Tra tutti i rischi che, purtroppo, sono determinati direttamente o indirettamente dal cambiamento climatico i rischi di transizione sono i più difficili da stimare e spesso i più difficili da gestire. La motivazione è da attribuire al numero e alla complessità delle variabili che sottostanno a questi rischi. Una corretta e completa valutazione dei rischi di transizione deve infatti comprendere anche le variabili connesse alle trasformazioni necessarie per gestire gli altri rischi. Per questo, si puo dire che in concreto i rischi di transizione sono chiamati a valutare tutti i possibili effetti negativi del passaggio a un’economia a basse emissioni sulle imprese comprendendo tutti i rischi connessi alla decarbonizzazione di prodotti e processi.
I rischi di transizione e i rischi legati al cambiamento climatico: cosa si intende
Si tratta di rischi che possono essere legati, direttamente o indirettamente, ai cambiamenti nelle normative, nelle tecnologie, nei mercati così come anche nelle aspettative di clienti e investitori. Si tratta di rischi che riguardano soprattutto quelle aziende che hanno la necessità di adeguare processi, prodotti e modelli di business alla decarbonizzazione.
I rischi di transizione comprendono il rischio normativo, legato a nuovi obblighi ambientali e limiti alle emissioni che possono richiedere investimenti e aumentare i costi delle attività più inquinanti. L‘aumento del prezzo delle emissioni di CO₂ è un altro rischio di transizione che può incidere sulla redditività delle produzioni. A questi si devono aggiungere i rischi tecnologici per l’adeguamento a nuove soluzioni, considerando che una impresa può essere nella condizione di dover sostituire impianti ancora funzionanti perché troppo energivori o dipendenti dai combustibili fossili.
C’è poi un rischio di mercato legato all’evoluzione della domanda e delle condizioni di acquisto di beni e servizi come nel caso delle logiche di green procurement.
Il rischio reputazionale si incontra non solo per i rischi legati al greenwashing ma anche quando le scelte dell’impresa vengono percepite come inadeguate rispetto alla transizione energetica e sostenibile che si deve affrontare.
I rischi di transizione associati al mondo finanziario possono concretizzarsi in minori ricavi, in maggiori costi operativi e in situazioni che possono portare alla svalutazione degli investimenti. In questi rischi possono rientrare anche i beni che diventano “stranded asset”, cioè beni che perdono valore in anticipo rispetto al ciclo previsto.
I rischi di transizione sono naturalmente distinti dai rischi fisici, causati da fenomeni come alluvioni, siccità e ondate di calore, ma sono naturalmente condizionati, anxche per la loro valutazione, dalla probabilità di incidenza e dall’intensità dei rischi fisici.
I rischi di transizione nell’analisi di Cerved ESG Ratings
L’occasione per fare chiarezza sui rischi di transizione nel nostro paese arriva con la ricerca “ESG Connect 2026 – Gli obiettivi e la rilevanza economica della transizione climatica delle imprese: un’analisi condotta su scala europea e italiana”, realizzata da Cerved ESG Ratings per fare il punto sul rischio di transizione e sulle strategie aziendali di decarbonizzazione.
Il dato che prendiamo come primo riferimento per questa analisi ci dice che il 16,9% delle imprese italiane presenta un rischio di transizione alto o molto alto. Un fattore di rischio a cui sono associati 745 miliardi di euro di ricavi. I settori che rientrano nel perimetro di questo rischio sono primariamente metallurgia, energia e trasporti, settori caratterizzati da una particolare esposizione.
La transizione climatica mette alla prova la competitività
La chiave di lettura della ricerca invita a considerare come la transizione climatica stia mettendo alla prova o per altri aspetti a rischio la competitività delle imprese. Per una quota significativa del sistema produttivo, la transizione verso una economia a basse emissioni richiede trasformazioni profonde di impianti, tecnologie e modelli operativi e pone una serie di rischi che un tempo non rientravano nell’orizzonte delle imprese.
Secondo la ricerca, il 16,9% delle aziende italiane rientra nelle classi di rischio Alto e Molto Alto. E alle aziende di queste due fasce sono associati circa 745 miliardi di euro di ricavi: un valore che esprime in modo molto evidente la rilevanza economica delle attività coinvolte, soggette a questi fattori di rischio.
Il 62,5% delle aziende si colloca nella classe di rischio Basso, lo 0,5% in quella Molto Basso e il 20,1% nella fascia Media. Il quadro complessivo che esce dalla ricerca mostra dunque esigenze e rischi di trasformazione molto diverse tra settori e modelli di business.
Che cosa misura esattamente il rischio di transizione
Il rischio di transizione indica concretamente l’esposizione delle imprese agli impatti economici, normativi e tecnologici del passaggio a un’economia a basse emissioni. La valutazione considera il settore di appartenenza e i fattori che possono influenzare la sostenibilità futura del modello di business. Non si limita dunque a misurare soltanto le emissioni attuali, ma aiuta a leggere quanto un’azienda possa essere chiamata a cambiare per mantenere la propria competitività.
Quali sono i settori più esposti ai rischi di transizione
Nell’analisi di Cerved ESG Ratings, Metallurgia, energia, trasporti e logistica risultano tra i comparti più esposti. Si tratta di attività appartenenti in alcuni casi all’ambito hard to abate nelle quali l’adeguamento può richiedere investimenti rilevanti su processi produttivi, infrastrutture e asset.
Va poi precisato che l’esposizione tende a crescere con la dimensione aziendale, anche per la maggiore presenza delle grandi imprese nei settori industriali ad alta intensità energetica. Tra le società di capitali, il 39,3% presenta un livello di rischio almeno Medio.
Come reagire ai rischi di transizione: dagli obiettivi ai piani di trasformazione
Una delle questioni centrali per le imprese soggette a rischi di transizione riguarda la capacità di tradurre gli impegni climatici in programmi finanziari e industriali. Secondo lo studio, molte aziende hanno definito obiettivi e strategie, ma sono ancora poche quelle in grado di dimostrare piani di investimento coerenti per tecnologie a basse emissioni, efficienza energetica e trasformazione produttiva. La transizione assume così sostanzialmente una dimensione finanziaria, soprattutto nei comparti energia, logistica e trasporti e costruzioni. Mobilitare risorse e individuare le tecnologie adatte diventa essenziale per accompagnare il rinnovo degli asset e sostenere la competitività.
La riduzione degli impatti ambientali è diventato un elemento centrale delle politiche industriali e delle stesse scelte di investimento. Anche per questa ragione l’integrazione dei fattori ESG e la disponibilità di informazioni utili a valutare rischi e opportunità sono fattori chiave per le decisioni di imprese e istituzioni finanziarie.
I territori riflettono le specializzazioni produttive
La ricerca indaga anche la relazione tra rischi di transizione e territori e si nota che la distribuzione geografica presenta un quadro relativamente uniforme, con una prevalenza delle classi di rischio Basso e Medio. Le differenze territoriali riflettono soprattutto la composizione delle economie locali.
Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, sono aree geografiche caratterizzate da importanti distretti manifatturieri, e mostrano un rischio complessivo Basso, ma anche una presenza significativa di imprese nella fascia Media. Un dato che richiama il ruolo delle filiere industriali e il fabbisogno di investimenti per adeguare produzioni e processi.
Le quote più elevate di rischio Basso si registrano in Lazio, Sardegna, Valle d’Aosta e Calabria. Le maggiori percentuali nella classe di rischio Alto invece riguardano Basilicata, Molise e Sicilia, dove incidono comparti potenzialmente più vulnerabili alle trasformazioni richieste dalla decarbonizzazione.
Obiettivi climatici: in Italia prevale l’orizzonte 2030
Per approfondire le strategie di decarbonizzazione, Cerved ESG Ratings ha confrontato gli obiettivi di un campione di aziende italiane con quelli di imprese estere, selezionate per favorire la comparabilità nei principali macrosettori esaminati. Nell’87,6% dei casi italiani, l’orizzonte di raggiungimento dei target è il 2030, contro il 73,4% del campione estero. Il confronto evidenzia quindi una maggiore presenza di strategie formalizzate oltre il 2030 tra le aziende estere analizzate.
Gli orizzonti più lunghi sono maggiormente presenti in energia, chimico e farmaceutico, trasporti e logistica, manifattura e food & beverage. Risultano invece meno frequenti nelle costruzioni e nella metallurgia. La durata del piano è infatti uno degli elementi da considerare insieme alla concretezza delle azioni previste e alla loro capacità di generare riduzioni effettive delle emissioni.
Una governance più solida si associa a target più ambiziosi
La ricerca rileva poi una relazione positiva tra qualità della gestione ambientale e ambizione degli obiettivi climatici. Nel campione italiano, le imprese con uno Score Environmental più elevato tendono a fissare target di decarbonizzazione più sfidanti. Queste organizzazioni presentano generalmente una gestione dei rischi climatici più strutturata, una misurazione delle emissioni più accurata e una maggiore integrazione della sostenibilità nelle strategie.
Una relazione analoga emerge dal confronto con il Governance Score, particolarmente evidente nei trasporti e logistica e nella metallurgia. Si tratta di correlazioni osservate nello studio, che indicano come strutture organizzative mature possano accompagnare una pianificazione climatica più ambiziosa. Responsabilità definite, dati affidabili e strumenti di monitoraggio aiutano infatti a collegare gli obiettivi alle decisioni operative.
Efficienza e digitalizzazione sono i punti di forza italiani nella gestione dei rischi di transizione
Relativamente alle azioni, le imprese italiane del campione mostrano una forte attenzione all’ottimizzazione delle attività. Il 93% adotta interventi di efficientamento energetico, monitoraggio dei consumi e digitalizzazione dei processi, rispetto al 76,7% del campione estero. È un orientamento che mette insieme riduzione delle emissioni e controllo dei costi.
All’estero risultano invece più diffuse soluzioni come elettrificazione dei processi, mobilità elettrica, idrogeno a basse emissioni e cattura della CO₂. Secondo la lettura proposta dallo studio, questa differenza segnala percorsi più avanzati nell’impiego delle tecnologie necessarie a trasformare i settori più difficili da decarbonizzare.
In Italia, energia, manifattura e chimico e farmaceutico mostrano livelli di avanzamento maggiori, mentre la metallurgia deve confrontarsi con vincoli tecnologici e industriali che contribuiscono a spiegare target più prudenti.
La catena del valore si confrtonta con i rischi di transizione
Le strategie aziendali si stanno estendendo anche oltre le emissioni dirette, coinvolgendo fornitori, clienti, materiali e logistica. Economia circolare e decarbonizzazione della supply chain sono leve diffuse sia nel campione italiano sia in quello estero. Lo studio non rileva però obiettivi particolarmente ambiziosi associati alla trasformazione della catena del valore.
È su questo terreno, insieme alla capacità di finanziare tecnologie e rinnovare gli asset, che si misurerà una parte importante dell’attuazione dei piani climatici: portare gli impegni dentro le scelte di acquisto, le relazioni di filiera e i processi produttivi.













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