Comunità energetiche portuali: cosa sono e perché possono trasformare i porti del futuro
Le Comunità Energetiche Portuali (CEP) rappresentano un’evoluzione del modello delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), adattata alle caratteristiche uniche dei sistemi portuali. L’obiettivo è consentire ai diversi soggetti che operano all’interno di un porto di produrre, condividere, consumare e gestire energia proveniente da fonti rinnovabili in modo coordinato, aumentando l’efficienza energetica e riducendo le emissioni di gas serra.
A differenza delle comunità energetiche tradizionali, che coinvolgono prevalentemente cittadini, imprese e amministrazioni locali, le CEP operano in ecosistemi estremamente complessi. Un porto ospita infatti terminal marittimi, operatori logistici, cantieri navali, industrie, magazzini, reti ferroviarie, depositi energetici e infrastrutture pubbliche, tutti caratterizzati da consumi elevati e fortemente interconnessi.
Una orchestrazione di capacità produttiva e consumi per le Comunità energetiche portuali
In questo contesto, una Comunità Energetica Portuale permette di integrare impianti fotovoltaici installati sui tetti dei magazzini, sistemi eolici, batterie di accumulo, colonnine per la ricarica elettrica, impianti per il cold ironing – che consentono alle navi ormeggiate di spegnere i motori alimentandosi dalla rete elettrica – e, in prospettiva, anche infrastrutture dedicate all’idrogeno verde e ai carburanti alternativi.
L’energia prodotta può infatti condivisa tra i diversi soggetti aderenti alla comunità
Il vantaggio principale consiste nell’ottimizzare la produzione e il consumo locale di energia. L’energia prodotta all’interno dell’area portuale può infatti essere condivisa tra i diversi soggetti aderenti alla comunità, riducendo i prelievi dalla rete elettrica nazionale, abbattendo i costi energetici e aumentando l’autonomia del porto.
Le Comunità Energetiche Portuali svolgono anche un’importante funzione di governance dell’energia. Non si limitano infatti a distribuire elettricità, ma coordinano la gestione dei flussi energetici tra numerosi attori pubblici e privati, favorendo una pianificazione più efficiente degli investimenti e una maggiore integrazione tra produzione, accumulo e consumo.
Un contributo importante agli obiettivi europei di decarbonizzazione
Dal punto di vista ambientale, le CEP contribuiscono agli obiettivi europei di decarbonizzazione riducendo le emissioni associate alle attività portuali, tradizionalmente tra le più energivore. L’integrazione delle fonti rinnovabili e l’elettrificazione delle banchine consentono infatti di diminuire l’utilizzo di combustibili fossili e migliorare la qualità dell’aria nelle aree portuali e urbane limitrofe.
Anche la sicurezza energetica rappresenta uno degli aspetti più rilevanti. Grazie alla produzione distribuita e ai sistemi di accumulo, i porti possono diventare più resilienti rispetto a interruzioni della rete o oscillazioni dei prezzi dell’energia, garantendo maggiore continuità operativa alle attività logistiche e industriali.
Verso la trasformazione dei porti in hub energetici multifunzionali
Le Comunità Energetiche Portuali assumono inoltre un ruolo strategico nella trasformazione dei porti in hub energetici multifunzionali, capaci non solo di movimentare merci, ma anche di produrre, immagazzinare e distribuire energia pulita. Questa evoluzione rafforza la competitività degli scali italiani, sempre più chiamati a confrontarsi con le sfide della transizione energetica e della digitalizzazione.
Lo sviluppo delle CEP richiede tuttavia una forte collaborazione tra Autorità di Sistema Portuale, imprese energetiche, operatori logistici, amministrazioni pubbliche, gestori delle reti e centri di ricerca. Solo attraverso modelli di governance condivisi è infatti possibile coordinare investimenti, infrastrutture e regole di funzionamento.
Nei prossimi anni, grazie all’evoluzione del quadro normativo, agli incentivi nazionali e alle risorse del PNRR, le Comunità Energetiche Portuali potrebbero diventare uno dei principali strumenti per accelerare la transizione ecologica del sistema marittimo italiano. Più che semplici configurazioni per l’autoconsumo, rappresentano un nuovo modello di gestione dell’energia capace di coniugare sostenibilità ambientale, innovazione industriale, efficienza economica e competitività dell’intera filiera della Blue Economy.
Comunità Energetiche Portuali, al via il percorso verso i primi progetti in Italia
Le Comunità Energetiche Portuali (CEP) si candidano dunque a diventare uno degli strumenti più importanti per accompagnare la transizione energetica del sistema logistico e marittimo italiano. È quanto emerso dal convegno “Le Comunità Energetiche Portuali: dalla visione all’attuazione”, organizzato dall’Osservatorio Nazionale Tutela del Mare (ONTM) in collaborazione con il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), che ha riunito istituzioni, Autorità di Sistema Portuale, imprese, associazioni e mondo della ricerca per definire una strategia condivisa sul futuro energetico dei porti.
L’incontro ha evidenziato come le Comunità Energetiche Portuali possano rappresentare una leva strategica non solo per la decarbonizzazione, ma anche per rafforzare la sicurezza energetica, l’autonomia delle infrastrutture e la competitività dell’intero sistema portuale nazionale.
I porti diventano hub energetici
Nel corso del confronto è stato sottolineato come i porti stiano evolvendo da semplici nodi logistici a vere e proprie piattaforme integrate per la produzione, la gestione, l’accumulo e la condivisione dell’energia.
Rispetto alle tradizionali Comunità Energetiche Rinnovabili, il contesto portuale presenta caratteristiche uniche: nella stessa area convivono terminal marittimi, reti ferroviarie, infrastrutture logistiche, depositi energetici, attività industriali, impianti da fonti rinnovabili, sistemi di elettrificazione delle banchine e, sempre più spesso, tecnologie per l’accumulo energetico.
In questo scenario la condivisione dell’energia assume un ruolo che va oltre il semplice risparmio economico, diventando uno strumento di governance capace di favorire autoconsumo condiviso, riduzione delle emissioni, maggiore efficienza energetica e nuove forme di collaborazione tra soggetti pubblici e privati.
Un modello strategico per la transizione energetica
Secondo i partecipanti al convegno, i porti rappresentano uno degli ambiti più promettenti per lo sviluppo delle comunità energetiche nei prossimi anni. A favorire questa evoluzione contribuiscono diversi fattori: la disponibilità di ampie superfici per installare impianti da fonti rinnovabili, gli elevati consumi energetici delle attività portuali, la diffusione del cold ironing per alimentare elettricamente le navi in banchina e la futura integrazione con le filiere dell’idrogeno e dei carburanti alternativi.
Le Comunità Energetiche Portuali potrebbero così diventare uno dei principali strumenti per rendere più sostenibili i porti italiani e rafforzarne il ruolo nelle strategie europee di neutralità climatica.
Cresce l’interesse per le Comunità Energetiche in generale
Durante l’evento è stato evidenziato anche il forte sviluppo registrato dal modello delle Comunità Energetiche a livello nazionale. Il GSE ha ricordato che sono state presentate circa 48 mila domande di accesso agli incentivi dedicati alle CER, segnale di una crescente maturità del modello e della sua capacità di attrarre investimenti da parte di enti locali, imprese e territori.
L’evoluzione del quadro normativo e gli strumenti di incentivazione oggi disponibili sono stati indicati come elementi fondamentali per accelerare la realizzazione di iniziative concrete anche negli ecosistemi portuali.
Il ruolo del nuovo Tavolo Permanente per le Comunità energetiche portuali
Uno dei principali risultati del convegno è stato l’annuncio della costituzione, a partire dal prossimo settembre, di un Tavolo Permanente sulle Comunità Energetiche Portuali, promosso congiuntamente da ONTM e GSE.
L’organismo coinvolgerà istituzioni, Autorità di Sistema Portuale, operatori logistici, imprese energetiche, associazioni di categoria, università e centri di ricerca con l’obiettivo di favorire il confronto tecnico, individuare criticità e opportunità, diffondere le migliori pratiche nazionali e internazionali e accompagnare la nascita delle prime esperienze strutturate di Comunità Energetiche Portuali in Italia.
Il ruolo del GSE e la prospettiva della Blue Economy
Nel suo intervento, l’amministratore delegato del GSE, Vinicio Mosè Vigilante, ha sottolineato come la transizione energetica richieda modelli fondati su sostenibilità, innovazione e collaborazione. Secondo Vigilante, i porti possiedono tutte le caratteristiche per diventare laboratori d’eccellenza nella produzione e condivisione di energia rinnovabile e il GSE continuerà a supportarne lo sviluppo attraverso competenze tecniche, strumenti operativi e misure di incentivazione.
Il presidente dell’ONTM, Roberto Minerdo, ha evidenziato invece il ruolo strategico dei porti italiani nella nuova geografia energetica del Mediterraneo, sottolineando come le Comunità Energetiche Portuali rappresentino un’opportunità per coniugare sostenibilità ambientale, competitività economica e innovazione industriale.
L’avvio del Tavolo Permanente si inserisce nel più ampio percorso promosso dall’Osservatorio Nazionale Tutela del Mare per favorire la transizione ecologica del cluster marittimo italiano, rafforzando il dialogo tra istituzioni, imprese e ricerca e contribuendo allo sviluppo di una Blue Economy sempre più sostenibile, resiliente e competitiva.












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