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Cemento e calcestruzzo, 306 milioni per la decarbonizzazione


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Nel rapporto di sostenibilità presentato da Federbeton prende forma una filiera italiana del cemento e del calcestruzzo che procede verso la decarbonizzazione, con una serie di progressi in termini di riduzione delle emissioni, economia circolare ed efficienza energetica

Pubblicato il 5 nov 2026

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it, EnergyUP.Tech e Agrifood.Tech



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L'industria del cemento e del calcestruzzo procede verso la decarbonizzazione: il rapporto di sostenibilità di Federbeton
Fresh Concrete Pouring into Foundation Formwork at Active Commercial Construction Site




Cemento e calcestruzzo: gli investimenti per la transizione sostenibile

La filiera italiana del cemento, del calcestruzzo e dei manufatti prefabbricati rappresenta uno dei comparti dell’Hard to Abate con maggiori complessità e variabili da gestire in relazione ai processi di decarbonizzazione industriale. Il settore è impegnato in un percorso verso la sostenibilità ambientale, che punta primariamente sulla riduzione delle emissioni, sull’efficienza energetica e sull’introduzione di logiche di economia circolare. In particolare, nel triennio 2023-2025 le imprese del settore hanno investito complessivamente 306 milioni di euro in sostenibilità ambientale e sicurezza dei lavoratori, di cui oltre 100 milioni nel solo 2025.

Ruota attorno a queste principali evidenze il nuovo Rapporto di Sostenibilità 2025 di Federbeton, la Federazione che rappresenta l’industria italiana del cemento, del calcestruzzo e dei suoi derivati che ha anche recentemente lanciato un allarme sul caro energia. Il documento fotografa i progressi di un comparto che è appunto particolarmente complesso da decarbonizzare, evidenziando i risultati raggiunti e gli investimenti ancora necessari per accompagnare la transizione verso la neutralità climatica.

Secondo Stefano Gallini, presidente di Federbeton, il percorso di trasformazione industriale deve confrontarsi con gli obiettivi climatici europei, che prevedono una riduzione delle emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e il raggiungimento della neutralità climatica nel 2050. La dimensione economica di questa sfida è decisamente significativa: la strategia di decarbonizzazione del settore richiederà investimenti superiori a 5 miliardi di euro e costi operativi aggiuntivi per oltre un miliardo di euro all’anno.

Emissioni di CO2 in calo e cementi a minore impronta carbonica

Uno dei risultati più rilevanti riguarda la riduzione dell’intensità carbonica della produzione. Nel 2025, secondo il Rapporto, le emissioni di CO2 per tonnellata di cemento prodotto sono diminuite del 3,3% rispetto al 2024. Il miglioramento riflette gli interventi realizzati dalle imprese per sviluppare cementi a minore impronta ambientale, attraverso l’innovazione dei processi produttivi, il ricorso a materiali alternativi e la progressiva riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili.

Un ruolo particolarmente importante è svolto dalla diminuzione del rapporto clinker/cemento. Il clinker, componente fondamentale del cemento tradizionale, rappresenta infatti una delle principali fonti di emissioni del processo produttivo, sia per l’energia necessaria alla sua fabbricazione sia per le emissioni generate dalle trasformazioni chimiche delle materie prime. La sua parziale sostituzione con altri materiali consente quindi di ridurre l’impronta carbonica del prodotto finale.

Economia circolare: recuperate 2,6 milioni di tonnellate di materiali

L’economia circolare a sua volta si conferma una delle principali leve della trasformazione sostenibile della filiera. Nel 2025 la produzione di cemento ha consentito il recupero di circa 2,6 milioni di tonnellate di materiali alternativi, con un incremento del 24,5% rispetto all’anno precedente. Questo risultato ha portato il tasso di sostituzione delle materie prime naturali al 10,6%, contribuendo a una riduzione dell’8,7% del loro consumo.

Il recupero dei materiali permette poi di limitare il ricorso alle risorse vergini, ridurre la pressione sulle attività estrattive e valorizzare residui provenienti da altri processi industriali, favorendo una maggiore integrazione tra differenti filiere produttive.

Un ulteriore contributo alla decarbonizzazione deriva poi dall’impiego di combustibili alternativi contenenti biomassa, utilizzati in parziale sostituzione dei combustibili fossili. Nel 2025 la quantità di CO2 evitata grazie alla componente biogenica di questi combustibili è aumentata del 16,4%. Anche nella produzione di manufatti prefabbricati in calcestruzzo emergono risultati legati alla circolarità. L’85% del calcestruzzo fresco reso viene riutilizzato o avviato a recupero, mentre la stessa destinazione riguarda il 66% dei manufatti non conformi o restituiti. Si tratta in generale di risultati che evidenziano come l’industrializzazione dei processi produttivi e l’innovazione tecnologica possano contribuire a contenere la generazione di rifiuti e migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse.

Efficienza energetica e gestione sostenibile dell’acqua

Il Rapporto Federbeton documenta poi i progressi ottenuti nella gestione dell’energia e delle risorse idriche, due ambiti particolarmente importanti per migliorare la sostenibilità della produzione di calcestruzzo. Nel 2025 il consumo elettrico specifico degli impianti si è attestato a 2,8 kWh per metro cubo di calcestruzzo prodotto, con una riduzione del 5,4%. Parallelamente cresce il contributo delle energie rinnovabili, che rappresentano il 37,3% dell’elettricità utilizzata. Di questa quota, il 5,6% del consumo complessivo proviene da impianti fotovoltaici aziendali.

Sul fronte idrico, il prelievo specifico è diminuito del 4,6%, raggiungendo 222 litri per metro cubo di calcestruzzo. Particolarmente significativo è il ruolo del recupero delle acque di processo: il 30% del prelievo idrico totale è coperto da acqua recuperata e riutilizzata, con un miglioramento di un punto percentuale rispetto al 2024.

Decarbonizzazione del cemento: il ruolo della cattura della CO2

Nonostante i progressi registrati, il raggiungimento della neutralità climatica richiederà una trasformazione più profonda dei processi industriali. La strategia individuata dalla filiera si basa sull’integrazione di diverse soluzioni: miglioramento dell’efficienza energetica, utilizzo di combustibili alternativi, riduzione del contenuto di clinker, economia circolare, elettrificazione e tecnologie di cattura, utilizzo e stoccaggio della CO2, note come CCUS. Queste ultime rivestono un’importanza particolare per il settore cementiero, poiché una quota significativa delle emissioni deriva direttamente dalle reazioni chimiche necessarie alla produzione del clinker e non può quindi essere eliminata attraverso la sola sostituzione dei combustibili fossili. La diffusione industriale delle tecnologie CCUS richiede tuttavia investimenti elevati, infrastrutture dedicate al trasporto e allo stoccaggio della CO2, disponibilità di energia e procedure autorizzative adeguate.

Costi energetici e importazioni: le sfide per la competitività

Accanto agli obiettivi ambientali, il Rapporto richiama l’attenzione sui fattori economici che rischiano di rallentare la transizione. Uno dei principali ostacoli è rappresentato dall’elevato costo dell’energia. Secondo i dati riportati da Federbeton, nell’ottobre 2026 il prezzo dell’elettricità in Italia ha raggiunto i 230 euro/MWh, un livello più che doppio rispetto all’anno precedente e superiore a quello dei principali Paesi concorrenti europei.

Il divario energetico incide direttamente sulla competitività di un comparto caratterizzato da processi produttivi ad alta intensità energetica e chiamato a sostenere investimenti significativi per ridurre le proprie emissioni. Un secondo elemento di pressione è rappresentato dalla crescita delle importazioni di cemento e clinker. Nel 2025 i volumi importati hanno raggiunto 5,2 milioni di tonnellate, in aumento del 23,8% rispetto al 2024. Di queste, 3,87 milioni di tonnellate provenivano da Paesi extra-UE, con una crescita del 36%.

La componente extraeuropea rappresenta ormai oltre il 70% delle importazioni complessive, rispetto a circa il 17% del 2018. Tra i principali Paesi fornitori figurano Turchia, Algeria e Tunisia, che concentrano complessivamente circa il 90% delle importazioni extra-UE.

La crescita dei flussi commerciali solleva interrogativi sulla capacità di mantenere condizioni concorrenziali equilibrate tra produttori europei, soggetti a obblighi ambientali stringenti, e operatori localizzati in Paesi caratterizzati da differenti costi energetici e regolatori.

ETS e CBAM: le condizioni per una transizione sostenibile

Proprio in relazione alle differenze di costo di produzione in relazione alle normative ambientali Federbeton sottolinea che il percorso verso la decarbonizzazione deve essere accompagnato da strumenti regolatori capaci di conciliare riduzione delle emissioni e competitività industriale. In particolare, la Federazione richiama l’attenzione sul funzionamento dell’Emission Trading System (ETS), il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, e sul Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Secondo il presidente Stefano Gallini, il sistema ETS deve essere coerente con le effettive possibilità tecnologiche di decarbonizzazione del comparto, evitando che la progressiva riduzione delle quote gratuite determini un incremento dei costi prima che siano disponibili soluzioni industriali applicabili su larga scala. Federbeton propone di destinare una quota significativa delle risorse generate dal carbon pricing al sostegno degli investimenti nei settori industriali più difficili da decarbonizzare.

Altrettanto importante viene considerata l’efficacia del CBAM, attraverso controlli rigorosi sulle importazioni, per contrastare il rischio di carbon leakage, ossia lo spostamento della produzione e delle relative emissioni verso Paesi con standard ambientali meno stringenti.

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