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Costo del denaro: cosa c’entra il rischio climatico?


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Il rischio climatico entra nella valutazione del credito e può aumentare tassi, garanzie richieste e premi al rischio. Al tempo stesso un costo del denaro elevato rende più difficili gli investimenti in decarbonizzazione e adattamento creando un legame sempre più stretto tra clima, banche e imprese

Pubblicato il 18 set 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



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Quali sono le relazioni, sempre più dirette, tra costo del denaro e rischio climatico
Woman looks worried while reading a bill and sitting at a table with a piggy bank at home




Costo del denaro: da cosa dipende?

Il costo del denaro indica quanto occorre pagare per ottenere un finanziamento o utilizzare capitale preso a prestito. Innanzitutto, il punto di partenza è rappresentato dai tassi di interesse stabiliti dalle banche centrali. Quando questi tassi aumentano, per le banche diventa più costoso finanziarsi e il rincaro viene trasferito a famiglie e imprese.
Le decisioni di politica monetaria dipendono a loro volta soprattutto dall’andamento dell’inflazione e dalla situazione economica.
Un’inflazione elevata può spingere la banca centrale ad alzare i tassi per contenere consumi, investimenti e prezzi. Anche la durata del finanziamento ha la sua importanza: più è lunga, maggiore può essere l’incertezza sostenuta dal creditore.
Un altro elemento fondamentale è il rischio associato al debitore, ovvero la probabilità che non riesca a rimborsare il prestito. Banche e investitori valutano reddito, indebitamento, liquidità, solidità patrimoniale e affidabilità creditizia. Un’impresa finanziariamente solida può quindi ottenere condizioni migliori rispetto a un soggetto considerato più rischioso.
Contano poi anche le garanzie disponibili, queste riducono le possibili perdite del finanziatore in caso di insolvenza.
Proseguendo si deve aggiungere che il costo varia inoltre in base al settore, alla concorrenza tra gli istituti e alle condizioni dei mercati finanziari.
L’instabilità geopolitica (vedi crisi allo stretto di Hormuz), crisi energetiche e rallentamenti economici possono far aumentare i premi richiesti per il rischio.
Il punto sul quale vogliamo portare l’attenzione con questo servizio riguarda i rischi climatici e il loro impatto sull’economia unitamente ai rischi ambientali che entrano sempre più spesso nella valutazione del credito.
Non va poi dimenticato che al tasso nominale si aggiungono commissioni, spese accessorie e costi assicurativi, sintetizzati nel TAEG creando una cornice nella quale il costo effettivo del denaro è rappresentata dall’incontro tra politica monetaria, mercato, durata del prestito e rischio del debitore.

Rischi climatici e ambientali: cosa sono e perché influenza sempre di più l’economia

I rischi climatici e ambientali comprendono le minacce generate dal cambiamento climatico e dal degrado degli ecosistemi. In particolare i rischi climatici fisici derivano da alluvioni, siccità, incendi, ondate di calore, tempeste e innalzamento dei mari. Tutti eventi che possono danneggiare edifici e infrastrutture, interrompere le attività produttive e ridurre la disponibilità di risorse. I rischi ambientali includono poi anche la perdita di biodiversità, l’inquinamento e il deterioramento di suolo, acqua e risorse naturali.
Imprese e territori dipendenti dai servizi ecosistemici risultano particolarmente vulnerabili a questi fenomeni.
Accanti a questi rischi si collocano poi i rischi climatici di transizione, legati al passaggio verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Nuove normative, tecnologie e preferenze dei consumatori possono rendere meno competitive le attività più inquinanti.
Le conseguenze di questi rischi si concretizzano, sintetizzando, in maggiori costi, perdita di ricavi, svalutazione degli asset e difficoltà di accesso al credito.
Una corretta analisi dei rischi permette di valutarne probabilità, gravità, orizzonte temporale ed effetti lungo la catena del valore.

Il clima entra nel prezzo del credito

Il costo del denaro dunque non coincide soltanto con il tasso stabilito dalla banca centrale. Per un’impresa comprende tra i vari fattori che abbiamo visto precedentemente anche un premio destinato a remunerare i rischi specifici del debitore. Fra questi sta assumendo un peso crescente il rischio climatico.

Se gli effetti del cambiamento climatico possono compromettere ricavi, patrimonio o continuità operativa, aumenta anche la probabilità che un prestito non venga rimborsato. La banca può quindi applicare un interesse più elevato, richiedere maggiori garanzie, ridurre la durata del finanziamento o, nei casi più critici, negare il credito.

In cosa consiste il “premio climatico”?

Non esiste un unico “tasso climatico”. Banche e investitori valutano la localizzazione degli asset, il settore economico, le emissioni, i consumi energetici, la presenza di coperture assicurative e la qualità del piano di transizione. Quanto più incerti appaiono i flussi di cassa futuri e il valore delle garanzie, tanto maggiore tende a essere il rendimento richiesto.

Il fenomeno è già osservabile. Secondo un’indagine della BCE dedicata al rapporto tra rischio climatico e valore dei crediti, le banche dell’area euro tendono a offrire condizioni più favorevoli alle imprese verdi o impegnate nella transizione e a irrigidire il credito verso i grandi emettitori.

Anche le banche centrali stanno integrando il clima nella gestione dei rischi. La BCE ha annunciato l’introduzione di un fattore climatico nel sistema delle garanzie utilizzate nelle proprie operazioni di finanziamento. Una sorta di premio per le banche che gestiscono i rischi climatici.

Quando il costo del denaro frena la transizione

La relazione funziona anche nella direzione opposta. Rinnovabili, sistemi di accumulo, efficientamento energetico, investimenti in energy technology e opere di adattamento richiedono spesso ingenti investimenti iniziali, mentre i benefici economici maturano nel tempo.

Quando i tassi aumentano, cresce il costo finanziario, si allunga il periodo necessario per recuperare l’investimento e alcuni progetti non raggiungono più la redditività minima richiesta. L’impatto è particolarmente forte sulle piccole imprese e nei Paesi dove il capitale è già costoso.

Rinviare gli interventi lascia però edifici, filiere e infrastrutture maggiormente esposti agli eventi climatici. Il rischio aumenta, il credito può diventare ancora più caro e gli investimenti vengono nuovamente posticipati. Si crea così un possibile circolo vizioso fra vulnerabilità climatica e costo del capitale. A tutto questo andrebbe aggiunto anche il tema del rapporto tra clima e demografia in relazione all’economia.

Costo del denaro e rischio climatico: il clima influenza anche inflazione e tassi

Eventi estremi e trasformazioni climatiche possono aumentare i prezzi di alimenti, energia e materie prime oppure interrompere le catene di fornitura. Se tali pressioni alimentano l’inflazione, le banche centrali possono essere costrette a mantenere condizioni monetarie più restrittive.

Il clima incide sul costo del denaro sia direttamente, attraverso il premio al rischio applicato a una determinata impresa, sia indirettamente, attraverso gli effetti macroeconomici sui prezzi e sulla stabilità finanziaria.

Le possibili azioni per ridurre insieme rischio e costo del capitale

Le strategie per tenere sotto controllo il rapporto tra costo del denaro e rischio climatico devono disporre prima di tutto di dati verificabili, di analisi degli scenari, di obiettivi credibili e di risultati misurabili. Ridurre i consumi, diversificare le forniture, proteggere gli asset e assicurare i rischi residui migliora la capacità di rimborso oltre alle prestazioni ambientali.

Banche e investitori possono riconoscere questa minore rischiosità attraverso condizioni più adeguate, finanziamenti verdi o prestiti con margini collegati a indicatori ambientali rigorosi. Per le imprese, la strategia climatica diventa così anche una strategia finanziaria: governare oggi i rischi significa difendere l’accesso al credito, il valore degli asset e la competitività futura.

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