruolo del capitale pubblico e privato e le strategie degli investitori. Dall’esclusione delle armi alla selezione ESG, emerge un mercato in evoluzione, nel quale non esiste una posizione unica

Pubblicato il 8 set 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



investimenti in difesa e ESG
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Punti chiave

  • Contesto e norme: la finanza sostenibile europea è sector-neutral; la Commissione e Eurosif stimolano il dibattito su difesa e ESG senza posizioni definitive.
  • Distinzione chiave: spesa pubblicacapitale privato; investimenti privati comprano titoli e rispondono al dovere fiduciario e alle preferenze dei clienti.
  • Strategie e limiti: approcci vari—esclusione totale, selezione o engagement; principio Do No Significant Harm e armi controverse definiscono linee rosse; non esiste risposta unica.
Riassunto generato con AI


L’aumento delle tensioni geopolitiche e la necessità di rafforzare la capacità di difesa europea stanno aprendo un nuovo capitolo anche per la finanza sostenibile. Se fino a pochi anni fa le aziende della difesa erano frequentemente escluse dai portafogli ESG, oggi il rapporto tra sicurezza, sostenibilità e investimenti viene sottoposto a una nuova valutazione. In questo senso si colloca la posizione della Commissione UE con il documento “Comunicazione della Commissione sull’applicazione del quadro della finanza sostenibile e della direttiva relativa al dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità al settore della difesa” che abbiamo analizzato nel servizio Difesa e investimenti ESG.

La questione riguarda quale ruolo deve avere il capitale privato nel finanziamento della difesa europea. Un investimento in un’impresa del settore può essere compatibile con una strategia ESG? E in quali circostanze può essere considerato un investimento sostenibile?

A queste domande prova a fornire una cornice di riferimento il discussion paper “Sustainable investment and defence”, pubblicato da Eurosif, lo European Sustainable Investment Forum. (Il documento è disponibile in forma integrale QUI n.d.r.).

Va subito precisato che il documento non contiene proposte politiche e non rappresenta una posizione ufficiale di Eurosif a favore o contro gli investimenti nella difesa. L’obiettivo è quello di ricostruire il quadro normativo e di mercato e mettere a confronto le diverse posizioni che stanno emergendo tra gli investitori europei. (Leggi anche il servizio su Demografia e ESG n.d.r.)

Spesa per la difesa e investimenti non sono la stessa cosa

Il primo chiarimento riguarda la distinzione tra spesa pubblica e investimento privato.

Secondo Eurosif, i due concetti vengono talvolta sovrapposti nel dibattito sulla necessità di finanziare il rafforzamento della difesa europea, ma svolgono funzioni differenti.

La responsabilità primaria della sicurezza dei cittadini appartiene ai governi e alle autorità pubbliche. Nel 2024 la spesa per la difesa degli Stati membri dell’UE ha raggiunto 326 miliardi di euro, pari in media all’1,9% del PIL.

Una parte di queste risorse viene utilizzata per gli investimenti necessari ad aumentare e modernizzare le capacità militari. Nel 2024, secondo i dati riportati da Eurosif, gli acquisti pubblici hanno rappresentato l’80% degli investimenti pubblici europei nella difesa, per circa 88 miliardi di euro.

A questi strumenti si aggiungono programmi europei e nazionali destinati alla ricerca, allo sviluppo e al rafforzamento dell’industria della difesa.

Qual è il ruolo della finanza privata

Il capitale privato può contribuire alla crescita dell’industria della difesa, soprattutto in un momento nel quale i bilanci pubblici sono sottoposti a forti pressioni. Eurosif sottolinea però una differenza fondamentale.

Le istituzioni finanziarie non acquistano necessariamente equipaggiamenti militari né finanziano direttamente specifici programmi di difesa. Nella maggior parte dei casi acquistano azioni, obbligazioni o altri strumenti finanziari emessi dalle imprese del settore, spesso sul mercato secondario.

Questi investimenti possono comunque contribuire indirettamente alla crescita delle aziende, aumentando la liquidità dei loro titoli e riducendo potenzialmente il costo del capitale. Ma le decisioni degli investitori rispondono anche a un altro principio: il dovere fiduciario nei confronti dei clienti.

Asset manager e investitori istituzionali devono quindi costruire i portafogli tenendo conto del rapporto rischio-rendimento, del mandato ricevuto e delle preferenze dei clienti, comprese quelle relative a sostenibilità ed etica.

La difesa cresce nei portafogli ESG

Il cambiamento del contesto geopolitico sta già modificando il comportamento del mercato. Eurosif segnala che oltre la metà dei fondi che promuovono caratteristiche ambientali o sociali – gli Article 8 secondo la SFDR – risultava esposta al settore della difesa nel secondo trimestre 2025.

Alla fine del 2021 la quota era soltanto di circa un terzo.

L’esposizione media ponderata degli Article 8 è inoltre passata dallo 0,8% dell’inizio del 2024 all’1,42% alla fine del 2025. La situazione è differente per i fondi con un obiettivo esplicito di investimento sostenibile, gli Article 9. In questo caso la quota di fondi esposti alla difesa è diminuita dal 30% a circa il 21%, mentre l’esposizione media ponderata è salita in misura più contenuta, dallo 0,29% allo 0,47%.

Il fenomeno riflette sia le forti performance registrate dalle società della difesa sia la revisione delle politiche di esclusione adottate da alcuni investitori.

Le norme ESG europee sector-neutral

Un punto centrale del paper riguarda il rapporto con la regolamentazione europea. Secondo Eurosif, il quadro normativo della finanza sostenibile europea è sostanzialmente sector-neutral: non stabilisce cioè che un determinato settore debba essere automaticamente considerato sostenibile o non sostenibile.

Questo vale anche per la difesa.

La SFDR non vieta di investire nelle imprese del settore, purché le caratteristiche e la strategia del prodotto finanziario siano correttamente comunicate e coerenti con gli obiettivi dichiarati. Il principio è importante perché permette di distinguere tra due concetti che spesso vengono confusi: poter inserire un’azienda della difesa in un fondo ESG non significa automaticamente poterla definire un investimento sostenibile.

La difesa non è automaticamente socialmente sostenibile

Proprio questo concetto rappresenta uno dei nodi principali del dibattito. Una posizione emersa negli ultimi anni sostiene che la difesa possa essere considerata socialmente sostenibile perché sicurezza, pace e stabilità rappresentano condizioni necessarie per tutelare i diritti fondamentali e il funzionamento delle società. Seguendo questa interpretazione, i beni e i servizi destinati alla difesa contribuirebbero indirettamente alla sostenibilità sociale. Eurosif sottolinea però come questa posizione sia controversa.

Considerare automaticamente sostenibile l’intero settore significherebbe infatti non valutare i rischi ESG specifici delle singole imprese, oltre a non considerare le politiche degli investitori e le preferenze dei clienti.

Anche la Commissione europea ha chiarito che gli investimenti nella difesa non sono vietati dalla finanza sostenibile, ma non possono nemmeno essere considerati automaticamente socialmente sostenibili.

Il principio Do No Significant Harm

Per qualificare un investimento come sostenibile entra inoltre in gioco uno dei principi fondamentali della SFDR: il Do No Significant Harm, DNSH. Un investimento non può essere considerato sostenibile se provoca un danno significativo a un obiettivo ambientale o sociale.

Nel caso della difesa la valutazione può diventare particolarmente complessa, perché deve considerare elementi come tipologia dei prodotti realizzati, rispetto dei diritti umani, comportamento dell’impresa, governance e possibili controversie.

La SFDR lascia agli operatori finanziari un margine significativo nella definizione delle metodologie utilizzate per effettuare queste valutazioni.

Le armi controverse rappresentano una linea rossa

Uno degli elementi più chiari riguarda le controversial weapons. Tra i Principal Adverse Impact indicator della SFDR figura infatti il PAI 14, relativo all’esposizione ad armi controverse quali mine antipersona, munizioni a grappolo, armi biologiche e armi chimiche.

A questo si aggiunge il PAI 10 relativo alle violazioni di principi e convenzioni sui diritti umani, con riferimento anche allo UN Global Compact e alle linee guida OCSE per le imprese multinazionali. Per molti investitori questi elementi rappresentano criteri determinanti nelle politiche di esclusione.

Dall’esclusione totale alla selezione delle imprese

Ed è proprio sulle strategie di investimento che emergono le differenze più significative. Una parte degli investitori continua a ritenere la produzione di armamenti incompatibile con i propri principi etici o con le aspettative dei clienti e mantiene quindi un’esclusione completa del settore.

Altri adottano un approccio più selettivo. Possono, ad esempio, escludere soltanto determinate categorie di armi oppure stabilire soglie relative alla percentuale di ricavi derivanti dalle attività militari.

Un’altra possibilità consiste nell’applicare criteri ESG alle singole aziende della difesa, valutandone governance, rispetto dei diritti umani, gestione ambientale, prodotti realizzati e comportamento lungo la supply chain.

Investire nella difesa come contributo alla sicurezza

Esiste poi una posizione ancora differente, secondo cui finanziare la difesa europea può essere considerato coerente con alcuni obiettivi di sostenibilità proprio perché sicurezza e stabilità sono condizioni essenziali per una società resiliente. Secondo questa interpretazione, escludere indiscriminatamente il settore potrebbe rendere più difficile mobilitare le risorse necessarie per rafforzare la capacità europea di difendersi.

Il problema diventa quindi stabilire dove tracciare il confine. Un’azienda che produce tecnologie dual use, sistemi di cybersecurity o strumenti di difesa può presentare caratteristiche molto differenti rispetto a un produttore di determinate categorie di armamenti. Per questo la classificazione dell’intero settore attraverso un’unica etichetta rischia di essere insufficiente.

Le preferenze degli investitori restano decisive

Eurosif dedica particolare attenzione anche alle differenze culturali, storiche e geografiche presenti in Europa. Il giudizio sulla difesa non è uniforme tra Paesi e investitori.

Le esperienze storiche, la vicinanza geografica alle aree di conflitto, le sensibilità etiche e le preferenze dei clienti possono determinare approcci profondamente differenti. Per questo il paper mette in discussione l’idea che possa esistere una risposta semplice e universalmente valida alla domanda se la difesa debba essere inclusa negli investimenti sostenibili.

Engagement o disinvestimento

Il dibattito riguarda anche gli strumenti attraverso cui gli investitori possono esercitare la propria influenza sulle imprese. L’esclusione e il disinvestimento rappresentano una possibilità, ma non sono l’unica. Un investitore può mantenere la partecipazione in un’azienda e utilizzare l’engagement e l’esercizio dei diritti di voto per chiedere maggiore trasparenza, migliori sistemi di governance, controlli più efficaci sulla supply chain o politiche più rigorose sui diritti umani.

Anche in questo caso emergono però interrogativi specifici: fino a che punto un investitore può influenzare un settore nel quale molte decisioni dipendono dalle strategie di sicurezza nazionale e dai governi?

Non esiste una risposta ESG unica sulla difesa

È probabilmente questa la conclusione più importante che emerge dal discussion paper. Eurosif non propone di classificare la difesa come sostenibile né sostiene che debba essere esclusa dalla finanza ESG. Mostra invece come il mercato stia progressivamente passando da una logica prevalentemente basata sull’esclusione settoriale a un panorama molto più articolato, nel quale convivono approcci differenti.

La normativa europea consente agli investitori di finanziare il settore, ma lascia spazio alle politiche dei singoli operatori, alle preferenze dei clienti e alle valutazioni ESG.

La questione diventa quindi meno binaria: non semplicemente “investire o non investire nella difesa”, ma stabilire quali attività finanziare, quali imprese selezionare, quali rischi considerare e quali limiti adottare.

Difesa ed ESG, il nuovo confine della finanza sostenibile

Il confronto aperto da Eurosif mostra infine una trasformazione più generale della stessa finanza sostenibile. La sicurezza europea sta diventando una variabile sempre più importante nelle decisioni economiche e finanziarie, mentre il concetto di sostenibilità viene messo alla prova da un contesto geopolitico profondamente diverso rispetto a quello nel quale molte strategie ESG erano state inizialmente sviluppate.

La sfida sarà evitare due semplificazioni opposte: considerare tutta la difesa incompatibile con l’ESG oppure considerare tutta la difesa automaticamente sostenibile.

Tra questi due estremi si apre lo spazio indicato dal discussion paper: valutazioni più granulari, trasparenza sulle strategie di investimento, rispetto delle preferenze dei clienti e analisi concreta degli impatti ambientali, sociali e di governance delle singole imprese.

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