Cosa succede se viene meno l’obiettivo che ha animato da più di dieci anni la politica climatica globale e che ha influenzato decine piani di sviluppo economico e industriale di straordinaria portata?
Succede che si deve prendere atto – a tutti gli effetti – che per quanti moniti e avvertimenti possano arrivare dalla scienza non esiste una reale condivisione globale dei rischi ai quali si sta correndo incontro nel momento in cui la decarbonizzazione dell’economia e dei consumi non diventa una priorità.
Non deve sorprendere (e non sorprende) se viene oggi certificato dalla scienza che l’obiettivo di limitare la traiettoria di crescita del riscaldamento globale a 1,5 °C non è più raggiungibile.
Il report “Limiting overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return” realizzato da UNEP United Nation Environment Program (Vai QUI per consultare il report integrale n.d.r.) sancisce, purtroppo, che mantenere l’aumento della temperatura media mondiale al di sotto dei 2 °C – rispetto ai livelli preindustriali – sta diventando una sfida sempre più difficile da raggiungere, mentre l’impegno per limitare questa crescita a 1,5 °C non è più raggiungibile.
Il messaggio “politico” che arriva dal report UNEP attiene al fatto che la priorità si dovrebbe spostare dagli impegni per prevenire l’aumento della temperatura oltre la soglia, alla gestione di una situazione compromessa, ma che può essere recuperata. In altre parole, se è inevitabile il superamento di un aumento di 1,5 °C, si può ancora fare il possibile per rimanere al di sotto dei 2° e, come vedremo nell’analisi del report, la “vecchia asticella” a 1,5° C si alza adesso a 1,8° C. E il messaggio politico relativo alla “gestione” di questo obiettivo mancato implica la necessità di gestire le condizioni di adattamento ambientali, sociali ed economiche di uno scenario che prevede per certo il superamento di 1,5 °C.
Da una parte questo messaggio implica la necessità di rivedere i piani, gli impegni, i progetti per una mitigazione che deve agire in un contesto caratterizzato da temperature globali superiori a 1,5 °C e nello stesso tempo deve sviluppare nuove azioni per contenere questo aumento al di sotto dei 2 °C, e creare le condizioni per rendere possibile una successiva diminuzione.
In questo scenario non cambiano solo mitigazione e adattamento, ma (per chi ancora non lo avesse fatto) c’è la necessità di ripensare l’evoluzione dell’economia, dei consumi, della capacità produttiva, dei bisogni e dei comportamenti. In altre parole c’è bisogno, ancora più di quanto non fosse necessario nel passato, di innovazione (Leggi a questo proposito come si sta muovendo il mondo dell’Energy technology n.d.r.).
L’altro grande messaggio che arriva dal report riguarda il fatto che ogni frazione di grado conta. Se la barriera dei 1,5°C è superata ci sono delle sfide determinanti che dipendono appunto da ogni singola frazione di grado evitata che si traduce in una forma di gestione dei rischi. Concretamente, come si legge nel report: “ogni anno sottratto alla durata del superamento diminuisce l’esposizione agli impatti e ogni intervento a livello di resilienza permette di preservare le possibilità di intervento future”.
Oltre1,5° C: perché e come deve diventare un overshoot temporaneo
Il report UNEP sottolinea che il mantenimento del limite di riscaldamento a 1.5°C resta il pilastro fondamentale della politica climatica internazionale e rappresenta un obiettivo sia sul piano legale, sia su quello etico. Nello stesso tempo per quanto possano essere importanti le prese di posizioni istituzionali a difesa di questo obiettivo resta la realtà di tanti anni durante i quali le azioni e i progetti sono stati insufficienti, in particolare sul piano globale, per tagliare realmente le emissioni. Ad oggi, con la certificazione che questo limite è superato ecco che diventa prioritario gestire un ambiente sociale ed economico nel quale più che prevenire il superamento di questa soglia diventa importante adoperarsi per navigarla.
L’overshoot, da intendersi come il superamento temporaneo di 1.5°C, non deve essere interpretato come un traguardo sicuro o accettabile. Rappresenta invece un percorso nel quale aumentano i rischi che l’umanità è costretta ad affrontare, unendo sia le mesiure e le azioni per la decarbonizzazione sia le azioni, sempre più urgenti, per l’adattamento.
I dati che determinano la traiettoria attuale che porta oltre 1,5°C
Superamento imminente: Con un riscaldamento globale di origine antropica già vicino a 1.4°C e in crescita a un tasso di circa 0.25°C per decennio, le stime indicano un superamento della soglia di 1.5°C entro questo decennio. Le previsioni probabilistiche indicano una probabilità del 75% che la media quinquennale del periodo 2026-2030 superi stabilmente questo limite.
Bilancio del carbonio in esaurimento: Per conservare una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1.5°C, dal 2026 in poi l’umanità può emettere solo circa 130 miliardi di tonnellate di CO₂ (GtCO₂). Al ritmo di emissioni del 2024, pari a circa 40 GtCO₂, questo budget residuo si esaurirà in soli tre anni.
Il prezzo del ritardo: Ogni cinque anni di ritardo nell’avviare una riduzione drastica delle emissioni globali aggiunge circa 0.1°C al picco di riscaldamento finale che l’atmosfera raggiungerà.
Le conseguenze: impatti fisici ed ecologici e i rischi di “tipping point”
Secondo il report UNEP, il superamento di 1.5°C innescherà impatti non lineari e danni permanenti che non svaniranno semplicemente facendo scendere le temperature in un secondo momento:
La crisi dei ghiacciai e dei mari: I ghiacciai montani perderanno oltre un quarto della loro massa entro il 2100, contribuendo a un innalzamento dei mari di 9-12.5 cm solo per via del loro scioglimento. L’innalzamento del livello del mare continuerà per secoli o millenni a causa dell’inerzia termica degli oceani, lasciando coste e città basse permanentemente esposte a inondazioni ed erosione.
Punti di non ritorno (Tipping Elements): Un riscaldamento prolungato oltre 1.5°C aumenta drasticamente la probabilità di innescare cambiamenti bruschi e irreversibili in sistemi macroscopici, come il collasso delle calotte glaciali in Groenlandia e Antartide Occidentale, il rallentamento della Circolazione Meridionale del Nord Atlantico (AMOC) e la transizione della foresta amazzonica verso la savana.
La minaccia esistenziale per i SIDS: I piccoli stati insulari (SIDS) affrontano rischi sproporzionati. Nei Caraibi, 22 milioni di persone vivono sotto i sei metri di altitudine, e nel Pacifico oltre metà delle infrastrutture vitali sorge a meno di 500 metri dalla costa. Molte isole perderanno la propria abitabilità molto prima di essere sommerse a causa della salinizzazione delle scorte d’acqua dolce e dei terreni agricoli.
Sbiancamento dei coralli: Le barriere coralline tropicali hanno già superato la loro soglia di tolleranza di 1.2°C. Tra il 2023 e il 2025, oltre l’80% di esse ha subito sbiancamenti di massa e, in caso di stabilizzazione a 2°C, la possibilità di sopravvivenza di questi ecosistemi è vicina allo zero.
Come affrontare questo scenario: le tre fasi dell’overshoot
Per navigare in sicurezza un percorso di “overshoot, picco e declino“, la governance globale deve strutturare le proprie politiche climatiche attorno a tre fasi temporali e operative:
Fase di risposta immediata (fino al superamento di 1.5°C): L’obiettivo principale è rallentare rapidamente il tasso di riscaldamento attraverso tagli profondi alle emissioni di anidride carbonica e gas serra a vita breve, in particolare il metano, implementando al contempo adattamenti d’emergenza per proteggere le popolazioni e gli ecosistemi più vulnerabili.
Fase di contenimento e gestione (durante il picco termico): Questa fase richiede il raggiungimento globale delle emissioni nette pari a zero (net-zero) per arrestare l’aumento delle temperature, sviluppando una profonda resilienza sociale per contenere i danni estremi che caratterizzeranno questa fase di massimo riscaldamento.
Fase di resilienza a lungo termine (durante il declino termico): Richiede il mantenimento di emissioni nette negative di CO₂ su scala globale per favorire il raffreddamento atmosferico, gestendo gli impatti permanenti ed ereditati e pianificando la ricostruzione territoriale laddove i limiti fisici dell’adattamento sono stati superati.
Rimozione della CO₂ (CDR): cosa può fare e quali sono i limiti
La rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera (CDR) è considerata essenziale per compensare le emissioni difficili da abbattere (hard-to-abate) e avviare il raffreddamento, ma non può sostituire la mitigazione immediata per una serie di ragioni come
La lentezza dei processi biologici: Le attività di riforestazione e afforestazione globali rimuovono attualmente circa 2.2 GtCO₂ all’anno. Anche nell’ipotesi irrealistica di azzerare istantaneamente le emissioni globali, sarebbero necessari circa 100 anni di riforestazione continua a questo ritmo per ridurre la temperatura globale di soli 0.1°C.
I limiti fisici dello stoccaggio geologico: I modelli stimano la capacità globale di stoccaggio sicuro di CO₂ nei bacini sedimentari a meno di 1.500 GtCO₂. Se le emissioni residue mondiali al momento del net-zero si attestassero a 10 GtCO₂ all’anno, questa preziosa capacità geologica verrebbe interamente esaurita entro il 2200 solo per mantenere il net-zero, senza produrre alcun raffreddamento reale.
L’inibizione da feedback climatico: Un pianeta più caldo genera incendi estremi, siccità prolungate e parassiti forestali che distruggono e indeboliscono le foreste, trasformando temporaneamente i pozzi di carbonio biologici terrestri in fonti nette di emissioni e riducendo l’efficacia globale della CDR.
Come affrontare l’interdipendenza tra mitigazione e adattamento
La lezione centrale del report è che mitigazione e adattamento sono due facce della stessa medaglia e devono avanzare in modo sinergico.
L’adattamento previene il collasso della mitigazione: Un adattamento insufficiente costringe i governi a distogliere enormi risorse economiche dai piani di transizione energetica per finanziare risposte di emergenza ai disastri atmosferici. Questo cortocircuito rischia di prolungare indefinitamente la durata e la severità dell’overshoot.
Investimenti ad alto rendimento: Nei paesi a basso e medio reddito, ogni singolo dollaro investito in infrastrutture ex-ante resilienti genera circa quattro dollari in termini di danni e riparazioni evitate.
Responsabilità intergenerazionale ed equità: Sulla base del principio delle responsabilità comuni ma differenziate (CBDR-RC), le nazioni avanzate con maggiore responsabilità storica e capacità economica devono guidare il taglio delle emissioni e finanziare il fondo per le perdite e i danni dei paesi in via di sviluppo. I giovani d’oggi si troveranno infatti a sopportare un “triplo fardello”: subire gli impatti iniziali dell’overshoot, finanziare la transizione tecnologica verso il net-zero e sostenere i costi di rimozione della CO₂ per le generazioni future.
Il ruolo dell’innovazione per superare l’overshoot
La prospettiva inevitabile di superare temporaneamente la soglia critica di 1.5°C di riscaldamento globale sposta drasticamente i paradigmi della progettualità climatica. Di fronte a questa crisi, l’innovazione non può limitarsi a una semplice ottimizzazione tecnologica dei processi esistenti, ma deve portare risposte nuove in termini di riorganizzazione economica, industriale, sistemica e per certi aspetti anche etica in grado di coinvolgere l’intera società.
Relativamente alle necessità poste dalla mitigazione, l’innovazione tecnologica deve fornire supporto per limitare il picco termico e abbreviare la durata del superamento. Questo richiede non solo la scalabilità accelerata di reti flessibili e rinnovabili — mirandone l’integrazione fino al 60-70% della generazione elettrica globale entro il 2030 — ma anche lo sviluppo di tecnologie innovative per abbattere fattori che stanno contribuendo in modo rilevante alle emissioni come il metano zootecnico e i rifiuti, considerati la vera frontiera post-2050.
Nello stesso tempo lo sviluppo di tecnologie di rimozione dell’anidride carbonica dovranno dare vita a un percorso verso novel CDR, come la cattura diretta del carbonio geologico (DACCS) e la bioenergia con stoccaggio (BECCS), e ci si dovrà confrontare con una realtà nella quale oggi queste soluzioni rappresentano meno dello 0,1% della rimozione globale rispetto ai metodi biologici convenzionali. La loro espansione incontra severi limiti di costo, energia e sostenibilità territoriale che richiederanno un’enorme attività di ricerca prima di poter contribuire in sicurezza a una reale riduzione delle temperature.
Il report UNEP avverte anche che le barriere più difficili da superare non sono di natura tecnica o geofisica, ma piuttosto istituzionale ed economica. È qui che l’innovazione sociale e di mercato diventa indispensabile per sbloccare il potenziale di mitigazione. Non basta colmare i divari di efficienza; occorre innovare le abitudini di consumo e le norme sociali, abilitando cambiamenti strutturali dal lato della domanda, come, nel campo agroalimentare, la transizione verso diete sostenibili e la riprogettazione integrata della mobilità urbana. Questo cambiamento “comportamentale” non deve poggiare sulla responsabilità dei singoli, ma deve essere facilitato ex ante da adeguate politiche pubbliche e infrastrutture fisiche resilienti.
Un adattamento over 1,5° C ripensato grazie all’innovazione grazie ai dati
Questa stessa logica si applica all’adattamento, che richiede un paradigma “trasformazionale” anziché incrementale. Secondo il report, adattarsi all’era dell’overshoot significa attuare una riorganizzazione sistemica che ridefinisca paradigmi, valori e priorità decisionali.
Una delle risposte più innovative è la cosiddetta “nexus governance”, che affronta in modo integrato le interdipendenze tra acqua, cibo, energia, salute e biodiversità per prevenire il rischio di maladattamento e massimizzare i co-benefici. Ad esempio, l’introduzione strategica di foreste urbane riduce simultaneamente l’effetto isola di calore crea dei rifugi climatici, abbassa la mortalità da stress termico e sequestra anidride carbonica.
L’innovazione poi deve tradursi in nuovi strumenti finanziari e nell’abbattimento delle disuguaglianze strutturali di genere e geografiche. I flussi finanziari globali per il clima sono attualmente da tre a sei volte inferiori rispetto ai fabbisogni stimati per gli obiettivi del 2030. Innovazioni come la finanza mista e una maggiore partecipazione del settore privato sono necessarie per sbloccare capitali senza sovraccaricare di debito i paesi vulnerabili. Questo sforzo tecnologico e finanziario deve ridurre le barriere d’accesso a crediti, terra, informazioni climatiche e tecnologie pulite. Integrare l’equità sociale all’interno dei processi innovativi è una condizione di efficacia per garantire che le soluzioni di domani siano stabili, legittime e in grado di garantire la sopravvivenza delle comunità più esposte e delle prossime generazioni.









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