I dati sulla insostenibilità della costruzione stanno premendo sull’intero settore, responsabile più di ogni altro del sovrasfruttamento delle risorse naturali: materiali estratti, energia e acqua e di consistenti volumi di inquinamento: rifiuti e emissioni climalteranti.
Per molto tempo la questione ambientale è stata considerata prima con una serie di imposizioni legislative, come quelle relative all’utilizzo dei gas fluorurati e poi soprattutto con le norme tecniche, mirate in particolare al cosiddetto “risparmio energetico”.
Più di recente, a seguito della guerra Russo-Ucraina, nonostante la conseguente crisi energetica, la strategia di politica economica dell’Unione Europea ha registrato una completa inversione della strategia di gestione delle emergenze, con un incremento dell’investimento in armamenti e il depotenziamento del cosiddetto “green deal” e la conseguente drammatica riduzione dell’intera spinta al contenimento dei consumi e delle emissioni.
Sotto questa tendenza, la stessa azione normatrice della rendicontazione ESG, proprio quest’anno, è stata notevolmente attenuata con l’iniziativa nota come “omnibus” che ha visto nella Direttiva UE 2026/470 restringere la platea delle imprese obbligate alla rendicontazione a quelle che superano congiuntamente la media annua di 1.000 dipendenti e la somma dei ricavi netti superiore a 450 milioni di euro.
La questione fondamentale dell’impatto ambientale del mondo building
Eppure, già nel settembre 2023, nell’ambito della Global alliance for buildings and construction (GlobalAbc), il rapporto “Building Materials and the Climate: Constructing a New Future”, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e dallo Yale Center for Ecosystems + Architecture, metteva in evidenza come il settore delle costruzioni fosse responsabile del 37% delle emissioni globali di carbonio.

E così, di fronte ad uno scenario di minor sostegno alle strategie per la sostenibilità, si sta sempre di più diffondendo la consapevolezza che l’attenzione sulle emissioni di carbonio debba rafforzarsi e spostarsi dalla sola fase d’uso verso le altre fasi del ciclo di vita di un’opera costruita, a causa della rilevante differenza tra quantità di carbonio operativo e carbonio incorporato oramai evidente, proprio come risulta da questa immagine.

L’immagine è oltremodo significativa, perché è evidente manifestazione del fatto che la fase delle alternative scelte progettuali, quella cioè che al momento sembrerebbe essere il significato della metodologia definita Building Information Modeling (BIM), non sia nemmeno rappresentata.
Come è noto ho una precisa posizione sulla questione della BIM come “metodologia” e già definire la materia “la BIM” e non “il BIM” come “progetto”, secondo il mainstream corrente, è particolarmente significativo [1].
Il vero significato della transizione digitale nel settore della costruzione riguarda l’utilizzo delle opere
Il progetto e-BIM dimostra come il vero significato della transizione digitale nel settore della costruzione non riguarda affatto la progettazione e la costruzione delle opere, ma piuttosto il loro utilizzo. Infatti, è nelle risultanze della fase dell’uso che i diversi aspetti della costruzione hanno necessità di quelle azioni immediate che dimostrino come il digitale stia realmente rivoluzionando l’intero settore, avendo impatto su temi come quelli di: conoscenza, efficienza, efficacia, percezione, sicurezza, sostenibilità, salute, economicità, trasparenza, etc.
Per lungo tempo la fase operativa, man mano che gli impianti e le tecnologie negli edifici sono cresciuti di numero e dimensione, è sempre stata una componente progressivamente energivora. In questa situazione, si è stimato che la quantità di contenuto di carbonio incorporato fosse intorno al 10% delle emissioni complessive della durata totale della vita delle opere costruite.
Oggi, lo sforzo richiesto costantemente di contenere i consumi energetici si è fatto sempre più pressante tanto che le percentuali di quantità di carbonio, tra operativo e incorporato, sono cambiate radicalmente. E così le previsioni passano dallo storico rapporto 10/90 ad un sostanziale pareggio 50/50.
E qui si genera un nuovo errore di valutazione del ruolo della progettazione. Il fatto che il carbonio incorporato – determinato come quantità – al termine delle fasi di costruzione e ristrutturazione sia sostanzialmente immodificabile e non possa essere mitigato durante la vita operativa dell’edificio, come accade invece per la parte operativa. Questo aspetto fa ritenere a molti esperti che il fenomeno della riduzione della parte incorporata dipenda essenzialmente da una scelta iniziale in fase di progettazione.
Niente di più sbagliato.
Il ruolo strategico della manutenzione
È la manutenzione la scienza del mantenimento delle prestazioni. Ma la manutenzione non è a servizio della progettazione e interviene indipendentemente da quelle che sono state le scelte iniziali e si adopererà sulla base di quelle “politiche” che possono modificare le prestazioni nella fase d’uso, anche per via di una nuova decisione economico-finanziaria che decida scelte di “affidabilità” – il tempo di mantenimento della prestazione – ben diverse da quelle definite in fase di progettazione.
È incredibile constatare quanto da un lato sia diffusa la totale assenza del ruolo che rivestono le politiche e le strategie di manutenzione e dall’altro quanto il destino della manutenzione sia sempre lo stesso. Considerata esclusivamente come un costo da sopportare e spesso come attività di tipo manuale è sempre stata svilita e privata del suo ruolo decisivo di strategia del livello prestazionale delle dimensioni e delle performance edili e infrastrutturali.
Solo in questa visione la manutenzione può guidare la nuova sfida imposta dal carbonio incorporato. Non solo e non più l’utilizzo delle strategie: guasto, programmate, predittive e su condizione, ma un mix di azioni tecnico-economiche di elevata complessità, nella consapevolezza che la direzione delle scelte sarà sempre condizionata da una costante: da un lato la sostituzione delle parti sarà sempre quella alla quale corrisponde la massima risultante di carbonio incorporato, mentre dall’altro la capacità di mantenimento della prestazione sarà sempre più condizionata dalla capacità di trasformazione del rifiuto in scarto da riciclare in senso ecologico.
In questo modo, quella che doveva essere la scienza del mantenimento della prestazione ancora di più si avvicina ai principi terotecnologici della conservazione, nella considerazione che l’affermazione di cui sopra comporterà certamente una nuova era della produzione di componenti sempre più riciclabili, a meno di non decidere una minor durata delle opere per decremento generale delle prestazioni e un corrispondente incremento più rapido della obsolescenza.
La terotecnologia come governo di un sistema complesso
Il settore della costruzione, in definitiva, si trova di fronte una sfida di enorme portata, quella di compenetrare insieme aspetti diversi tutti strettamente intrecciati che, solo per citarne alcuni, sono: tecnologico, antropologico, biologico e sociologico.
Insomma, in definitiva un dominio di così grande complessità che rende necessario un approccio sistemico: una prospettiva terotecnologica.
Letteralmente “tecnologia della conservazione”, dalle parole greche teros (conservazione) e logos (studio), la terotecnologia oggi ancor di più assurge a ruolo primario, combinando management, finanza, ingegneria e manutenzione per conservare il più possibile il carbonio incorporato e ottimizzare affidabilità e sostenibilità nel tempo.
E solo una tecnologia può consentire di interpretare un diagramma come quello elaborato dal World Green Building Council e rappresentato di seguito.

La progressione delle definizioni per la riduzione del carbonio è incredibilmente esplicativa:
- efficiente,
- intelligente,
- meno,
- nulla
e fa comprendere come anche la questione della transizione digitale deve partire prima dai risultati, passare per la definizione delle necessità di informazioni utili a decidere per un agire finalizzato al raggiungimento di questi e solo in ultimo a definire quali dati sono necessari alla elaborazione di quelle informazioni. Proprio una metodologia “al contrario” (e-BIM) focalizzata sul come immaginare il mondo che vogliamo nel futuro, prima di ogni altra cosa.
Ed è proprio la visione di un mondo dove il potenziale di riduzione del carbonio arrivi a raggiungere il suo picco massimo con la nessuna costruzione e esplorazione delle alternative che apre ad un secondo aspetto, quello della visione sistemica.
E così, un nuovo modo di pensare si affaccia all’orizzonte, una possibilità fino ad ora completamente inesplorata. Si tratta di come vogliamo immaginare il ruolo della costruzione per il futuro dell’intera umanità. Un’alternativa che si contrappone ad una idea di continuare a costruire all’infinito in un pianeta finito, con la sola e unica possibilità di un uomo alla ricerca di altri mondi nello spazio.
[1]) Andrea Tiveron, – La metodologia della modellazione informativa in una economia “a risultato”, EDISER Srl, Roma, 2020.











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