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Stranded asset: la colossale sfida economica dei “beni incagliati”

Gli investimenti che, per il loro naturale legame con il mondo dei fossili, sono destinati a perdere valore nei prossimi anni rappresentano una delle minacce più sfidanti del futuro: secondo le previsioni, a causa loro, entro il 2035 nel mondo scoppierà l’enorme bolla del carbonio destinata a cancellare dal sistema economico globale una cifra tra mille e quattromila miliardi di dollari. Ecco tutto quello che c’è da sapere in merito

Pubblicato il 22 Ago 2022

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Nel 2014 l’allora governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney tenne un discorso alla Banca Mondiale che portò all’attenzione degli investitori un tema ancora poco noto: gli stranded asset, letteralmente “beni incagliati”. Il senso della riflessione era porre l’accento sull’importanza della gestione delle attività legate al carbonio all’interno dei portafogli: una visione ormai cruciale, in un’economia che lentamente si orientava verso l’energia pulita.

Da allora sono stati fatti progressi nella lotta al climate change, sino all’ultimo atto della COP26 di Glasgow dello scorso novembre. Ma le sfide che si profilano all’orizzonte restano inquietanti e bisognose di interventi risolutivi. Entro una quindicina d’anni, secondo un recente studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori di prestigiosissime università, tra le quali quella di Cambridge nel Regno Unito, l’economia internazionale sarà infatti scossa da un nuovo terremoto finanziario, stavolta connesso alla “carbon bubble” dei troppi soldi investiti nei combustibili fossili. In pratica, secondo questa previsione, entro il 2035 nel mondo scoppierà l’enorme bolla del carbonio destinata a cancellare dal sistema economico globale una cifra tra mille e quattromila miliardi di dollari.

Tutti questi soldi, spiegano gli autori del documento, si riferiscono ai cosiddetti “stranded asset”, ovvero gli investimenti che, per il loro naturale legame con il mondo dei fossili, sono destinati a perdere valore nei prossimi anni.

Stranded asset: che cosa sono?

Gli stranded assets rappresentano l’insieme delle infrastrutture del mondo fossile come pozzi petroliferi, miniere di carbone, gasdotti, ossia i principali investimenti legati all’economia del carbonio e destinati a perdere valore nei prossimi anni. Definiti “beni incagliati”, si creano quando le riserve di combustibili fossili delle società sono considerati insostenibili per l’ambiente, e così inutilizzabili, e quindi devono essere ammortizzati. In pratica, si tratta di investimenti che perdono valore prima di essere completamente ammortizzati a causa dell’impatto di vari cambiamenti, ovvero di asset che subiscono una svalutazione imprevista o prematura. 

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Uno studio del 2021 sulla rivista Nature (SCARICA QUI IL REPORT COMPLETO) ha scoperto che “per evitare i peggiori impatti dei cambiamenti climatici, la maggior parte delle riserve mondiali di combustibili fossili conosciute devono rimanere non sfruttate”. Secondo lo studio, il 90% del carbone e quasi il 60% del petrolio e del gas naturale devono essere tenuti nel terreno per mantenere una probabilità del 50% che il riscaldamento globale non superi 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali.

Mentre il mondo si allontana dalle attività che emettono gas serra per mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C (e idealmente 1,5°C) in linea con l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, le società di combustibili fossili e i loro investitori affrontano crescenti rischi finanziari (noti come transizione rischi), inclusa la prospettiva di ritrovarsi con enormi attività incagliate. È probabile che questa transizione in corso riduca in modo significativo l’estrazione di combustibili fossili e le operazioni di centrali elettriche a carbone, esigendo costi elevati, in particolare perdite di valore degli asset, per i produttori e gli azionisti di energia fossile.

Un recentissimo studio sulla rivista Climate Change Economics guidato dai ricercatori del MIT Joint Program on the Science and Policy of Global Change stima l’attuale valore patrimoniale globale dei combustibili fossili non sfruttati fino al 2050 in quattro scenari di politica climatica sempre più ambiziosi. 

Lo scenario meno ambizioso (“Paris Forever”) presuppone che gli impegni iniziali di riduzione delle emissioni di gas serra dell’Accordo di Parigi siano mantenuti in perpetuo; lo scenario più stringente (“Net Zero 2050”) aggiunge strumenti coordinati di politica internazionale volti a raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette globali entro il 2050. Lo studio rileva che il valore attuale netto globale della produzione di combustibili fossili non sfruttati fino al 2050 rispetto a uno scenario di riferimento “Nessuna politica” varia da $ 21,5 trilioni (Paris Forever) a $ 30,6 trilioni (Net Zero 2050). Il valore attuale netto globale stimato delle attività non recuperabili nella produzione di energia da carbone fino al 2050 varia da $ 1,3 a $ 2,3 trilioni.

Esempi di stranded asset

Gli stranded assets non sono qualcosa di lontano per il cittadino comune. Il passaggio rapido alle rinnovabili sarà accompagnato dall’introduzione di un numero sempre maggiore di veicoli elettrici alimentati da fonti rinnovabili, magari senza conducente, e dalla diffusione di immobili di nuova generazione capaci di produrre, accumulare e cedere energia. Tutte queste novità contribuiranno a creare stranded asset.

Trasporti

Gli stranded assets nel settore dei trasporti, dati da investimenti su veicoli e viabilità vecchio tipo, solo in Europa varrebbero – secondo alcune stime – 243 miliardi di euro. La Volkswagen ha già annunciato che produrrà l’ultima generazione di motori a benzina e diesel entro il 2026, stabilendo indirettamente la data della fine del motore a combustione interna. Tuttavia già nel 2024 il costo “non sovvenzionato” dei veicoli elettrici diverrà competitivo con quello dei veicoli a combustione interna. 

Real estate

Il settore che rischia di diventare il più grande stranded asset del mondo è quello immobiliare, il meno agile a livello globale. Il patrimonio edilizio andrà infatti trasformato portandolo ad emissioni prossime allo zero, pena una drastica riduzione del valore degli immobili. 

Gli edifici con emissioni di CO₂ particolarmente elevate perderanno talmente tanto valore che non sarà più possibile venderli sul mercato immobiliare commerciale, trasformandosi così in stranded asset. In questo contesto, gli stranded asset sono pertanto quegli immobili che non soddisferanno i futuri standard di efficienza energetica e le aspettative del mercato e che saranno  sempre più esposti al rischio di obsolescenza economica precoce nel prossimo futuro. Sono nati strumenti come il Crrem (Carbon Risk Real Estate Monitor) per orientare gli attori immobiliari verso una traiettoria compatibile con gli obiettivi dell’UE. Ma se gli obiettivi di riduzione dei gas serra e del consumo energetico non verranno raggiunti entro le date stabilite, l’UE e le autorità nazionali inaspriranno  le loro politiche, aumentando il rischio finanziario per gli investitori che non si sono adattati.

Comparto petrolifero

Immaginiamo per esempio che una compagnia petrolifera, in questo momento storico, si metta a trivellare un nuovo pozzo. È altamente probabile che, nell’arco di qualche anno, vendere quel petrolio diventi impossibile o meno redditizio rispetto a oggi. Questo per motivi economici (crollo del prezzo al barile), fisici (una sempre maggiore difficoltà nei trasporti, anche dovuta alle conseguenze dei cambiamenti climatici) o legali (le normative che spingono la transizione energetica). Di conseguenza, questo asset adesso ha un determinato valore ma è destinato a essere svalutato nel medio termine. Si aggiungerà così alle infrastrutture che già oggi rappresentano degli stranded asset.

Stranded asset: i fattori di rischio

Tra i fattori che determinano uno stranded asset c’è innanzitutto la sua incompatibilità con un’economia a basse emissioni di carbonio, man mano che le normative sulla sostenibilità, come il regolamento SFDR o la Tassonomia europea, e il mercato diventano più severi. Ma all’incagliamento degli asset contribuscono anche il decremento dei costi delle tecnologie pulite (per esempio il solare fotovoltaico) e i cambiamenti nel comportamento dei consumatori che richiedono migliori performance ambientali (per esempio i sistemi di certificazione).

Più in generale, gli investimenti in attività dannose per il clima non sono minacciati solo dall’introduzione di normative più stringenti a tutela del clima, ma anche da fattori economici – come il calo del prezzo del petrolio – e da innovazioni nel campo dell’energia – in particolare se legate a misure di efficienza energetica e a progressi nelle tecniche di immagazzinamento di energia prodotta da fonti rinnovabili. 

Le indicazioni di BlackRock

Nella lettera annuale agli amministratori delegati diffusa nel 2021, il presidente del gigante mondiale dei fondi di investimento BlackRock, Larry Fink, parla della necessità di “affrontare con maggiore determinazione la minaccia globale del cambiamento climatico”. L’anno scorso, si legge nella lettera, “non abbiamo sperimentato solo i crescenti effetti fisici del cambiamento climatico, con incendi, siccità, inondazioni e uragani, ma anche le prime conseguenze finanziarie dirette, con le società energetiche costrette, a causa del clima, a svalutazioni miliardarie su asset che non potranno essere valorizzati […]”.

La lettera ha quindi fatto esplicito richiamo agli stranded asset: infrastrutture, come gasdotti, piattaforme petrolifere, impianti a carbone, raffinerie, non più remunerative perché schiacciate dalla maggiore competitività delle energie pulite e dalle nuove politiche di riduzione delle emissioni inquinanti. Così Fink scrive che “i modelli di business di tutte le società, nessuna esclusa, saranno profondamente interessati dalla transizione verso un’economia a zero emissioni nette”. Pertanto, “visto il ruolo centrale che rivestirà la transizione energetica per le prospettive di crescita di tutte le società, chiediamo alle aziende di divulgare un piano relativo alla compatibilità del proprio modello di business con un’economia a zero emissioni nette, ovvero uno scenario in cui il riscaldamento globale sia limitato a un livello assai inferiore a 2°C, in linea con l’aspirazione globale di arrivare a zero emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050”.

La bolla del carbonio

Secondo i ricercatori di Cambridge e delle altre università coinvolte nello studio citato poc’anzi, a causa della domanda in declino di risorse fossili e alla contemporanea evoluzione tecnologica delle fonti rinnovabili, in futuro gli enormi flussi finanziari accumulati nella bolla non riusciranno più a generare profitti sufficienti, facendola esplodere, con conseguenze devastanti per alcuni paesi.

Lo scoppio della bolla, secondo lo studio, sarà inevitabile, ma avrà i suoi effetti peggiori in uno scenario di accelerazione verso le tecnologie a zero emissioni inquinanti, quello da perseguire per rispettare gli accordi di Parigi sul clima (contenere il surriscaldamento entro 1,5- 2 gradi centigradi), combinato con il tentativo dei paesi OPEC di mantenere alta la produzione di petrolio, nonostante il forte calo dei consumi di oro nero e dei suoi prezzi. Questa strategia di “sell-out” consentirebbe al cartello mediorientale di eliminare dal mercato petrolifero quei paesi, come Canada, Stati Uniti e Russia, che non sarebbero più in grado di competere con i loro giacimenti di greggio molto più costoso da estrarre e produrre (soprattutto lo shale oil negli scisti o nelle sabbie bituminose in America settentrionale).

La ricerca individua come vincenti le nazioni maggiormente propense a investire in energie rinnovabili in tutti i settori, dalla produzione di elettricità ai trasporti, alleggerendo progressivamente, ma rapidamente, la loro dipendenza dalle importazioni di gas, carbone e petrolio: ad esempio la Cina, molti paesi dell’Unione Europea, il Giappone, potrebbero guadagnare molto in un’economia sempre più “verde”. Al contrario, l’industria fossile americana, russa, canadese, rischierebbe di quasi scomparire dai radar dell’economia mondiale dopo l’esplosione della carbon bubble.

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