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Clima e demografia: quale impatto sull’economia



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Il climate change modifica ecosistemi e temperature e ridisegna la geografia della popolazione, accelerando migrazioni e urbanizzazione e cambiando disponibilità e distribuzione del lavoro. La trasformazione demografica legata al climate change è destinata ad avere effetti profondi su economie, mercati e strategie delle imprese

Pubblicato il 8 set 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



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Punti chiave

  • Rapporto bidirezionale: il cambiamento climatico e la demografia si influenzano reciprocamente; UNFPA sottolinea disuguaglianze nelle emissioni e la necessità di politiche eque.
  • Migrazione climatica, urbanizzazione e perdita di capacità lavorativa per stress termico redistribuiscono popolazione; World Bank, ILO e OECD prevedono forti impatti su lavoro e produttività.
  • Per le imprese: rivalutare asset e supply chain, integrare dati di climate risk e demografici per evitare il demographic climate risk e sfruttare opportunità in territori resilienti.
Riassunto generato con AI


Ci sono aspetti, dimensioni o anche effetti del cambiamento climatico che per diverso tempo sono rimasti sullo sfondo e hanno ricevuto minore attenzione rispetto a temi come eventi meteo estremi. Si tratta del rapporto tra demografia e cambiamento climatico, ovvero degli effetti sempre più evidenti e consistenti che le trasformazioni climatiche in corso stanno avendo sull’evoluzione demografica.

Da tempo il cambiamento climatico viene normalmente analizzato attraverso le sue conseguenze ambientali ed economiche: aumento delle temperature, eventi meteorologici estremi, siccità, alluvioni, perdita di biodiversità, danni alle infrastrutture e riduzione della produttività agricola. In generale tutto ciò che rientra nella categorizzazione di climate risk. Esiste però una dimensione meno evidente ed immediata che è destinata ad assumere un peso crescente nei prossimi decenni: il climate change sta diventando anche un fattore che incide direttamente e indirettamente sulla trasformazione demografica.

Clima e demografia, un rapporto bidirezionale

Il rapporto tra clima e demografia si sta facendo sempre più complesso e soprattutto bidirezionale. La quantità della popolazione, la sua distribuzione geografica, i modelli di urbanizzazione, i livelli di reddito e gli stili di consumo influenzano le emissioni e la pressione sulle risorse naturali. Nella direzione opposta il cambiamento climatico modifica le condizioni nelle quali le persone possono vivere e lavorare, incidendo sulle condizioni di vita, sulle condizioni di lavoro, sui consumi, sulla distribuzione territoriale della popolazione, sulle migrazioni, sull’urbanizzazione e più in egnerale sulle condizioni economiche delle famiglie.

La UNFPA, United Nations Population Fund, ovveroo il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, agenzia focalizzata sullo studio delle dinamiche della popolazione e sull’analisi dei dati demografici, sottolinea come le dinamiche demografiche debbano ormai essere considerate insieme a fenomeni come cambiamento climatico, migrazioni e urbanizzazione. In particolare, nel contributo “Climate change” e nella sezione “Population and climate change” (Vai QUI per consultare il testo completo n.d.r.), l’UNFPA sostiene che comprendere la relazione tra popolazione e cambiamento climatico sia essenziale per costruire politiche efficaci e socialmente eque facendo però attenzione a non considerare semplicemente la crescita della popolazione come causa principale del climate change, perché le emissioni sono distribuite in modo estremamente diseguale. I Paesi più ricchi, generalmente caratterizzati da fertilità più bassa, producono emissioni pro capite molto superiori rispetto ai Paesi poveri con elevata fertilità.

Un altro aspetto evidenziato da UNFA riguarda il fatto che popolazione, invecchiamento e migrazioni incidono direttamente sulla capacità dei Paesi di garantire lavoro, reddito, abitazioni, servizi sanitari, sicurezza alimentare ed energetica e sistemi di protezione sociale.

Il risultato è una sorte di saldatura o convergenza tra climate change e demographic change come un unico fenomeno ambientale, economico e sociale. Ed è proprio questa convergenza che presenta un impatto importante per le imprese. (Leggi anche il servizio su Demografia e ESG n.d.r.)

In che modo il climate change modifica la demografia?

Guardando alle modalità che determinano un impatto tra climate change e demografia il primo elemento da considerare riguarda la distribuzione geografica della popolazione. Gli esseri umani si sono storicamente concentrati nei territori capaci di offrire acqua, disponibilità alimentare, condizioni climatiche relativamente favorevoli, opportunità economiche e infrastrutture.

Il cambiamento climatico modifica progressivamente questa geografia. Siccità più frequenti, temperature estreme, innalzamento del livello del mare, desertificazione, incendi e alluvioni riducono l’abitabilità di determinati territori e compromettono le basi economiche.

Non significa necessariamente che un’area geografica diventi fisicamente inabitabile, quanto che si riducano le condizioni per garantire una qualità della vita e una qualità delle condizioni di lavoro adeguate allo sviluppo sociale ed economico.

In sostanza, se diminuisce la disponibilità di acqua, si riduce la produttività agricola o se aumentano ripetutamente i danni provocati dagli eventi estremi, famiglie e lavoratori possono decidere di spostarsi verso aree capaci di offrire maggiori opportunità o minori rischi. La demografia diventa così uno degli indicatori attraverso cui gli effetti climatici si trasferiscono dall’ambiente all’economia.

La migrazione climatica come fenomeno economico

La relazione tra impatto economico e migrazioni legate al clima rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questo rapporto. Spesso il climate change è una delle concause di una migrazione: interagisce con altri fattori come il reddito, l’occupazione, l’instabilità politica e appunto, la disponibilità di servizi e condizioni sociali.

La Banca Mondiale ha stimato nel rapporto Groundswell (Vai QUI per leggere il report completo n.d.r.) che, senza interventi significativi sul clima e sullo sviluppo, entro il 2050 fino a 216 milioni di persone potrebbero migrare all’interno dei propri Paesi in sei grandi regioni del mondo. Tra i principali fattori vengono indicati scarsità d’acqua, riduzione della produttività agricola e innalzamento del livello del mare. I principali hotspot della migrazione climatica potrebbero emergere già entro il 2030.

Il dato permette di comprendere che la migrazione climatica non riguarda esclusivamente gli spostamenti internazionali, ma una parte consistente del fenomeno potrebbe avvenire dalle campagne verso le città, dalle coste verso l’interno e dalle aree climaticamente più vulnerabili verso territori economicamente più resilienti.

Climate change, città e nuova geografia della popolazione

Il secondo grande effetto riguarda quindi l’urbanizzazione. Se le attività agricole diventano meno redditizie e più esposte a fattori di rischio in alcune aree rurali oppure determinati territori perdono progressivamente attrattività economica, le città diventano, anche per questa ragione, uno dei principali punti di destinazione delle migrazioni.

Questo processo genera una trasformazione profonda della domanda economica. Una popolazione che si sposta ha bisogno di nuove abitazioni, infrastrutture, trasporti, energia, acqua, servizi sanitari, scuole e posti di lavoro. Il climate change può quindi produrre contemporaneamente declino demografico in alcuni territori e concentrazione della popolazione in altri.

Per governi e amministrazioni locali significa dover ripensare la pianificazione urbana. Per le imprese significa confrontarsi con mercati che possono crescere, contrarsi o cambiare composizione più rapidamente rispetto al passato. La geografia del rischio climatico tende così a trasformarsi progressivamente anche in una geografia del rischio economico e demografico.

Clima, salute e disponibilità di forza lavoro

Esiste poi un secondo aspetto, meno legato alle migrazioni ma altrettanto rilevante: il rapporto tra temperature, salute e capacità lavorativa.

L’aumento delle temperature influenza direttamente le condizioni di lavoro, soprattutto nelle attività svolte all’aperto o in ambienti produttivi difficili da climatizzare. Agricoltura, edilizia, logistica, manutenzione, trasporti e alcune attività industriali risultano particolarmente esposte. Secondo le stime dell’International Labour Organization, entro il 2030 lo stress termico potrebbe determinare la perdita del 2,2% delle ore lavorate a livello mondiale, equivalente a circa 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno e a perdite economiche decisamente consistenti.

Il problema demografico assume quindi una nuova dimensione. Non conta soltanto quante persone in età lavorativa siano presenti in un territorio, ma quante possano effettivamente lavorare in determinate condizioni climatiche e con quale livello di produttività.

In determinate aree il climate change si intreccia poi anche con i temi legati all’invecchiamento

Il quadro diventa ancora più complesso nei Paesi caratterizzati da bassa natalità e progressivo invecchiamento della popolazione. Il cambiamento climatico si salda con gli effetti dell’invecchiamento demografico delle economie avanzate, determinato principalmente dall’aumento della longevità e dalla diminuzione della fertilità.

L’OECD stima che entro il 2060 la popolazione tra 20 e 64 anni potrebbe diminuire dell’8% nell’area OCSE, mentre in oltre un quarto dei Paesi la contrazione potrebbe superare il 30%. Nello stesso periodo il rapporto tra over 65 e popolazione in età lavorativa potrebbe passare dal 31% del 2023 al 52%. Questo significa che alcune economie dovranno affrontare contemporaneamente meno lavoratori disponibili, una popolazione mediamente più anziana e maggiori rischi climatici.

È una combinazione delicata perché le persone anziane sono generalmente più vulnerabili alle temperature estreme, mentre la riduzione della popolazione attiva rende più difficile sostenere la crescita economica e finanziare welfare, sanità e sistemi pensionistici.

Quali sono i principali effetti sull’economia?

La relazione tra demografia e climate change assume sempre di più una dimensione strategica in particolare in termini di impatto sull’economia. La crescita economica dipende in particolare da una serie di fattori che si possono sintetizzare in tre fenomeni: il numero di persone che lavorano, il livello di produttività di ciascun lavoratore, la capacità e possibilità di rispondere ai bisogni dei consumatori. Il cambiamento demografico può incidere sulla prima, mentre il climate change può influenzare su tutte le variabili.

L’OECD calcola che, senza significativi cambiamenti nelle politiche e nei comportamenti, l’invecchiamento potrebbe ridurre di circa il 40% il ritmo di crescita del PIL pro capite nell’area OCSE, portandolo dall’1% medio annuo registrato negli anni Dieci a circa lo 0,6% nel periodo 2024-2060.

Se a questa dinamica si aggiungono gli effetti climatici sulla produttività, sulle infrastrutture, sulle migrazioni e sulla localizzazione delle attività economiche, emerge un problema molto più ampio della semplice gestione del rischio ambientale.

Come sta cambiando la geografia del lavoro?

Un altro tema chiave riguarda il fatto che per le imprese uno degli effetti più importanti riguarda la disponibilità di competenze. Se una popolazione si sposta, cambia anche la distribuzione geografica della forza lavoro. Alcune regioni possono perdere giovani e lavoratori qualificati, mentre altre possono ricevere nuovi flussi di popolazione. Il fenomeno può accentuare problemi già evidenti nelle economie mature: disponibilità di green skill, skill shortage e skill gap, difficoltà di recruiting e competizione per i talenti.

La capacità di attrarre persone potrebbe dipendere sempre più anche dalla resilienza climatica dei territori, dalla qualità delle infrastrutture, dalla disponibilità idrica, dalle temperature, dai servizi pubblici, dalla mobilità e dalla sicurezza rispetto agli eventi meteo estremi che possono diventare elementi indiretti della competitività di un’area industriale.

Come sta cambiando anche la domanda di beni e servizi?

La demografia non determina soltanto l’offerta di lavoro. Determina naturalmente anche anche la domanda di beni e servizi. Età, reddito, composizione familiare e localizzazione geografica influenzano profondamente i consumi. Una popolazione più anziana genera maggiore domanda di servizi sanitari, assistenza, farmaci, assicurazioni e soluzioni per l’autonomia personale. Una popolazione maggiormente urbanizzata aumenta invece la domanda di abitazioni, mobilità, infrastrutture digitali, energia e servizi urbani. Gli spostamenti climatici possono accelerare queste trasformazioni.

Per le imprese significa che il mercato di domani potrebbe non trovarsi nello stesso luogo del mercato di oggi.

Settori come real estate, retail, utilities, assicurazioni, telecomunicazioni, sanità e trasporti dovranno quindi integrare sempre più le proiezioni climatiche con quelle demografiche per valutare investimenti e strategie di lungo periodo.

Come affrontare il tema degli asset aziendali in relazione all’evoluzione della popolazione?

Un altro aspetto da considerare riguarda anche l’impatto della trasformazione demografica sugli asset. Un impianto produttivo, un centro commerciale, una rete logistica o un’infrastruttura vengono progettati sulla base di della popolazione, della domanda, della disponibilità di lavoratori, dell’accessibilità del territorio e dei fattori di rischio che caratterizzano una determinata area geografica. Nel momento in cui queste variabili si modificano cambia anche la valorizzazione degli asset e può cambiare il ritorno economico dell’investimento.

La valutazione del climate risk dovrebbe quindi includere non soltanto il rischio fisico diretto — ad esempio il fatto che uno stabilimento venga colpito da un’alluvione — ma anche un rischio demografico indiretto: che il territorio perda popolazione, lavoratori, clienti o capacità di attrarre investimenti.

Per quali ragioni supply chain e produzione diventano questioni demografiche?

La stessa chiave di lettura dovrebbe essere applicata anche alle catene di fornitura. Molte supply chain globali dipendono da territori che possono essere esposte ai rischi connessi al climate change e possono essere caratterizzati allo stesso tempo da una forte concentrazione di manodopera. Se le condizioni climatiche riducono la produttività o spingono parte della popolazione a trasferirsi, il rischio per le imprese deve considerare sia una possibile interruzione fisica delle forniture, sia una serie di limitazioni nella disponibilità delle risorse enecessarie a garantire i livelli di produttività necessari. Si tratta di un rischio particolarmente significativo per settori come agricoltura, tessile, costruzioni, industria estrattiva. Le strategie di diversificazione geografica della supply chain dovranno quindi tenere conto non soltanto di costi, geopolitica e disponibilità di materie prime, ma anche dell’evoluzione demografica dei territori.

Perché è necessario per le imprese integrare dati climatici e demografici?

Da questa serie di fattori e di prospettiva si concretizza un cambiamento importante anche nella gestione aziendale del rischio. Nel passato e per lungo tempo le analisi demografiche sono state utilizzate nel marketing, nelle risorse umane e nelle analisi e decisioni di localizzazione. I dati climatici stanno adesso entrando nelle strategie ESG, nel risk management e nella pianificazione degli investimenti.

Ad esempio, una impresa che deve decidere dove realizzare un nuovo stabilimento con una vita utile di trenta o quarant’anni si dovrebbe chiedere non soltanto quale sarà l’esposizione del sito ad alluvioni, siccità o temperature estreme, ma anche quante persone vivranno in quell’area, quale sarà la loro età, quali competenze saranno disponibili e quale capacità avrà il territorio di attrarre nuovi abitanti.

Allo stesso modo, banche e assicurazioni potrebbero dover considerare maggiormente gli effetti demografici del climate change nelle valutazioni degli asset immobiliari e produttivi. Leggi a questo proposito il servizio su come la BCE stia invitando le banche a essere più attente al rischio climatico.

Cosa vuol dire passare dal climate risk al demographic climate risk?

Emerge in questo modo una ulteriore prospettiva nella lettura del rischio climatico. Il climate change non produce soltanto danni materiali. Può modificare progressivamente le condizioni che rendono economicamente vitale un territorio: disponibilità di persone, lavoro, consumatori, infrastrutture e servizi. Per questo la relazione tra clima e demografia rappresenta un passaggio importante nell’evoluzione delle strategie di adattamento.

La Banca Mondiale sottolinea, peraltro, che gli scenari non sono inevitabili: politiche climatiche e di sviluppo coordinate potrebbero ridurre fino all’80% la portata delle migrazioni climatiche interne considerate dal modello Groundswell.

LQuali sono leragioni che fanno della demografia una variabile della strategia climatica?

Nei prossimi decenni le aziende dovranno probabilmente imparare a leggere tre mappe contemporaneamente: la mappa del rischio climatico, quella della popolazione e quella delle attività economiche. Dalla loro sovrapposizione emergeranno nuovi rischi ma anche nuove opportunità.

Territori resilienti e capaci di attrarre popolazione potranno acquisire maggiore importanza economica. Nello stesso tempo crescerà la domanda di infrastrutture resilienti, di climatizzazione efficiente, di gestione dell’acqua, di healthcare, di servizi per anziani, di assicurazioni climatiche, di tecnologie agricole, di mobilità e di sistemi di adattamento urbano. Parallelamente, la scarsità di lavoratori potrebbe accelerare automazione, robotica e intelligenza artificiale, mentre la necessità di integrare nuovi flussi migratori renderà strategiche formazione e riqualificazione professionale.

La trasformazione demografica e quella climatica, si sovrappongono e si rafforzano, modificando progressivamente dove vivono le persone, dove lavorano, cosa consumano e quali territori sono in grado di generare sviluppo.

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