RISK MANAGEMENT

Rischio climatico, fino al 6% del PIL italiano in pericolo



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Il cambiamento climatico può trasformarsi in un pesante costo economico per l’Italia: secondo Deloitte, entro il 2050 il PIL potrebbe ridursi fino al 6%. Infrastrutture, energia e turismo tra i settori più esposti, mentre AI e strumenti digitali possono rafforzare prevenzione e resilienza

Pubblicato il 21 ago 2026



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Le ondate di calore sempre più frequenti e intense, la siccità, l’aridificazione e l’aumento degli eventi meteorologici estremi stanno trasformando il cambiamento climatico in un rischio sempre più concreto per il sistema economico italiano. Un rischio che non riguarda soltanto l’ambiente, ma coinvolge in un modo ormai sempre più diretto infrastrutture, imprese, finanza pubblica, produzione energetica, agricoltura e turismo.

Per delineare lo scenario ESG360 aveva scelto di dare spazio al report “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, realizzato da Deloitte con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari, lo European University Institute e Ipsos-Doxa nell’articolo Rischio climatico ed economia. Alla luce dell’andamento della stagione estiva si è scelto di tornare sulle evidenze dello studio con gli approfondimenti di Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability e Giuseppe Mazzotta, GenAI Market Activation Leader & Enterprise Technology Transformation Leader.

L’Italia è purtroppo tra i Paesi più esposti al riscaldamento globale

Il punto di partenza per questa analisi e per affrontare una trasformazione climatica che sta condizionando società ed economia è l’accelerazione del riscaldamento globale. Gli ultimi undici anni sono stati classificati dalla World Meteorological Organization come i più caldi mai registrati e nel 2024 e nel 2025 la temperatura media globale si è avvicinata a 1,5 °C sopra i livelli preindustriali.

In questo scenario l’Europa presenta un tasso di riscaldamento pari a circa il doppio della media mondiale. All’interno del continente, l’Italia risulta a sua volta particolarmente vulnerabile anche per la propria collocazione geografica nel Mediterraneo.

Sulla base delle proiezioni considerate nello studio, nel nostro Paese l’aumento delle temperature potrebbe superare i 2 °C rispetto ai livelli preindustriali già entro dieci anni.

E una delle manifestazioni più evidenti di questa trasformazione riguarda proprio le ondate di calore, che hanno caratterizzato in modo costante e pesante l’estate 2026 praticamente tutta la penisola. La loro frequenza, secondo lo studio, potrebbe aumentare di quattro-cinque volte già entro il 2030 rispetto ai livelli storici, mentre entro il 2050 potrebbero registrarsi tra 30 e 58 giorni caldi aggiuntivi all’anno.

Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability e Giuseppe Mazzotta, GenAI Market Activation Leader & Enterprise Technology Transformation Leader mettono in evidenza come “Questi eventi si inseriscano in una traiettoria climatica ormai evidente. Gli ultimi undici anni sono stati classificati dalla World Meteorological Organization come i più caldi della storia, con il 2024 e il 2025 che hanno registrato una temperatura media globale prossima a 1,5 °C in più rispetto ai livelli preindustriali: l’Europa si trova in una posizione geografica particolarmente esposta al cambiamento climatico e presenta un tasso di riscaldamento delle temperature che è il doppio rispetto alla media globale. In particolare, il nostro Paese è tra quelli con l’accelerazione più alta, anche per la sua posizione nel Mediterraneo: le proiezioni multi-modello convergono su un aumento superiore a 2 °C rispetto ai livelli preindustriali già entro dieci anni”,


Con la siccità e con gli eventi meteo estremi cresce anche il rischio idrologico

Il caldo rappresenta oggi la manifestazione di un cambiamento climatico che certamente sta già trasformando abitudini e comportamenti, ma per quanto sia evidente e intenso il caldo non costituisce però l’unico elemento di criticità. Un altro fenomeno destinato a diventare sempre più rilevante è l’aridificazione, che nel Mezzogiorno e in altra aree del paese potrebbe raggiungere una durata media prossima a due mesi consecutivi.

Le conseguenze possono coinvolgere direttamente l’economia, dalla riduzione delle rese agricole all’aumento dei costi per l’approvvigionamento idrico dell’industria, fino alle difficoltà nella gestione delle concessioni irrigue.

Parallelamente alla siccità aumenta anche l’intensità degli eventi estremi. Si configura così un doppio rischio idrologico, caratterizzato da una parte dalla crescente scarsità d’acqua e dall’altra dalla maggiore esposizione a precipitazioni violente e fenomeni meteorologici estremi.

il cambiamento climatico ha un impatto diretto sul PIL e può costare fino al 6%

Gli effetti potrebbero essere particolarmente significativi sul piano macroeconomico. Secondo i modelli analizzati da Deloitte, entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe determinare in Italia una riduzione del PIL compresa tra l’1,6% e il 6%, a seconda dell’intensità dello scenario considerato, rispetto a un contesto privo di danni climatici.

In un Paese già caratterizzato da una crescita economica contenuta, l’impatto potrebbe tradursi in una diminuzione del 15% della crescita annuale del PIL nei prossimi vent’anni.

Le conseguenze si estenderebbero anche alla finanza pubblica. Il debito rappresenta infatti uno dei possibili canali attraverso cui gli shock climatici possono propagarsi al sistema economico. Secondo lo studio, la probabilità che il debito pubblico italiano superi il 200% del PIL sarebbe compresa tra il 21% e il 24% in assenza di danni climatici, ma salirebbe al 39-44% qualora questi si verificassero.

Santoro e Mazzotta spiegano poi che “Questi fenomeni estremi hanno e avranno sempre di più, un forte impatto sull’intero sistema economico-finanziario del Paese. In Italia, infatti, i nuovi modelli elaborati prevedono una progressiva riduzione del PIL fra l’1,6% e il 6% al 2050, a seconda dell’intensità dello scenario considerato e rispetto a un contesto non interessato da danni climatici”.

Infrastrutture, danni fino a 18 miliardi l’anno

Particolarmente rilevante è l’impatto sulle infrastrutture. I danni diretti annuali provocati dal cambiamento climatico potrebbero passare dagli attuali 400 milioni di euro circa a 2 miliardi nel 2030, per raggiungere circa 5 miliardi di euro nel 2050.

Il conto diventa ancora più elevato considerando le ripercussioni indirette: in questo caso il costo complessivo potrebbe arrivare nel 2050 a 11,5-18 miliardi di euro ogni anno.

La vulnerabilità interessa edifici, trasporti e telecomunicazioni, ma anche il sistema energetico. Proprio mentre l’aumento delle temperature determina una maggiore richiesta di elettricità per il raffrescamento, le infrastrutture necessarie a soddisfare questa domanda diventano a loro volta più esposte agli effetti del caldo.

Caldo e siccità mettono sotto pressione l’energia

Il problema è già visibile in Europa. In Francia, EDF ha dovuto fermare temporaneamente alcuni reattori nucleari a causa dell’aumento della temperatura dei fiumi utilizzati per il loro raffreddamento, per evitare che l’acqua restituita ai bacini fluviali raggiungesse temperature dannose per gli ecosistemi.

In Italia uno degli effetti più evidenti riguarda invece l’idroelettrico. A giugno la produzione si è fermata a 3.827 GWh, il 23,7% in meno rispetto allo stesso mese del 2025.

La riduzione della disponibilità di energia idroelettrica può aumentare la necessità di ricorrere alla produzione da gas e carbone per soddisfare la domanda elettrica, aumentando al tempo stesso l’esposizione del sistema energetico alle tensioni geopolitiche e alla volatilità dei mercati.

Anche il turismo rischia miliardi di perdite

Un altro settore particolarmente vulnerabile è il turismo. In uno scenario caratterizzato da un aumento della temperatura media di 4 °C, Deloitte stima una possibile contrazione della domanda fino all’8,9%, accompagnata da perdite dirette per circa 52 miliardi di euro.

Anche uno scenario meno estremo avrebbe conseguenze economiche significative: con un aumento della temperatura di 2 °C, le perdite potrebbero attestarsi intorno ai 17 miliardi di euro.

Perché le PMI sono ancora poco preparate al rischio climatico?

A fronte di rischi crescenti, il livello di preparazione delle piccole e medie imprese italiane rimane limitato. L’indagine condotta su un campione di 350 PMI mostra che soltanto il 34% considera il climate risk significativo o centrale nei propri framework di risk management.

Ancora più contenuta è la quota di aziende che ha già adottato interventi concreti: il 14% ha introdotto misure per rafforzare continuità operativa e resilienza del business, mentre appena il 10% ha realizzato azioni di adattamento dedicate a infrastrutture e asset fisici.

Anche la digitalizzazione della gestione del rischio procede lentamente: solo il 18% delle PMI utilizza strumenti digitali per affrontare il rischio climatico fisico.

Gli investimenti rimangono inoltre prevalentemente orientati al breve-medio periodo. L’83% delle imprese considera un orizzonte massimo di cinque anni, mentre il 77% prevede di investire meno di 100.000 euro nell’arco di tre anni. Tra gli interventi prevalgono le coperture assicurative, segnale di un approccio ancora più orientato alla protezione dalle conseguenze che alla costruzione di una strategia strutturale di adattamento.

L’intelligenza artificiale per anticipare gli impatti

In questo scenario, l’intelligenza artificiale può assumere un ruolo crescente nella gestione del rischio climatico. Le sue applicazioni possono interessare tutte le fasi del processo: dall’analisi della vulnerabilità di infrastrutture e asset alla pianificazione degli interventi di adattamento, dai sistemi di monitoraggio e allerta precoce alla gestione delle emergenze e del recupero successivo agli eventi estremi.

Per le aziende, l’AI permette soprattutto di elaborare grandi quantità di dati climatici, territoriali e aziendali e trasformarli in informazioni utilizzabili per anticipare i rischi, stabilire le priorità di investimento e aumentare la resilienza di asset, infrastrutture e supply chain.

Secondo le stime Deloitte, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella gestione dei danni diretti alle infrastrutture potrebbe arrivare a generare, a livello globale, risparmi compresi tra 70 e 110 miliardi di dollari all’anno entro il 2050.

Come passare dalla gestione dell’emergenza alla resilienza

La capacità di affrontare il rischio climatico richiede quindi un cambio di prospettiva. Non è più sufficiente intervenire dopo che un evento estremo si è verificato: occorre integrare il rischio climatico nelle strategie, negli investimenti e nei processi decisionali.

Per Deloitte, costruire un sistema economico realmente resiliente richiede inoltre un’azione coordinata tra imprese, istituzioni, sistema finanziario e attori territoriali, capace di mobilitare risorse e competenze e accompagnata da maggiore chiarezza normativa.

L’integrazione tra dati scientifici, tecnologie digitali, intelligenza artificiale e strategie di adattamento può così trasformare la gestione del rischio climatico da risposta all’emergenza a strumento di competitività, continuità operativa e pianificazione di lungo periodo.

Relativamente all’impatto dei rischi climatici leggi anche Il ruolo delle foreste periurbane; I rifugi climatici per le città; Smart city e sostenibilità.

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