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Living Planet Report 2026: natura in crisi, ma può riprendersi se cambiano i sistemi


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Accanto alla conferma sul declino di popolazioni di vertebrati selvatici Il Living Planet Report 2026 indica anche come la natura può riprendersi. Per invertire la rotta servono cambiamenti in energia, cibo e finanza, con imprese e comunità protagoniste di progetti misurabili, governance solida e filiere resilienti.

Pubblicato il 13 ott 2026

Carmine Annichiarico

Associate Partner – Sustainability & Nature-based Solutions, Digital360 Advisory



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In 52 anni le popolazioni monitorate di vertebrati selvatici sono diminuite in media del 73%. Questo dato allarmante è uno dei punti di attenzione del nuovo Living Planet Report 2026, il rapporto di WWF e ZSL, pubblicato l’8 ottobre 2026, che conferma il quadro e sposta l’attenzione su ciò che permette di invertirlo: energia, cibo e finanza.

Il Living Planet Report 2026 analizza 35.803 popolazioni di 5.790 specie di vertebrati tra il 1970 e il 2022 e stima un calo medio del 73,2%, pari a circa il 2,5% l’anno. Il dato è in linea con l’edizione 2024. Non è però un segno di stabilità: il database si allarga e copre serie storiche più lunghe, quindi ogni aggiornamento fotografa un campione più rappresentativo e conferma portata e persistenza della perdita. (Il report si può scaricare e consultare in forma integrale da qui n.d.r.).

Per chi si occupa di sostenibilità d’impresa e di gestione dei territori c’è un secondo messaggio, meno scontato. Il sottotitolo dell’edizione è «La scienza della speranza», ma la speranza non è ottimismo. È un metodo fatto di obiettivi chiari, percorsi credibili, capacità d’azione condivisa e perseveranza nel tempo. Chi gestisce progetti complessi lo riconosce subito: i risultati arrivano dove c’è governance e continuità, non dove ci si affida alla fortuna.

Cosa dicono i numeri, e cosa non dicono

Il calo più forte riguarda l’acqua dolce (-85%), seguita dagli ecosistemi terrestri (-69%) e da quelli marini (-59%). A scala regionale l’America Latina e i Caraibi registrano la flessione maggiore (-95%), seguite da Africa (-80%) e Asia-Pacifico (-49%). Il Nord America (-28%) e l’Europa con l’Asia Centrale (-23%) mostrano cali più contenuti, ma partono da popolazioni già fortemente ridotte prima del 1970.

Va letto bene cosa misura l’indice. Il Living Planet Index segue la variazione media della dimensione delle popolazioni, non il numero totale di animali. Non significa che oggi ci sia il 73% di animali in meno, né che il 73% delle specie sia in declino: circa la metà delle popolazioni monitorate è stabile o in crescita. A pesare sulla media sono i cali molto forti di altre popolazioni.

Il rapporto segue le cause. Perdita e degrado degli habitat, sovrasfruttamento e cambiamento climatico spiegano insieme il 67% della perdita di biodiversità (rispettivamente 30%, 23% e 14%). Altri indicatori vanno nella stessa direzione: il Red List Index segnala un rischio di estinzione crescente, il Biodiversity Intactness Index un’integrità in calo dal 1800, e le specie scompaiono a un ritmo almeno cento volte superiore a quello naturale.

I segnali di speranza: quando la conservazione funziona

Il report documenta quattro recuperi che mostrano cosa succede quando gli sforzi sono coordinati e duraturi.

  • Tigre. Tra il 2010 e il 2025 gli esemplari in natura sono passati da circa 3.200 a circa 5.700, oltre il 70% in più. La specie resta In Pericolo e occupa meno dell’8% del suo areale storico.
  • Tonno rosso. Le popolazioni dell’Atlantico e del Pacifico mostrano segnali di ripresa e non sono più considerate sovrasfruttate, grazie a quote ridotte, limiti di taglia, tutela delle aree di riproduzione e controlli sugli sbarchi.
  • Elefante dell’Africa australe. In diversi Paesi della regione le popolazioni sono stabili o crescenti, dove le comunità locali hanno diritti e responsabilità nella gestione della fauna.
  • Tartaruga verde. Nel 2025 è stata la prima tartaruga marina riclassificata dalla Lista Rossa IUCN da In Pericolo a A Rischio Minimo, dopo oltre cinquant’anni di interventi in circa 80 Paesi di nidificazione.

In Italia i recuperi sono documentati, come ricostruisce anche il Corriere della Sera. Il lupo era vicino all’estinzione negli anni Settanta, con circa un centinaio di esemplari, mentre il primo monitoraggio nazionale coordinato da ISPRA (2020-2021) ne ha stimati circa 3.500. Dietro questo risultato ci sono scelte di lungo periodo: l’Operazione San Francesco del 1971, pensata anche per cambiare la percezione pubblica della specie, la protezione totale del 1976, la Convenzione di Berna del 1979 e la Direttiva Habitat del 1992. Il quotidiano osserva che questo percorso è oggi messo a rischio dal dibattito sul declassamento del lupo.

Il cervo sardo è passato da circa 100 individui alla fine degli anni Sessanta a oltre 10.000 solo in Sardegna, più di 2.000 dei quali nell’Oasi WWF di Monte Arcosu, acquistata nel 1985 dopo l’Operazione Cervo Sardo del 1967. Cresce anche la Caretta caretta: le nidificazioni monitorate dalla rete WWF, che collabora con istituzioni, ricercatori, aree protette e pescatori, sono passate da 17 nel 2017 a 338 nel 2025.

Altri recuperi restano fragili. La lontra è salita da 100-130 individui negli anni Ottanta a 900-1.200 e sta ricolonizzando Veneto, Lazio, Marche e Toscana, ma per una popolazione vitale ne servirebbero 4.000-5.000, e perdita degli habitat fluviali e investimenti stradali (almeno 50 negli ultimi anni) la minacciano. L’aquila di Bonelli in Sicilia è risalita da 22-25 coppie negli anni Duemila a 55 siti riproduttivi e 45 giovani involati nel 2021, mentre in Sardegna dal 2017 è in corso un programma di reintroduzione sostenuto dai progetti Life.

Eppure il 30% dei vertebrati italiani e il 25% delle specie animali marine del Mediterraneo restano a rischio di estinzione.

L’avvertenza del rapporto è chiara: sono risultati fragili, e non si ferma la perdita di biodiversità intervenendo una specie alla volta.

Acque dolci, mare e pesca: il laboratorio della gestione condivisa

Per chi lavora sui sistemi acquatici il rapporto offre due letture complementari.

L’acqua dolce è l’ecosistema in maggiore sofferenza (-85%, circa il 3,6% l’anno). Le specie risentono di ciò che accade nell’intero bacino idrografico: inquinamento, prelievi idrici, trasformazione degli habitat, dighe e opere di derivazione che interrompono le rotte migratorie dei pesci. In Europa i pesci d’acqua dolce, insieme ad anfibi e rettili, continuano ad avere andamenti negativi, mentre per molti mammiferi e uccelli si vedono segnali di recupero.

Il mare mostra il calo più contenuto (-59%), e il motivo è istruttivo. L’indice marino è dominato dalle specie ittiche, in particolare dagli stock soggetti a una gestione efficace: incentivi, norme, controlli e sistemi elettronici di monitoraggio e rendicontazione che aumentano la trasparenza della pesca. Questo spiega anche la ripresa del tonno rosso. L’indice aggregato però non racconta tutto, perché squali e razze, tra gli altri, continuano a diminuire in modo marcato.

Il filo conduttore è la dimensione sociale. Secondo il rapporto, le risorse ittiche si ricostituiscono più rapidamente quando le comunità di pescatori partecipano a definire e attuare le misure di gestione. Lo stesso vale per la tartaruga verde, dove la riduzione delle catture accidentali e il coinvolgimento costante delle comunità locali sono stati tra i fattori del recupero. In Italia la rete WWF che protegge la Caretta caretta lavora proprio con istituzioni, ricercatori, aree protette e pescatori. Piccoli pescatori, agricoltori e comunità locali sono, secondo il report, tra i soggetti più colpiti dalla perdita di natura e al tempo stesso tra i più importanti per tutelarla: vanno coinvolti dall’inizio, non alla fine.

Cosa significa per le imprese: dal rischio natura alla trasformazione dei sistemi

Il report ricorda che circa metà del PIL mondiale, circa 58.000 miliardi di dollari nel 2023, dipende in misura maggiore o minore dalla natura. Per un’azienda la perdita di biodiversità non è quindi solo un tema reputazionale: tocca approvvigionamento, acqua, suoli fertili, impollinazione e resilienza delle filiere.

I tre sistemi che determinano la perdita di natura sono energia, cibo e finanza, e il rapporto li colloca in fasi diverse. L’energia è già in accelerazione: il solare è la fonte più economica per nuova capacità in gran parte dei Paesi e i veicoli elettrici hanno superato il 25% delle nuove vendite mondiali nel 2024. Cibo e finanza sono ancora nella fase di abilitazione, in cui si sperimentano soluzioni, si scrivono regole e si costruiscono coalizioni. Secondo il WWF, entrambi devono raggiungere il punto di svolta entro questo decennio per rendere credibili gli obiettivi del 2030.

Le cifre della finanza spiegano perché. Nel 2023 circa 7.300 miliardi di dollari sono andati ad attività dannose per la natura, contro 220 miliardi per protezione e ripristino. Il divario di finanziamento per la biodiversità è stimato in 1.300 miliardi l’anno, e circa 470 miliardi l’anno vanno a sussidi agricoli con impatti ambientali negativi. Il report osserva che una banca che esce da sola dalle attività dannose si espone a uno svantaggio competitivo: servono regole uguali per tutti, con obblighi di rendicontazione sugli impatti su natura e clima.

Qui il quadro europeo conta. La rendicontazione di sostenibilità è in fase di semplificazione: la revisione degli ESRS punta a ridurre i datapoint di circa il 60% con maggiore peso alla materialità, e l’integrazione tra raccomandazioni TNFD e lavori ISSB sposta il baricentro verso un linguaggio condiviso sui rischi legati alla natura. Meno moduli obbligatori non significa meno rischio: per le imprese con filiere agricole, ittiche o ad alto uso di suolo e acqua, la valutazione di dipendenze e impatti resta la base per decisioni, finanziamenti e rapporto con banche e investitori.

Soluzioni basate sulla natura e servizi ecosistemici: dove la speranza diventa progetto

Il rapporto indica come interventi efficaci i programmi dedicati a singole specie, le aree protette (incluse le OECM), il ripristino degli habitat e la gestione sostenibile. Per chi progetta soluzioni basate sulla natura la lezione è pratica, e la lettura che segue è dell’autore: i casi di successo hanno in comune ciò che serve a un buon progetto.

  • Obiettivo misurabile. Un traguardo condiviso e verificabile, come raddoppiare le tigri o ricostituire gli stock di tonno.
  • Percorso adattabile. Un piano che si aggiorna con i dati e regge ai cambi di contesto.
  • Governance partecipata. Diritti e ruoli chiari per chi vive e lavora sul territorio.
  • Monitoraggio indipendente. Sistemi trasparenti per capire cosa funziona e cosa va corretto.

I servizi ecosistemici, cioè depurazione di acqua e aria, protezione dalle alluvioni, impollinazione, sequestro del carbonio, aiutano a spiegare a imprese e amministrazioni perché ripristinare un ecosistema è una scelta di gestione del rischio oltre che di conservazione. Il rapporto sottolinea che gli interventi durano di più quando le comunità locali partecipano alla gestione di terre e acque e quando i benefici delle trasformazioni raggiungono chi ne sostiene i costi.

In pratica significa progettare l’engagement delle comunità come parte dell’infrastruttura del progetto: coinvolgere pescatori, agricoltori e amministrazioni locali nella definizione degli obiettivi, nella raccolta dei dati e nella ripartizione dei benefici. È una questione di equità, e anche di solidità finanziaria. Con il divario di 1.300 miliardi l’anno ancora aperto, progetti con governance credibile e indicatori verificabili sono quelli che possono diventare investibili.

Le aziende hanno qui un ruolo da protagoniste. Il rapporto parla di un approccio che coinvolge l’intera società, in cui le imprese trasformano i propri modelli produttivi, gli investitori orientano i capitali e i governi locali definiscono lo sviluppo dei territori. Per un’impresa questo si può tradurre in cinque leve concrete, nella lettura dell’autore:

  • Partire da dipendenze e impatti. Mappare dove la filiera dipende da acqua, suoli, impollinazione o stock ittici e dove li degrada, per decidere dove intervenire per primi.
  • Investire nel ripristino dei territori di approvvigionamento. Interventi nei bacini, lungo le coste e nelle aree agricole di filiera, legati a un rischio operativo reale e non a una compensazione generica, con obiettivi misurabili.
  • Sostenere i fornitori nella transizione. Il report ricorda che chi adotta pratiche nature-positive ha bisogno di credito, assistenza tecnica e mercati che ne valorizzino i prodotti. Contratti pluriennali e acquisti sostenibili possono creare quella domanda stabile.
  • Fare delle comunità dei partner. Pescatori, agricoltori e amministrazioni locali coinvolti nella progettazione, nel monitoraggio e nella distribuzione dei benefici, non consultati a cose fatte.
  • Rendicontare con indicatori verificabili. Risultati misurati nel tempo e verificabili da terzi, per costruire fiducia con banche, investitori e territori.

Le imprese però non possono farcela da sole. Il report sottolinea che, senza un quadro di regole stabile e prevedibile, anche le più impegnate faticano ad avanzare alla velocità richiesta. Chi si muove prima, comunque, costruisce competenze, relazioni nei territori e filiere più resilienti.

Verso la COP17 di Erevan

Il momento per tradurre il messaggio in decisioni è vicino. La COP17 della Convenzione sulla diversità biologica si tiene a Erevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026 e svolgerà la prima revisione globale dei progressi verso il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework. Il programma include una Business Day il 25 ottobre e una Finance and Biodiversity Day il 26. Sul tavolo ci sono finanza per la biodiversità, attuazione dei piani nazionali e meccanismi come il Cali Fund. A febbraio il 75% delle Parti aveva presentato i propri obiettivi nazionali, ma le analisi indicavano ancora un divario tra l’ambizione globale e gli impegni nazionali.

Il Living Planet Report 2026 porta a Erevan tre richieste: impegni nazionali commisurati agli impatti reali, anche quelli generati all’estero dai consumi; politiche stabili che creino le condizioni per i punti di svolta; sistemi di monitoraggio indipendenti e trasparenti.

La conclusione, per chi lavora con imprese e territori, è operativa. Il declino è confermato e la finestra al 2030 si restringe, ma gli strumenti sono noti: riorientare sussidi e capitali, rendicontare gli impatti su natura e clima, costruire filiere nature-positive, riconoscere un ruolo effettivo a comunità locali e pescatori. La speranza che il rapporto propone è un metodo di lavoro che le organizzazioni possono adottare fin da ora.

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