L’Italia dell’economia circolare continua a mandare segnali positivi che invitano o impongono, con sempre maggior insistenza, un ripensamento delle strategie di sviluppo industriale e soprattutto infrastrutturale. L’economia circolare italiana continua a infatti a crescere, sia per quanto riguarda la diffusione delle pratiche nelle imprese sia in relazione al valore degli investimenti e dei benefici economici e ambientali generati.
Se oggi si guarda a questo fenomeno con lo sguardo attento al ruolo e alla spinta della circular economy per la transizione sostenibile, si deve necessariamente rilevare che, per quanto brillanti, i risultati attuali sono insufficienti per rispettare gli obiettivi del 2030. Risultati che fanno ben sperare ma che soffrono anche degli effetti di un allargamento nel gap che separa le aziende già impegnate in percorsi di circolarità da quelle che non intendono ancora intraprenderli.
Economia circolare: risparmi per 19,8 MLD € in crescita dell’8,2% rispetto al 2025
In estrema sintesi queste sono due delle principali evidenze del Circular Economy & Resource Efficiency Report 2026, realizzato da Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano presentato in occasione di Ecomondo. E i dati più significativi di questo studio riguardano proprio i risultati economici e ambientali che a Ecomondo sono stati al centro dell’attenzione nel rapporto tra sostenibilità e competitività. Ma venendo ai dati dello studio si deve subito mettere in evidenza che l’economia circolare genera in Italia risparmi per 19,8 miliardi di euro all’anno, con una crescita dell’8,2% rispetto al 2025. Un progresso che si valorizza anche in una riduzione delle emissioni stimata in 2,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. (E si suggerisce la lettura in controluce anche del report relativo al 2024 quando si rilevava un rallentamento dell’economia circolare n.d.r.).
A che punto siamo rispetto agli obiettivi 2030
Tutto molto bene, ma se si mettono questi dati in relazione con gli obiettivi che abbiamo nel nostro orizzonte non si può non notare che questi benefici rappresentano soltanto il 17% del potenziale teorico al 2030. E per raggiungere gli obiettivi fissati per la fine del decennio mancano ancora circa 99 miliardi di euro di risparmi annuali e 14 milioni di tonnellate di emissioni evitate. Per vincere questa sfida, secondo Energy & Strategy, occorre un maggiore impegno nell’aumentare il numero di imprese che adottano pratiche circolari, a cui si deve aggiungere un impegno altrettanto importante nella creazione di condizioni industriali, tecnologiche e normative necessarie per estenderne i benefici all’intero sistema produttivo.
Economia circolare: il 35% delle imprese ha avviato la transizione
Tornando ai dati e al presente la ricerca ci dice che nel 2026 la quota di imprese italiane che adottano pratiche di economia circolare raggiunge il 35%, rispetto al 34% dell’anno precedente. Si tratta di una crescita che interessa quasi tutte le classi dimensionali, con incrementi particolarmente significativi tra le grandi imprese, che registrano un aumento di 3 punti percentuali, e le microimprese, in crescita di 5 punti. Nello stesso tempo le differenze rimangono tuttavia rilevanti: tra le grandi aziende la diffusione delle pratiche circolari raggiunge il 42%, mentre tra le microimprese si ferma al 32%.
Alle origini del gap che separa aziende favorevoli e contrarie all’economia circolare
Un dato particolarmente interessante riguarda l’evoluzione delle intenzioni future. La percentuale di imprese che prevede di introdurre pratiche circolari scende dal 34% al 31%, mentre quella delle aziende che non intendono adottarle aumenta dal 31% al 34%. Si delinea così un mercato nel quale le imprese già impegnate nella transizione tendono a consolidare le proprie strategie, mentre una parte significativa del sistema produttivo rimane distante da questo percorso.
Anche il livello di maturità delle iniziative appare sostanzialmente stabile, attestandosi intorno a 3 punti su una scala di 5. Appare poi importante sottolineare il segnale positivo che arriva dalla misurazione dei risultati, presente nel 28% delle imprese intervistate, corrispondente all’80% di quelle che hanno adottato pratiche circolari. (Leggi a questo proposito il servizio dedicato a una soluzione ENEA per misurare l’economia circolare n.d.r.)
Più lenta, invece, l’evoluzione organizzativa: soltanto il 9% delle aziende dispone di una figura interamente dedicata all’economia circolare.
Investimenti in crescita del 44%: la circolarità diventa una scelta industriale
Un altro degli elementi significativi del Rapporto riguarda l’aumento delle risorse economiche destinate alla transizione. L’investimento medio stimato per impresa passa da 131.000 euro nel 2025 a 189.000 euro nel 2026, con una crescita del 44%.
L’incremento è sostenuto soprattutto dalle imprese di maggiori dimensioni, che dispongono di una maggiore capacità finanziaria e possono affrontare programmi di trasformazione industriale più complessi. Aumenta anche la quota degli investimenti superiori a 500.000 euro, passata dal 4% al 13%, con una concentrazione nelle aziende medio-grandi e in alcuni comparti produttivi, tra cui l’agricoltura. Nonostante questa evoluzione, quasi due investimenti su tre rimangono però inferiori a 150.000 euro.
La distribuzione delle risorse evidenzia quindi un sistema nel quale convivono iniziative di dimensioni relativamente contenute e programmi industriali più strutturati.
Dal punto di vista della sostenibilità, l’aumento degli investimenti rappresenta un segnale importante perché indica una crescente disponibilità delle imprese a destinare risorse alla riduzione degli sprechi, al recupero dei materiali e all’efficienza nell’utilizzo delle materie prime. Rimane tuttavia fondamentale verificare la capacità di questi investimenti di produrre effettivi benefici economici e ambientali misurabili nel tempo.
Risparmi per 19,8 miliardi: costruzioni e alimentare guidano i benefici
Tornando al dato centrare della ricerca, ovvero al valore economico generato dall’economia circolare italiana che raggiunge nel 2026 i 19,8 miliardi di euro annui, con un incremento dell’8,2% rispetto all’anno precedente, occorre osservare che i benefici risultano concentrati in un numero limitato di comparti.
Il settore delle costruzioni e dei materiali da costruzione contribuisce per il 35% ai risparmi complessivi, seguito dall’industria alimentare e delle bevande con il 31%. Insieme, questi due comparti generano circa 13 miliardi di euro di risparmi, pari a quasi due terzi del totale nazionale. E aggiungendo il settore degli autoveicoli, che contribuisce per l’11%, si raggiunge il 77% dei benefici economici.
Il restante 23% è distribuito tra impiantistica industriale, elettronica, tessile e abbigliamento, mobile e arredamento e imballaggi. Lo studio sottolinea che la concentrazione dei risultati dipende sia dal peso economico dei diversi settori sia dall’intensità con cui vengono adottate le pratiche circolari.
Decarbonizzazione: raggiunto solo il 17% del potenziale al 2030
Se poi si guarda a una delle più importanti aspettative dell’economia circolare ovvero al suo contributo alla decarbonizzazione ecco che emerge uno scenario in chiaroscuro. Va detto innanzitutto che il contributo dell’economia circolare alla sostenibilità ambientale si concretizza con particolare chiarezza dall’analisi delle emissioni evitate. Secondo il Rapporto, le pratiche circolari adottate dalle imprese italiane consentono una riduzione annua stimata di 2,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Il risultato, come già accennato all’inizio è indubbiamente significativo, ma resta purtroppo distante dal potenziale teorico individuato per il 2030.
Il divario peraltro ammonta a circa 14 milioni di tonnellate di emissioni che potrebbero essere ulteriormente evitate attraverso una diffusione più ampia ed efficace delle soluzioni circolari.
Ecco che la ricerca si concentra sul legame tra economia circolare e decarbonizzazione: il recupero e il riutilizzo dei materiali, la riduzione del consumo di materie prime vergini e l’estensione della vita utile dei prodotti possono contribuire a contenere gli impatti ambientali delle attività produttive. Per valorizzare pienamente queste opportunità è però necessario superare la frammentazione delle iniziative e sviluppare filiere capaci di integrare raccolta, trattamento, recupero e reimpiego industriale dei materiali.
In sostanza il messaggio che arriva dal rapporto ci dice che il circolarità deve quindi evolvere da insieme di pratiche adottate dalle singole imprese a componente strutturale dei sistemi produttivi. (Leggi a questo proposito il ruolo del MICS per l’economia circolare e il Made in Italy n.d.r.).
Materie prime critiche: la nuova frontiera della competitività europea
Il Rapporto dedica poi una particolare attenzione all’evoluzione delle politiche europee per l’economia circolare, evidenziando un cambiamento di prospettiva. L’obiettivo dell’Unione europea non è più soltanto migliorare la gestione dei rifiuti, ma costruire un mercato integrato delle materie prime seconde e applicare i principi di circolarità all’intero ciclo di vita dei prodotti. Una particolare importanza assume in questo senso il recupero delle materie prime critiche, indispensabili per numerose tecnologie strategiche, comprese quelle legate alla transizione energetica.
Il futuro Circular Economy Act europeo si inserisce in questo percorso con l’obiettivo di rafforzare il mercato dei materiali riciclati, armonizzare i criteri End of Waste e favorire il loro reinserimento nei processi industriali. Tra i traguardi europei figura l’aumento del tasso di utilizzo circolare dei materiali dall’11,8% al 24% entro il 2030. E per le materie prime critiche in particolare, i riferimenti sono il 10% per l’estrazione, il 40% per la trasformazione e il 15% per il riciclo. Una questione questa che assume una rilevanza che va oltre la sostenibilità ambientale, coinvolgendo direttamente l’autonomia strategica e la sicurezza degli approvvigionamenti dell’industria europea.
Fotovoltaico: il 92% del valore dei materiali non viene recuperato
Una ulteriore dimensione affrontata dal Rapporto riguarda il fine vita dei moduli fotovoltaici, un tema destinato ad assumere crescente importanza con l’invecchiamento degli impianti installati negli ultimi decenni. L’analisi, riferita al periodo 2026-2040, stima un potenziale di circa 1,9 milioni di tonnellate di materiali recuperabili dai moduli fotovoltaici. La valorizzazione economica di queste risorse presenta tuttavia importanti criticità perché secondo lo studio, il 64% del valore dei materiali non viene intercettato dai sistemi di raccolta, mentre un ulteriore 28% viene perso a causa di trattamenti insufficienti. Di conseguenza, soltanto l’8% del valore potenziale viene effettivamente recuperato nello scenario attuale, pari a circa 200 milioni di euro.
E si tratta di un problema che non riguarda esclusivamente l’efficienza della raccolta, ma anche le tecnologie disponibili per il trattamento dei materiali. Le filiere consolidate si concentrano infatti prevalentemente sul recupero di alluminio e rame, mentre il silicio e l’argento, che rappresentano oltre il 70% del valore dei materiali contenuti nei moduli, richiedono processi tecnologicamente più avanzati.
Il previsto aumento dei flussi di rifiuti fotovoltaici rende quindi prioritario lo sviluppo di sistemi di recupero capaci di valorizzare anche le componenti economicamente più importanti.
Batterie al litio: un potenziale di 6,2 miliardi di euro
Un quadro analogo riguarda poi l’analisi delle batterie al litio, la cui diffusione è destinata a crescere con lo sviluppo della mobilità elettrica e dei sistemi di accumulo energetico. Il Rapporto considera circa 629.000 tonnellate di batterie destinate al riciclo nel periodo analizzato, per un valore potenziale dei materiali pari a 6,2 miliardi di euro.
Nello scenario attuale, tuttavia, soltanto 1 miliardo di euro, corrispondente al 16% del valore complessivo, risulta recuperabile. Anche in questo caso, il principale ostacolo riguarda la capacità di intercettare e valorizzare i flussi di materiali. IL’attenzione deve essere portata al 64% del valore potenziale che non viene raccolto e a un ulteriore 19% che viene perso a causa di trattamenti insufficienti. La capacità italiana di pretrattamento delle batterie è in crescita, ma rimane limitata quella di raffinazione della cosiddetta black mass, la massa nera ottenuta dal trattamento delle batterie esauste che contiene materiali di valore come litio, nichel e cobalto.
Anche in questo caso, l’assenza di una filiera nazionale pienamente integrata limita quindi la possibilità di recuperare queste risorse e reinserirle nei processi produttivi europei.
Normativa e investimenti: quali sono i ritardi che frenano la circolarità
Accanto alle criticità tecnologiche e industriali ci sono poi le difficoltà legate al quadro normativo italiano. Dei 104 obiettivi previsti dal cronoprogramma della Strategia nazionale per l’economia circolare, il report mette in evidenza che 66 risultano attuati, 24 sono ancora in corso e 14 devono essere completati. Permangono incertezze su aspetti fondamentali per gli operatori, tra cui la classificazione dei materiali come rifiuti, sottoprodotti o materie prime seconde.
Inoltre, la definizione dei criteri End of Waste rappresenta un passaggio particolarmente importante perché condiziona la possibilità di reintrodurre i materiali recuperati nei cicli produttivi. E nello stesso tempo, anche il sistema di responsabilità estesa del produttore, noto come EPR, assume un ruolo strategico per favorire il coordinamento delle diverse fasi della filiera.













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