Perché il cambiamento climatico è diventato una importante variabile economica
Come spesso accade si riesce a ottenere la reale consapevolezza di un fenomeno nel momento in cui si trasforma una narrazione in una valorizzazione economica. Nel caso del rischio climatico la dimensione ambientale e sociale ha trovato da tempo e giustamente riscontro nel dibattito pubblico e nell’informazione ma è con la valorizzazione dell’impatto sull’economia che si inizia a comprendere che le le “cose stanno cambiando” non solo in termini di maggiore pericolosità di determinati territori.
In altre parole è venuto il momento di considerare che il rischio climatico supera di gran lunga i confini della questione ambientale e sta assumendo sempre più la fisionomia di un fattore di trasformazione sul piano industriale, sociale ed economico. Un fenomeno che è purtroppo sempre di più nella condizione di incidere sulla competitività del sistema Paese, sulle imprese, sulla capacità di attrarre investimenti e sulla capacità di resilienza delle aziende stesse.
Il rischio climatico in Italia: l’impatto sull’economia e sui territori
L’occasione per fare il punto su questo tema è offerta dal report “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento” realizzato da Deloitte con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari, della Florence School of Regulation e di Ipsos-Doxa. E la prima evidenza che si coglie dall’analisi è che il nostro paese, proprio in ragione della sua posizione geografica nel bacino del Mediterraneo, risulta particolarmente esposto ad alcuni degli effetti più evidenti dei rischi climatici, come ad esempio agli impatti dell’aumento delle temperature, alla presenza di eventi meteorologici estremi e, appunto, a quelle che sono le conseguenze sulle attività economiche. Effetti economici addebitabili ai rischi climatici che lo studio Deloitte sintetizza in un potenziale rischio di diminuzione del PIL del nostro paese di una misura variabile tra l’1,6% e il 6% entro il 2050.
Danni alle infrastrutture e impatti sul turismo tra le conseguenze dei rischi climatici per l’economia
Uno degli asset più esposti alle problematiche legate ai rischi climatici è rappresentato dalle infrastrutture e a questo proposito le proiezioni elaborate nel report indicano che i danni diretti al sistema infrastrutturale italiano potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro all’anno entro il 2030 e arrivare a 5 miliardi entro il 2050.
A questi costi si dovrebbero però anche aggiungere gli effetti indiretti e i relativi costi legati all’interruzione dei servizi, alle difficoltà logistiche e agli impatti sulle catene di fornitura. Considerando tutti questi elementi, il costo complessivo del rischio climatico potrebbe attestarsi tra 11,5 e 18 miliardi di euro l’anno entro il 2050.
Il rischio climatico come minaccia per il turismo e per l’indotto
L’esposizione del settore turistico ai temi climatici è già naturalmente evidente. La lettura che arriva nel momento in cui si adotta il metro dell’economia è ancora più netto. Il comparto turistico,vale a dire uno dei pilastri dell’economia nazionale risulta particolarmente vulnerabile. Lo studio sottolinea che in uno scenario caratterizzato da un aumento della temperatura media globale di 4°C, la domanda turistica potrebbe diminuire fino all’8,9%, generando perdite dirette stimate in circa 52 miliardi di euro.
Nel caso di uno scenario più contenuto, ovvero con un aumento della temperatura di 2°C, le perdite dirette potrebbero raggiungere i 17 miliardi di euro.
Le PMI italiane sono ancora poco preparate
L’Italia è un paese con una ampia e diffusa presenza di imprese di medie e piccole dimensioni e anche questo aspetto è destinato a svolgere un ruolo importante. Uno degli aspetti più significativi della ricerca riguarda infatti il livello di preparazione delle piccole e medie imprese italiane. Anche se è purtroppo cresciuta l’esposizione ai rischi climatici, dallo studio emerge che solo il 14% delle aziende intervistate ha adottato misure specifiche per garantire la continuità operativa in caso di eventi estremi. Il che significa che a fronte di eventi purtroppo sempre più frequenti queste imprese non sono nella condizione di garantire la continuità operativa. Un punto di debolezza che si ripercuote sul livello di resilienza del sistema economico nazionale.
Ancora più limitata risulta poi l’adozione di interventi strutturali: appena il 10% delle Pmi ha implementato azioni di adattamento dedicate a infrastrutture e asset fisici.
La percezione del rischio climatico resta limitata e la portata economica è ancora poco considerata
La ricerca mostra il vero punto di debolezza del rapporto tra rischio climatico ed economia, ovvero la consapevolezza. Risulta infatti ancora insufficiente la diffusione di una chiara consapevolezza del problema: solo il 34% delle imprese attribuisce al rischio climatico un ruolo centrale o significativo nei propri sistemi di gestione del rischio, mentre il 39% ritiene di avere un’esposizione elevata ai rischi climatici fisici nel prossimo decennio.
Da questi dati si può considerare quanto sia ancora ampio il divario tra la crescente intensità degli impatti climatici e la capacità delle organizzazioni di integrarli nei processi decisionali e strategici.
Gli investimenti per ridurre i rischi climatici sono ancora concentrati sul breve periodo
Le imprese che hanno avviato iniziative di adattamento ai cambiamenti climatici mostrano un approccio prevalentemente tattico piuttosto che strategico. Per l’83% delle PMI l’orizzonte temporale degli investimenti non supera i cinque anni, mentre il 77% prevede investimenti inferiori a 100.000 euro nei prossimi tre anni.
Si tratta sostanzialmente di pianificazioni di breve termine che rischiano di non essere sufficienti per affrontare fenomeni destinati a manifestarsi e intensificarsi nel corso dei prossimi decenni.
Più che un vero adattamento si pensa alle assicurazioni
Guardando più in dettaglio alle misure adottate dalle imprese per cercare di affrontare i rischi climatici e le loro conseguenze si nota come tra le principali voci di investimento figurino le coperture assicurative con una quota preponderante del 54%, a poco più della metà si collocano gli interventi di adattamento infrastrutturale con il 23%, per arrivare ai sistemi di monitoraggio del rischio che contano su una quota del 20%.
Dallo studio emerge dunque che le aziende tendono a privilegiare strumenti di protezione finanziaria e assicurativa piuttosto che adottare interventi strutturali di prevenzione e resilienza.
Sul grande tema della governance del rischio le banche e le assicurazioni accelerano
Se il mondo delle imprese è ancora molto incerto su come muoversi e su come affrontare strategicamente i temi legati al rischio climatico e alla trasformazione aziendale il mercato registra nello stesso tempo una crescente attenzione da parte di banche, investitori e compagnie assicurative. Una attenzione che nel cercare forme di governo del rischio climatico ha l’effetto di aumentare la pressione sulle imprese. Pur in questo scenario soltanto il 18% delle aziende intervistate dichiara di essere pienamente preparato a rispondere alle richieste informative relative all’esposizione ai rischi climatici fisici.
Quel che appare sempre più certo è che la preparazione nella gestione del rischio climatico rappresenta un elemento in grado di influenzare in modo crescente l’accesso al credito, alle condizioni assicurative e alla capacità di attrarre investimenti.
L’impatto della rendicontazione climatica sull’economia
La crescente diffusione delle normative europee sulla sostenibilità, i temi della CSRD, della Doppia Materialità e della rendicontazione ESG rendono sempre più necessario per le imprese dotarsi di strumenti in grado di misurare, monitorare e comunicare i rischi climatici. In questo contesto il tema dell’adattamento non riguarda soltanto la protezione degli asset, ma diventa una componente della governance aziendale e della competitività.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella resilienza climatica
Un ruolo chiave in questo scenario è svolto dalla digitalizzazione e dalle capacità di analisi predittiva che arrivano dall’Intelligenza artificiale. Il report sottolinea il potenziale dell’AI come leva per aumentare la resilienza climatica delle imprese e delle infrastrutture. Attraverso modelli predittivi, sistemi di monitoraggio avanzato e analisi dei dati in tempo reale, l’AI può supportare l’identificazione preventiva dei rischi e migliorare la capacità di risposta agli eventi estremi.
Nonostante queste opportunità, meno del 18% delle imprese utilizza oggi strumenti digitali avanzati o piattaforme dedicate alla gestione del rischio climatico.
Secondo lo studio il cambiamento climatico deve essere considerato sempre più una variabile strutturale della pianificazione aziendale. Investire in adattamento, innovazione tecnologica, monitoraggio e infrastrutture resilienti non rappresenta soltanto una risposta a un rischio crescente, ma una scelta strategica capace di rafforzare competitività, continuità operativa e capacità di crescita nel lungo periodo.
Conoscere i rischi climatici e sviluppare strategie di adattamento per restare competitivi
Il quadro delineato dal report Deloitte mostra come il rischio climatico stia diventando un fattore economico sempre più rilevante non solo per le imprese ma per il sistea economico. I potenziali impatti su PIL, infrastrutture e settori chiave mettono in evidenza la necessità di passare da una logica guidata in sostanza dalla risposta a situazioni di emergenza a una strategia di adattamento strutturale. Per le imprese, e in particolare per le Picolle e Medie Imprese, la sfida non si limita alla gestione della sostenibilità ambientale ma si estende alla capacità di proteggere il business, di garantire continuità operativa e di mantenere la propria competitività in un contesto caratterizzato da rischi climatici sempre più frequenti e intensi.









