FORUMPA 2022

Ecosistema territoriale sostenibile: l’Emilia Romagna tra FESR e PNRR

L’impegno e i progetti di Bologna tra le “100 città intelligenti e a impatto climatico zero entro il 2030”, il ruolo degli ecosistemi territoriali per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 in Emilia Romagna. Le attività dell’EcosistER (Ecosystem for Sustainable Transition in Emilia-Romagna) e le prospettive del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR) e del PNRR in un momento di confronto in occasione di FORUMPA 2022

Pubblicato il 03 Lug 2022

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Guardare oggi ai temi della sostenibilità in relazione allo sviluppo territoriale significa guardare a nuove forme di responsabilità per le istituzioni e per le pubbliche amministrazioni. La gestione delle città, dei territori, dei servizi e di tutte le attività che hanno un impatto ambientale e sociale non può prescindere dalla necessità di contribuire in modo consapevole al raggiungimento di obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale che vanno ben al di là dei singoli territori ma per i quali è necessario che ciascuno “faccia la propria parte” con creatività e con la capacità di sfruttare in modo adeguato gli strumenti che le istituzioni stanno mettendo a disposizione.

In questo senso è fondamentale dare spazio al racconto di esperienze, progetti e approcci che accompagnano le visioni con le quali un territorio come l’Emilia-Romagna sta indirizzando impegni e progettualità nel percorso verso il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità ed è importante evidenziare anche il ruolo che svolgono in questo senso l’innovazione digitale da un lato e la capacità di coinvolgimento di tanti e diversi stakeholder dall’altro.

Una orchestrazione tra pubbliche amministrazioni, forze sociali e PMI

Il tragitto verso la transizione ecologica presuppone una logica di orchestrazione a livello di pubblica amministrazione, di rappresentanti delle forze sociali, di coinvolgimento delle piccole e medie imprese in rappresentanza dell’importantissimo tessuto imprenditoriale regionale, ma serve anche un contesto pubblico, di governance e di servizi che si orientino verso una gestione sempre più oculata e precisa delle risorse. Non è poi di minore importanza il valore di una trasformazione culturale e sociale che porti ad un’evoluzione dei nostri bisogni come cittadini, affinché accanto ad un contesto espressamente orientato alla sostenibilità ci sia una domanda altrettanto orientata a questo principio. Un contesto che concorre in modo organico e consapevole alla lotta al cambiamento climatico e allo sviluppo demografico, sociale e imprenditoriale al contempo. 

Il ruolo del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR)

Comprendere a fondo queste dinamiche permette di capire le opportunità che si prospettano grazie a risorse come il Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR) che si intreccia con le prospettive della transizione ecologica, della trasformazione sostenibile e del raggiungimento di obiettivi di neutralità climatica e che oggi assume una importanza speciale anche in relazione agli sviluppi legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Opportunità che stanno arrivando grazie alla nuova programmazione 2021-2027 sulla sostenibilità con un preciso impatto per i territori e per le città. Se ne è parlato nel corso di uno speciale talk in occasione di Forum PA 2022 dal titolo “La programmazione FESR e gli impatti sulla sostenibilità di territori e città” a cura della Direzione generale economia della conoscenza, del lavoro e dell’impresa della Regione Emilia-Romagna.

In questa occasione abbiamo tracciato le fila di un racconto di come la nuova programmazione ed il PNRR possono cambiare il volto dei luoghi in cui viviamo cercando di restituire una visione completa delle componenti di quella che si prefigura come una trasformazione sociale in direzione della sostenibilità in un’area come quella dell’Emilia Romagna che ha accettato questa sfida per portare in Europa risultati concreti e best practices da seguire.

Il FESR, il Patto per il Lavoro e per il Clima e il recepimento dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile della Regione

Ma partiamo dalle basi. La nuova programmazione del FESR che anche il PNRR sta chiedendo con un impegno consistente in termini di trasformazione di territori e città in ambienti che siano veramente sostenibili, richiede un consistente investimento nelle infrastrutture. Ma in che modo il nuovo programma del FESR recepisce queste indicazioni? Quali sono le sfide, con quali partnership e risorse intendete affrontarle? 

Morena Diazzi, Direttore Generale Conoscenza, ricerca, lavoro, imprese, Regione Emilia-Romagna, affronta questo tema sottolineando la consistenza del contesto di riferimento che attiene alla Regione e in cui si inserisce la nuova programmazione FESR. Infatti, già alla fine del 2020 la giunta regionale insieme all’Assemblea legislativa e alle parti sociali ha sottoscritto il Patto per il Lavoro e per il Clima dandosi obiettivi sfidanti dal punto di vista climatico: come il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2050, uno scenario di 100% di energie rinnovabili entro il 2035, l’idea di 1000 km di nuove piste ciclabili entro il 2025, la riduzione del traffico motorizzato privato di almeno il 20% entro il 2025, e l’installazione di 2.500 punti di ricarica entro il 2025.

Morena Diazzi, Direttore Generale Conoscenza, ricerca, lavoro, imprese, Regione Emilia-Romagna
Morena Diazzi, Direttore Generale Conoscenza, ricerca, lavoro, imprese, Regione Emilia-Romagna

Questo per dire che, la Regione ha iniziato a dare importanza a queste tematiche già prima della crisi energetica e delle conseguenze della guerra russo-ucraina. E oggi, questi obiettivi sono più che mai importanti per immaginare cosa ci aspetta nei prossimi anni. Poi, come racconta Diazzi, è stata recepita l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile della Regione che ha impattato sul piano triennale di attuazione del Piano Energetico di cui sono stati rivisti gli obiettivi.

La Legge regionale sulle Comunità energetiche

Questa analisi non può non considerare le logiche legate all’orizzonte triennale di attuazione del Piano Energetico regionale nel quale è stata adottata la nuova Legge regionale sulle Comunità energetiche. Si tratta di un impegno che interviene nel normare la costituzione di queste comunità nella regione con azioni di promozione verso uno dei fattori che più possono incidere nel percorso delle città verso la sostenibilità. Le comunità energetiche, infatti, come precisa Diazzi, sono uno strumento di contrasto alla povertà energetica ma anche un modo per arrivare in modo molto concreto all’energia di prossimità, fondamentale alla trasformazione delle città. 

Accanto alle misure legate al Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale 21-27 occorre considerare l’importanza della nuova S3, vale a dire la Strategia di specializzazione intelligente in particolare per obiettivi specifici come ricerca e innovazione, ma anche in altre aree di priorità: come energia pulita, sicura e accessibile; economia circolare; clima e risorse naturali. Questo quadro sulle sfide relative al cambiamento climatico e il contesto legato alla transizione energetica  hanno costituito le basi della programmazione 2021-2027.

Ricerca, sostenibilità, decarbonizzazione, mobilità e sviluppo territoriale

Il miliardo di euro di risorse del FESR è stato allocato per 530 milioni di euro in Ricerca, innovazione e competitività; 343 milioni sono stati destinati alla priorità in Sostenibilità, decarbonizzazione, biodiversità e resilienza e alla priorità in Mobilità sostenibile e qualità dell’aria; 120 milioni sono stati assegnati ad Attrattività, coesione e sviluppo territoriale; poco più di 31 milioni investiti in Assistenza tecnica. In questo senso, il FESR contribuisce per il 30,9% alla lotta al cambiamento climatico. 

Sugli edifici pubblici, sulle imprese, ma anche sulle comunità energetiche abbiamo un pacchetto di risorse significativo – prosegue Diazzi – più di 100 milioni di euro, per una parte significativa del territorio, ma anche infrastrutture verdi e blu urbane e periurbane. Questo dimostra che le città ritornano al centro non solo per quanto riguarda le comunità energetiche, le piste ciclabili ma anche in generale per la ridefinizione delle infrastrutture urbane, per la riqualificazione delle città, per una integrazione con il tema della mobilità. 

Il ruolo della Strategia Nazionale del Verde Urbano

Tematiche come la biodiversità e il climate change sono strettamente connesse al concetto di infrastrutture verdi urbane con cui si costruisce un ambiente strategicamente pianificato popolato da spazi multifunzionali verdi e blu che vanno a ridefinire le aree urbane comprendendo parchi, giardini, zone boschive e aree verdi residenziali e commerciali come tetti e facciate verdi. “Con il nostro sguardo di progettisti urbani e architetti assumiamo queste tematiche come occasione per disegnare nuove aree e nuovi spazi che connettono città e campagne e che portano un nuovo contributo alla sostenibilità” esordisce Emanuele Ortolan, Dottorando in Composizione Architettonica e Urbana (ICAR/14), presso il Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università degli Studi di Parma.

Guardando ai documenti di riferimento dell’UE in materia di infrastrutture verdi, la strategia sulla biodiversità per il 2030 è focalizzata tra gli altri sul tema degli spazi verdi urbani. In Italia, tra gli obiettivi della Strategia Nazionale del Verde Urbano del 2018 c’è quello di aumentare la superficie e la funzionalità ecosistemica delle infrastrutture verdi locali e del verde architettonico per contrastare il cambiamento climatico. 

I benefici delle infrastrutture verdi sono molteplici e si ripercuotono direttamente sui goal e target dell’Agenda ONU 2030. Nelle informazioni tecniche sulle infrastrutture verdi la Commissione europea ha identificato 13 gruppi di benefici forniti dalle infrastrutture verdi tra cui: prevenzione delle calamità, trasporto ed energia a bassa emissione di carbonio, mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, gestione dell’acqua, miglioramento dell’efficienza delle risorse naturali, agricoltura e silvicoltura, investimenti e occupazione, turismo e ricreazione.

Cos’è la mobilità dolce e come può permettere di ricostruire un senso di comunità

“In accordo con la Regione e le Amministrazioni, – prosegue Ortolan – abbiamo costruiti studi, prefigurazioni sui capoluoghi della provincia dell’Emilia occidentale (Parma, Piacenza, Reggio e Modena), ma abbiamo lavorato anche con centri minori, che mirano alla riconnessione di parchi e aree verdi, che possono diventare parte di un ecosistema. Per la mobilità ciclabile è preferibile per esempio abbandonare le ciclabili a fianco delle strade per percorrere itinerari nel verde urbano. L’infrastruttura verde urbana deve essere occasione di spostamento e socialità“.

Un esempio è rappresentato dallo studio per il Distretto Ceramico di Modena in accordo con le PA di Formigine, Sassuolo, Fiorano Modenese e Maranello in cui stiamo studiando soluzioni di mobilità lenta. In questo caso, si tratterebbe di un parco agricolo verde di attraversamento ciclopedonale tra centri urbani di modo che un’area che adesso è dismessa diventi un’occasione di spostamento tra centri a prevalenza residenziale come Formigine a centri a prevalenza industriale come Sassuolo e Maranello che presupporrebbe un deciso spostamento di abitanti tra queste due realtà. Sistema di infrastruttura verde che può diventare una riconnessione di parchi, aree verdi al centro della città.

Un altro caso studio è quello su Parma che mira a mettere insieme due dimensioni: quella del paesaggio e delle città per riconnettere il centro storico al paesaggio sfruttando green ways, corsi d’acqua ecc. Una serie di parchi e luoghi sensibili possono essere riconnessi per una nuova rete di spostamenti dolci a piedi o in bici come occasione di socialità e per ricostruire un senso di comunità. 

Una strategia di intervento per “una rete verde urbana” in Emilia-Romagna 

Quello a cui si è arrivati, come mostra Ortolan, è una proposta di definizione di infrastruttura verde urbana per la Regione basata su una serie di azioni coordinate. Infrastruttura verde urbana in Emilia Romagna significa sviluppare una strategia progettuale di passaggio della mobilità urbana, collettiva e individuale in ottica sostenibile, riconnettendo città e campagna, centro e periferia, attraverso la ricucitura dello spazio pubblico e del verde, collegando i parchi, percorsi naturali e alvei fluviali in un assetto alternativo alla rete carrabile esistente.  Si tratta di progettare e dare vita a una nuova rete verde attraverso le città per consentire alla popolazione di ritrovarsi in una città verde, accessibile e accogliente, stimolando un nuovo modo di vivere l’insediamento in maniera sociale, sicura, valorizzando il commercio al dettaglio e i servizi di prossimità. 

Questo cambio di paradigma dalla città delle automobili alla città delle persone potrà essere l’occasione per applicare l’innovazione digitale alla quarta rivoluzione industriale in ottica Smart city a servizio della popolazione con un ripensamento complessivo della mobilità strettamente legata alla protezione e valorizzazione di nuovi spazi verdi. 

Il progetto EcosistER, Ecosistema per la transizione sostenibile in Emilia-Romagna

Marina Silverii, Direttore operativo Art-ER (Attrattività Ricerca e Territorio), società consortile per la crescita sostenibile e l’attrattività dell’Emilia-Romagna porta i contributi che arrivano dal progetto “Ecosistema per la transizione sostenibile in Emilia-Romagna“, presentato dall’Università di Bologna all’interno del PNRR, e che ha ottenuto il punteggio più alto nel bando dedicato del MUR sugli ecosistemi territoriali dell’innovazione.

Ma cosa significa per un territorio come l’Emilia-Romagna e come si integra con le progettualità attive sul territorio?  

Tra i concetti base su cui si è fondata la progettazione che Art-ER ha coordinato c’è la valorizzazione dell’esistente: è dai primi anni del 2000, infatti, che l’Emilia-Romagna investe nella creazione di un’ecosistema dell’innovazione costruendo reti e stringendo patti con università ed enti pubblici di ricerca per organizzare ricerca industriale utile al sistema produttivo. 

Marina Silverii, Direttore operativo – Art-ER (Attrattività Ricerca e Territorio)
Marina Silverii, Direttore operativo – Art-ER (Attrattività Ricerca e Territorio)

Un altro concetto base per questo progetto è rappresentato dalla necessità di garantire l’inclusività di tutti i territori: il progetto vede infatti la partecipazione di tanti soggetti ed è basato sulla inclusività dei territori e sulla complementarità delle iniziative. “Il PNRR nei prossimi 3 anni rappresenterà un’opportunità importante per tutta l’Italia, – sottolinea Silverii – ma noi pensiamo che la progettazione debba essere fin da subito integrata con le iniziative esistenti e quelle che si possono sviluppare con i fondi strutturali”. 

Integrazione delle competenze con un partenariato che unisce università, Rete Alta Tecnologia, incubatori, Tecnopoli

Il progetto è basato anche sull’integrazione delle competenze: il partenariato ampio e inclusivo prevede la collaborazione di tutti i gruppi di ricerca delle università e altri soggetti che fanno ricerca sul territorio, mette a sistema le competenze della Rete Alta Tecnologia, i servizi della rete degli incubatori, le relazioni con i territori della rete dei tecnopoli. Imprese ed altri attori dell’ecosistema regionale saranno coinvolti nel corso della realizzazione delle attività. Art-ER ha il ruolo di coordinare, connettere tutti questi soggetti e far sì che il progetto sia integrato con le altre iniziative.

Il focus del progetto è sulla transizione sostenibile ed ecologica basata sui principi del Patto per il Lavoro e per il Clima. “Noi siamo partiti da un’analisi delle caratteristiche del nostro territorio, del sistema produttivo fatto di tante piccole medie imprese, di filiere determinate, molte delle quali energivore – spiega Silverii – Quindi, anche prima della crisi internazionale, quando abbiamo iniziato la progettazione che ha messo nella scala delle priorità il tema dell’energia, avevamo posto un tema oggi fondamentale facendone il focus di questa progettazione”. 

Silverii osserva che ora il progetto è in fase negoziale, ma comunque vale poco più di 100 milioni di euro in 3 anni, il proponente è l’Università di Bologna, ed è stata costituita una Fondazione che sarà l’Hub del progetto che come gli altri progetto del PNRR finanziati attraverso il MUR seguono un modello Hub & Spoke. Tutte le università e gli enti di ricerca nazionali sono presenti e gli spoke leader sono le università e il CNRR, e come affiliati molti soggetti consorzi pubblico-privati che fanno parte della Rete Alta Tecnologia per la ricerca industriale. 

Un programma di ricerca industriale e di trasferimento tecnologico

Il progetto è articolato in spoke, c’è un programma di ricerca industriale e uno di trasferimento tecnologico e innovazione. Quello di ricerca industriale è articolato in materiali per la sostenibilità e la transizione ecologica; clean energy con produzione, storage e saving delle energie pulite; green manufacturing; smart mobility; circular economy e blue economy; e transizione ecologica basata su HPC e tecnologia dei dati. Uno spoke trasversale è sulle applicazioni big data e intelligenza artificiale, funzionali allo sviluppo sostenibile e spoke di collegamento con il campione nazionale che hub a Bologna presso il tecnopolo manifattura che si occupa proprio di big data e AI performing computing. Il programma di ricerca è già stato declinato in filoni di ricerca insieme ad una collaborazione estesa di tutti i docenti e ricercatori delle nostre università ed enti di ricerca.

Il Technology transfer and innovation program (TTIP) prevede poi un’architettura dei soggetti sul territorio che indirizzeranno le attività del progetto come le associazioni imprenditoriali e i territori con gli enti che li rappresentano. Affronta tutta la filiera del trasferimento dallo scouting dei prodotti che arrivano dalla ricerca industriale, fino al trasferimento all’impresa o alla creazione di impresa innovativa. Le componenti sono varie: dallo scouting all’accelerazione di impresa, ma anche open innovation e formazione per le imprese.

“Questo progetto interconnette tutte le esperienze e le iniziative già presenti – precisa Silverii – e introduce azioni che vedono la collaborazione con altri soggetti e l’impegno di mettere modelli e prodotti sviluppati attraverso il programma a disposizione del sistema paese”.

Bologna tra le 100 città che diventeranno smart e carbon neutral

Bologna è tra le città che lo scorso aprile sono state scelte dalla Commissione europea per partecipare alla missione dell’Ue100 città intelligenti e a impatto climatico zero entro il 2030”. Quella decisione arrivava dalla considerazione che le aree urbane europee ospitano il 75% della popolazione dell’Unione e a livello globale le città consumano oltre il 65% dell’energia mondiale, causando oltre il 70% delle emissioni di CO2. Lavorare sulle città è fondamentale ed è fondamentale che possano essere interpretate come veri e propri ecosistemi di sperimentazione e innovazione per aiutare tutte le altre a diventare climaticamente neutre entro il 2050.

La missione riceverà 360 milioni di euro di finanziamenti da Orizzonte Europa per il periodo 2022-2023, risorse destinate ad avviare i percorsi di innovazione verso la neutralità climatica entro il 2030. Le azioni di ricerca e innovazione riguarderanno la mobilità pulita, l’efficienza energetica e l’urbanistica verde e offriranno la possibilità di realizzare iniziative comuni e potenziare le collaborazioni in sinergia con altri programmi dell’Ue.

Una sfida che ci vede come paese in una situazione significativa a livello europeo.

Ma come la sta affrontando il comune di Bologna?

Come e dove agire per la neutralità climatica: il ruolo degli edifici

Annalisa Boni, Assessora del Comune di Bologna con deleghe a: Fondi europei, cabina di regia PNRR, coordinamento transizione ecologica, patto per il clima e candidatura “Città carbon neutral“, relazioni internazionali: “La candidatura a questa missione europea è un impegno a federare tutti: la società, l’economia, la finanza, la cittadinanza, e vuole essere un catalizzatore e un obiettivo per trasformare la nostra città in meglio, renderla più vivibile, riuscire a ridurre le emissioni climalteranti e compensarle fino all’impatto zero”.

In particolare, Boni tiene a sottolineare che la tendenza comune in tutte le città d’Europa riguarda il fatto che la fonte più importante di emissioni non è tanto legata al traffico o ai trasporti (che emettono il 17% di gas serra rispetto al totale di emissioni del comune), quanto la componente che attiene agli edifici pubblici e privati che a Bologna sono responsabili del 70,5% di emissioni di gas serra sul totale di 4,72 tonnellate di CO2/capite. Per questo, l’impronta ambientale degli edifici sarà il tema più importante su cui si concentrerà il comune.  

Annalisa Boni, Assessora con deleghe a: Fondi europei, cabina di regia PNRR, coordinamento transizione ecologica, patto per il clima e candidatura "Città carbon neutral", relazioni internazionali – Comune di Bologna 
Annalisa Boni, Assessora del Comune di Bologna con deleghe a: Fondi europei, cabina di regia PNRR, coordinamento transizione ecologica, patto per il clima e candidatura “Città carbon neutral”, relazioni internazionali

Neutralità climatica come obiettivo comune

“Questa missione sarà anche un modo per mettere attorno al tavolo gli attori della città per raggiungere un obiettivo comune. Nella nostra candidatura abbiamo unito per ora l’Università di Bologna e le tre partecipate HERA, ACER e TPER. Ci siamo concentrati su aspetti nuovi, ma che poggiano su fondamenta forti, soprattutto per la regolamentazione diretta verso la neutralità”. Nel concreto, il contratto vuole essere innanzitutto un impegno congiunto sulla mobilità e i trasporti. Ma la parte su cui bisogna investire di più è l’efficientamento energetico in termini di riqualificazione energetica dell’edilizia residenziale pubblica, lo sviluppo di distretti ad energia pulita, la riqualificazione energetica degli edifici universitari e i distretti ad energia positiva.

Occorre puntare anche sulla produzione di energia rinnovabile, con la sostituzione delle forniture di origine fossile con forniture da fonti rinnovabili, la promozione di comunità energetiche, fino a situazioni di autoconsumo collettivo e comunità energetiche nell’edilizia residenziale pubblica, fondamentali per creare un mercato locale. “Creeremo – spiega Boni – uno sportello unico per cittadini e imprese sul tema del risparmio energetico e sulla produzione locale di energia da fonti rinnovabili”. 

Efficientamento energetico

“Stiamo lavorando sia in termini di efficientamento energetico e installazione di impianti fotovoltaici che sui rifiuti come l’impianto “Power to gas” o l’installazione di un eletrolizzatore per la produzione di idrogeno verde” continua Boni. L’illuminazione pubblica vedrà il completamento della trasformazione dell’illuminazione a led e la fornitura di energia a zero emissioni fino al concetto di illuminazione adattiva in logica smart city. Da non dimenticare i progetti trasversali come l’impronta verde che prevede la creazione di 6 grandi infrastrutture verdi e blu che permetteranno alla città di compensare le emissioni e la creazione della città della conoscenza che riguarda la creazione di un hub di ricerca e innovazione sui temi climatici. 

“Il “climate city contract” – sottolinea Boni – rappresenterà un contratto con cui vogliamo coinvolgere anche regione, governo, ministeri e Ue. L’idea è di immaginare un contratto non solo come un atto o un protocollo, ma anche un impegno concreto di tutti i partner che lavoreranno insieme in forme di collaborazione tra pubblico e privato attraverso la creazione di tavoli che portino a co-progettare proposte che andranno ad alimentare il business plan”.

E’ una sfida importante e una occasione per una governance multilivello e soprattutto innovativa a livello di cittadinanza. Un unico obiettivo comune e condiviso che implica impegno e collaborazione e forme di finanziamento che potranno attirare anche investitori privati. 

 

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