Analisi

Transizione ecologica: cosa può fare il waste management

Oltre al gap impiantistico nazionale, il settore dei rifiuti ha bisogno di un deciso snellimento della burocrazia e dei processi autorizzativi, uniti ad un quadro normativo chiaro, rigoroso, e applicabile. Parallelamente, bisogna incrementare conoscenze e capacità professionali di chi opera con le numerose norme tecnico-giuridiche di carattere ambientale

Pubblicato il 20 Gen 2023

Maurizio Ristori, Partner responsabile del mercato private di Intellera Consulting

La coniugazione di sviluppo, efficienza e sostenibilità nel waste management è una precondizione per una transizione ecologica efficace e sostenibile del nostro paese.  Di fronte agli effetti del cambiamento climatico e alla necessità di fonti energetiche alternative e rinnovabili, la presenza di impianti per il trattamento e la gestione dei rifiuti è fondamentale per garantire un uso sostenibile delle risorse, il controllo dell’inquinamento, la protezione delle biodiversità e della salute degli ecosistemi.  

Ma la gestione dei rifiuti in Italia si trova davanti a un bivio. Da un lato, ha di fronte la grande opportunità delle risorse del PNRR e la conseguente pianificazione strategica delineata dal Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti. Dall’altro, deve riconoscere e superare una fragilità strutturale (che è anche culturale), riducendo il forte gap impiantistico e i divari di efficienza e qualità del servizio, utilizzando a questo scopo adeguatamente i finanziamenti disponibili. 

Wasta management e gap impiantistico

In alcune aree del Paese il sistema degli impianti non riesce a garantire una gestione ottimale dei rifiuti residui mediante recupero energetico. Questa ridotta capacità causa massicci invii di rifiuti pretrattati ad impianti situati fuori regione, destinati al recupero di energia o alla discarica. Il nostro Paese si affida ancora oggi alle discariche come soluzione per i rifiuti non altrimenti recuperabili, nonostante questa modalità di smaltimento – attualmente pari al 20% – debba ridursi al 10% nel 2035 per raggiungere gli obiettivi fissati dall’UE. Inoltre, a causa della capacità limitata degli impianti operativi, i rifiuti organici sono trasferiti dalle regioni del Centro-Sud in aree spesso molto distanti da quelle di produzione, con un aumento esponenziale dei costi di smaltimento e del conseguente inquinamento legato ai trasporti. 

WHITEPAPER
Una guida per acquisire nuovi clienti con il digital onboarding

Si innesca un circolo vizioso che, oltre ad allontanare i target UE, alimenta il “turismo dei rifiuti“: il gap impiantistico nazionale costringe l’Italia ad esportare annualmente più di 4 milioni di tonnellate di soli rifiuti speciali. Come riporta Assoambiente, questo fenomeno causa una perdita di valore pari a circa un miliardo di euro all’anno. Materiali potenzialmente preziosi per la nostra economia circolare, specialmente in termini di fatturato, occupazione, produzione di energia e gettito fiscale, dal valore quantificato fra i 3 e i 5 miliardi nel periodo 2021-2025.

Waste management: i benefici attivabili

La carenza di impianti è causa diretta di traffico e inquinamento atmosferico. I rifiuti vengono trasferiti dalle regioni dove si producono a quelle dove potranno essere smaltiti, con effetti negativi sul portafoglio dei cittadini: secondo i dati raccolti da Utilitalia una famiglia di 3 persone che vive in una casa di 100 metri quadrati paga per i rifiuti 273 euro al Nord, 322 euro al Centro, 355 euro al Sud. L’applicazione di una tariffa più alta è legata ai maggiori costi del trasporto fuori regione. 

La realizzazione di una rete impiantistica ben pianificata e distribuita sul territorio gioverebbe notevolmente alla nostra economia. In ottica di benefici attivabili, la realizzazione di impianti per il trattamento della sola parte organica potrà determinare un beneficio economico rilevante nelle Regioni con il tasso di raccolta differenziata inferiore al 55%, permettendo alle famiglie italiane di beneficiare di una riduzione dell’imposta sui rifiuti pari complessivamente a 557 milioni di euro.  

Inoltre, colmare il gap impiantistico per una gestione del ciclo dei rifiuti più efficiente porterebbe a una riduzione di circa 3,7 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. La valorizzazione energetica del fabbisogno residuo dei rifiuti urbani permetterebbe un risparmio netto di emissioni di CO2 pari a 3,6 milioni di tonnellate rispetto al conferimento in discarica. 

Dal punto di vista prettamente economico-finanziario l’efficientamento delle attività di gestione dei rifiuti in Italia per la sola frazione organica e il recupero energetico consentirebbe di attivare fino a 11,8 miliardi di euro di indotto economico.

L’opportunità del PNRR e del PNGR per il waste management 

Con il Decreto Ministeriale n. 257 del 24 giugno 2022 è stato approvato dal Ministero della Transizione Ecologica (oggi MASE) il Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti (PNGR). Il PNGR fissa i macro-obiettivi nazionali e definisce i criteri e i principi a cui le Regione e le Province Autonome devono attenersi nell’elaborazione dei Piani Regionali di gestione dei rifiuti. Offre, inoltre, una ricognizione dell’impiantistica nazionale, suddivisa per tipologia di impianti e per regione, anche per orientare l’azione delle Amministrazioni competenti a verso la risoluzione dei gap impiantistici sul territorio. A trattare di sostenibilità e di economia circolare è soprattutto la missione 2 del Piano; in particolare la Componente 1, Misura 1, ha messo a disposizione 2,1 miliardi di euro per migliorare la capacità di gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti, nonché la realizzazione di progetti di circular economy. Affinché ciò sia possibile, bisogna garantire il soddisfacimento dei Sustainable Development Goals (SDGs) delle Nazioni Unite, gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e quelli dell’European Green Deal, con i loro obiettivi fissati al 2030 e al 2050. 

Sebbene, non competa al PNGR identificare quali e quanti impianti dovranno essere realizzati, il Programma orienta dall’alto queste scelte, costituendo un documento di programmazione nazionale in grado di dare risposta ai fabbisogni impiantistici del Paese. Dal punto di vista temporale il 2035 sembra piuttosto lontano, ma occorre partire immediatamente per dotare il Paese della rete omogenea di impianti di recupero al momento mancante, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud. 

Un forte impulso al raggiungimento degli obiettivi di economia circolare e alla risoluzione del deficit impiantistico è stato fornito dai fondi erogati dal Ministero dell’Ambiente, attraverso i quali sono state finanziate attività di realizzazione, ammodernamento e digitalizzazione degli impianti di recupero e riciclaggio dei rifiuti. Si tratta di contributi a fondo perduto fino al 100% dei costi ammissibili, che per il 60% sono stati destinati alle Regioni del Centro-Sud, con un finanziamento massimo erogabile di 1 milione di euro per 3 linee di intervento.  

I fondi sono stati destinati anche al miglioramento delle performance di raccolta e riciclo in settori e filiere molto diverse tra loro, ma tutti egualmente strategici per il Piano d’Azione UE per l’economia circolare, con almeno il 60% delle risorse disponibili alle Regioni centro-meridionali.  

La sfida di un approccio industriale e sistemico al Waste management 

Le attuali carenze del sistema italiano in tema waste management dipendono solo in parte dalla mancanza di risorse finanziarie. Finora, infatti, sono mancate soprattutto pianificazione strategica, processi di permitting adeguati e modalità di comunicazione e gestione del consenso.  

È fondamentale innescare un cambiamento culturale non solo tra chi amministra e pianifica, ma anche tra i destinatari. Il problema è fortemente legato alla diffusa corrente di pensiero “non nel mio giardino” (NIMBY), cui puntualmente si accompagna quella NIMTO (“non nel mio mandato elettorale”). Dal 2012 al 2020, come certifica la Corte dei conti, solo il 20% delle opere già finanziate per la gestione dei rifiuti è stata effettivamente realizzata. Il resto si è perso nei rivoli delle proteste territoriali. 

Per realizzare gli obiettivi del PNRR e ridurre il gap impiantistico, è necessario un approccio industriale e sistemico, fatto di pianificazione strategica, investimenti ragionati, innovazione tecnologica, interventi integrati e pianificati, nonché la conoscenza delle numerose disposizioni tecnico-giuridiche del settore.  

Affinché il PNGR possa realmente svolgere una funzione di programmazione e coordinamento, dovranno essere affrontate diverse questioni: la ricognizione dei fabbisogni, una valutazione critica delle pianificazioni regionali, un disegno di mercato in grado di coniugare i principi di autosufficienza e prossimità nella gestione per tutti i rifiuti, urbani e speciali.  

Per raggiungere questi obiettivi, le imprese del settore e la Pubblica Amministrazione devono attuare strategie manageriali e industriali mirate, con tempi certi e percorsi incontrovertibili.  

Oltre agli impianti, il settore dei rifiuti avrebbe bisogno di un deciso snellimento della burocrazia e dei processi autorizzativi, uniti ad un quadro normativo chiaro, rigoroso, ma inequivocabilmente applicabile. Parallelamente, bisogna incrementare conoscenze e capacità professionali di chi opera con le numerose norme tecnico-giuridiche di carattere ambientale. 

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Valuta questo articolo

La tua opinione è importante per noi!

Articolo 1 di 5