Il percorso della Terza Via della Sostenibilità
Il secondo Rapporto di iSustainability su “La terza via della sostenibilità 2026” rappresenta l’evoluzione di un percorso di ricerca avviato da Riccardo Giovannini co founder di iSustainability Gruppo Digital360. Lo studio si propone oggi come una piattaforma per osservare l’integrazione della sostenibilità nei modelli di business delle imprese.
La ricerca su la “Terza Via della Sostenibilità” ha dato vita a un vivace confronto che potete leggere a questo servizio: La Terza Via della Sostenibilità: tecnologia e scienza per la competitività e a un evento che potete rivivere grazie al video integrale con la ricerca e il dibattito di iSustainability.
Metodologia e profilo del campione
La survey è stata condotta tra marzo e aprile 2026, coinvolgendo un campione di 96 aziende. Il campione è suddiviso in tre cluster dimensionali:
- PMI (< 150M€): 46,9% dei rispondenti.
- Large Corporate (> 500M€): 39,6% del campione.
- Mid-Cap (150–500M€): 13,5% delle aziende.
E in particolare la distribuzione settoriale appare trasversale e comprende Manufacturing (17 aziende), Servizi (17), Finance & Insurance (6), Food & Beverage (6), Tech & Digital (4), Trasporti (6), Luxury (3) e Basic Materials & Utilities (8).
La sostenibilità come leva di competitività
Il primo risultato in termini di evidenze della ricerca riguarda una sorta di superamento della compliance.
Per il 67% delle aziende, la sostenibilità è principalmente una leva di competitività e innovazione. Questo dato segna un salto netto rispetto al 32% registrato nel 2025, riflettendo un cambiamento reale nel framing strategico delle imprese leader. Solo l’8% del campione percepisce ancora la sostenibilità come un mero obbligo normativo.
Leggi anche i risultati della ricerca iSustainability del 2025: Percorsi di sostenibilità a che punto sono le imprese italiane.
Resilienza al Backlash Normativo
Nonostante l’incertezza normativa dell’ultimo anno (backlash normativo in USA e Omnibus in Europa), il 77% delle aziende non ha modificato i propri piani di investimento. In settori come Trasporti e Tech & Digital, la resilienza è stata del 100%, dimostrando che il momentum ESG è ormai considerato irreversibile.
La sfida della misurazione e delle decisioni strategiche
Riccardo Giovannini ha correttamente citato il vecchio adagio: “Non si può gestire ciò che non si può misurare” per richiamare l’attenzione sull’importanza, nel mondo della trasformazione sostenibile, di disporre di parametri e punti di riferimento chiari.
La quantificazione degli Impatti
Il 45% delle aziende misura i propri impatti ambientali e sociali in modo strutturato e periodico, mentre un ulteriore 20% lo fa in modo parziale. I settori Basic Materials & Utilities (88%) e Trasporti (83%) guidano questa classifica, mentre i Servizi (41%) presentano il gap maggiore.
Integrazione nei processi decisionali
Sebbene la consapevolezza sia alta, l’integrazione operativa è ancora in divenire. Solo il 21% delle aziende afferma che tutte, o quasi tutte, le decisioni strategiche sono influenzate da obiettivi di sostenibilità. Emerge una correlazione forte: chi quantifica strutturalmente gli impatti integra la sostenibilità nelle decisioni nell’88,4% dei casi, contro il 45,3% di chi non misura.
Tecnologia e Twin Transition: il ruolo dell’AI
L’integrazione tra digitale e sostenibilità, definita Twin Transition, è ancora in una fase pilota e in particolare c’è ancora molto da fare nello sviluppo di un rapporto tra intelligenza artificiale e ESG.
Adozione dell’AI per la sostenibilità
Solo il 6% delle aziende utilizza strumenti di intelligenza artificiale in modo strutturato per ottimizzare i propri impatti ambientali. Il 48% sta valutando l’adozione, ma il gap tra potenziale e pratica rimane elevato. I settori Tech, Trasporti e Utilities guidano con il 50% di adozione (anche sperimentale), mentre il Luxury è fermo allo 0%.
Il paradosso dell’impronta carbonica digitale
Giovannini ha poi evidenziato una “importante ignoranza” riguardo ai consumi energetici delle piattaforme digitali. Solo il 12% delle imprese misura in modo strutturato l’impronta carbonica dei propri strumenti digitali e di AI. Molte aziende che basano il proprio business su piattaforme digitali non hanno contezza del proprio assorbimento energetico a causa di clausole contrattuali con i data center.
Rischio climatico e strategie di adattamento
Un altro tema determinante per le imprese e per lo sviluppo ambientale e sociale è rappresentato dai rischi del cambiamento climatico che non può più essere considerata solo una minaccia futura, ma una realtà operativa per le imprese.
Il 49% delle aziende italiane ha già infatti subito impatti operativi o economici diretti a causa di eventi climatici estremi negli ultimi due anni. I settori più colpiti sono Food & Beverage e Trasporti (entrambi all’83%).
Il Gap dell’adattamento
Nonostante l’esposizione a questi rischi sia purtroppo ormai acclarata, solo il 31% delle imprese ha già realizzato investimenti specifici in adattamento climatico. Giovannini ha definito questo divario come un “rischio sistemico”: molte aziende colpite non si stanno ancora proteggendo adeguatamente.
Governance finanziaria e accesso al credito
La sostenibilità sta diventando un fattore determinante anche per la solidità finanziaria delle aziende e in questo senso è importante osservare come sta cambiando l’atteggiamento verso la valorizzazione dei risultati di sostenibilità.
Il coinvolgimento del CFO
Il 77% delle aziende coinvolge il CFO nelle decisioni strategiche di sostenibilità (il 57% in modo strutturato). Quando il CFO è direttamente coinvolto, l’accesso a strumenti di finanza sostenibile aumenta drasticamente: il 36,4% di queste aziende ha ottenuto finanziamenti green, contro appena il 9,8% di quelle in cui il CFO è escluso.
Il 38% delle aziende ha già ottenuto condizioni di accesso al credito bancario migliori grazie al proprio profilo ESG. Questo vantaggio è particolarmente evidente nelle aziende che impongono standard ESG vincolanti ai propri fornitori: il 64,5% di esse ottiene condizioni migliori, contro il 24,6% di chi non ha una supply chain controllata.
Il divario PMI-Large: la sostenibilità si sente anche a livello di dimensioni
La ricerca evidenzia un gap sistematico in quasi tutti gli indicatori tra le grandi imprese e le piccole-medie. Le differenze più marcate si registrano su:
- Analisi rischi TCFD: +56pp a favore delle grandi imprese (76% vs 20%).
- Misurazione impatti climatici: +43pp (74% vs 31%).
- Coinvolgimento strutturato del CFO: +43pp.
- Accesso alla Green Finance: +35pp.
Giovannini ha spiegato a questo proposito che, sebbene il mindset delle PMI sia spesso pari o superiore a quello delle grandi aziende, il gap nasce dalla mancanza di strumenti e risorse per mettere operativamente a terra la strategia. La sostenibilità rischia così di diventare un “privilegio dimensionale”.
Business case e Ritorno sull’investimento (ROI)
La ricerca ha analizzato come la sostenibilità generi valore reale attraverso 79 business case validi. Da questa analisi sono emersi sei modelli distinti:
- Efficienza energetica & decarbonizzazione: risparmio diretto e costi evitati.
- Innovazione di prodotto & filiera circolare: prodotti più profittevoli e packaging sostenibile.
- Accesso a mercati & clienti ESG: rating alti che sbloccano contratti e gare.
- Transizione del core business: la sostenibilità come nuovo modello operativo.
- Valore sociale & reputazionale: a livello di brand equity e accettazione sociale.
- Biodiversità & Nature-based: relativamente a posizionamento di nicchia, specialmente nel Luxury.
Metodologie di misurazione del ROI sui progetti di sostenibilità
Il 30% delle aziende non misura ancora il ritorno economico degli investimenti sostenibili. Tuttavia, tra le aziende più mature, emergono una serie di metodologie avanzate come:
- SROI (Social Return on Investment) e ROSI (Return on Sustainability Investment).
- Social Cost of Carbon (SCC), con metodologie validate da enti accademici come il Politecnico di Milano.
- KPI operativi integrati nel piano industriale e nel controllo di gestione.
Come e dove prende forma una sostenibilità di eccellenza
Dalla ricerca emerge un cluster ristretto di aziende leader (circa il 23% del campione) che integra strutturalmente tutti i KPI chiave: quantificazione degli impatti, coinvolgimento del CFO, uso dell’Intelligenza artificiale, analisi TCFD e accesso alla Green Finance. Queste imprese stanno già vivendo la “Terza Via della Sostenibilità” nella sua forma più matura, costruendo un vantaggio competitivo strutturale per i mercati di domani. La sfida per il sistema Italia sarà quella di supportare le PMI nel colmare il gap tecnico e culturale, trasformando la sostenibilità da obbligo a motore di crescita diffusa.
Per approfondire i temi legati alla Terza Via della Sostenibilità leggi anche i servizi su Esempi e azioni concrete per la sostenibilità; Perché i trend ambientali dettano il futuro del business; come si muove la Terza Via della Sostenibilità.













