L’industria della moda è tra i settori a maggiore impatto ambientale. Emissioni di CO2, consumi idrici elevati e una crescente quantità di rifiuti tessili rendono il comparto uno dei più osservati nel percorso verso modelli produttivi più sostenibili. In Europa, la trasformazione del settore sta accelerando anche per effetto delle nuove politiche comunitarie sulla circolarità del tessile, dal rafforzamento della responsabilità estesa del produttore (EPR TEssile) fino ai futuri passaporti digitali per la moda dei prodotti.
500.000 tonnellate di rifiuti tessili all’anno in Italia
Eppure, tra strategie, obiettivi e annunci, il cambiamento reale fatica ancora a diventare sistema. La moda continua a produrre impatto in ogni stadio della sua filiera: nei materiali che sceglie, negli scarti generati durante la produzione, nei prodotti che vengono dismessi troppo presto. Solo in Italia si producono ogni anno circa 500.000 tonnellate di rifiuti tessili.
La risposta non arriva da una sola direzione e probabilmente non potrà mai essere una soluzione unica. Arriva da chi ha deciso di affrontare il problema fase per fase, lungo tutta la catena del valore.
Adriana Santanocito, fondatrice di Ohoskin, lavora a monte sui materiali, costruendo un’alternativa alla pelle animale a partire da sottoprodotti agricoli della Sicilia. Gabriele Rorandelli ha fondato Zerow guardando dentro le aziende di produzione, dove ha visto per la prima volta quelle scatole di ritagli di pelle che nessuno sembrava considerare un problema. Sarojdeep Kaur ha costruito Mira partendo da una domanda a valle: perché comprare second hand è ancora così complicato da spingere molte persone a scegliere il nuovo?
Tre startup, tre momenti diversi della stessa filiera, tre approcci misurabili che raccontano come la moda circolare non sta nascendo da una soluzione unica e centralizzata, ma da interventi puntuali che cercano di risolvere inefficienze specifiche lungo tutta la catena produttiva.
A monte: materiali che nascono dagli scarti, non dallo sfruttamento
La pelle animale continua a essere uno dei materiali più complessi dal punto di vista ambientale. Gli allevamenti hanno un peso rilevante nelle emissioni e i processi di lavorazione, pur evoluti negli ultimi anni, mantengono un impatto significativo in termini energetici e chimici.
Ohoskin, startup siciliana fondata da Adriana Santanocito, affronta il problema da un’angolazione diversa: non migliorare la pelle animale, ma sostituirla con un materiale che nasce da ciò che normalmente finisce tra gli scarti. La base di partenza è costituita dai residui della spremitura industriale delle arance e dalle pale di fico d’India, due produzioni tipiche della Sicilia che generano sottoprodotti agricoli significativi. Dopo un processo di essiccazione e lavorazione, questi materiali vengono trasformati in un biopolimero applicato su una base tessile per creare un’alternativa alla pelle animale.
L’impatto ambientale del materiale è stato misurato attraverso una Product Carbon Footprint analysis indipendente realizzata da ClimatePartner secondo il Greenhouse Gas Protocol Product Life Cycle Accounting and Reporting Standard, con approccio cradle-to-gate, che considera le emissioni generate dalla fase di approvvigionamento delle materie prime fino all’uscita dal sito produttivo. L’analisi stima per Ohoskin emissioni pari a 2,57 kg di CO2 equivalente per metro quadrato di materiale. Secondo i confronti riportati dall’azienda sulla base di dati disponibili di mercato, alcune alternative sintetiche a base poliuretanica presentano un’impronta carbonica di circa 3,92 kg di CO2 per metro quadrato, mentre la pelle bovina conciata in Italia può raggiungere circa 14,7 kg, con valori più elevati in altri contesti produttivi.
Il punto non riguarda soltanto il materiale finale, ma la filiera che quel materiale porta con sé. Ohoskin utilizza sottoprodotti agricoli e non compete con la filiera alimentare. Il materiale trova applicazione non solo nella moda, ma anche nell’arredamento, nella nautica e nell’automotive. La sfida, come spesso accade in questi casi, resta quella della scalabilità industriale: trasformare un materiale innovativo in una scelta adottabile su larga scala.
In produzione: trasformare gli scarti da problema a risorsa
Anche supponendo che i materiali siano sostenibili, il processo produttivo della moda continua a generare enormi quantità di scarti. Ritagli di pelle, avanzi di tessuto, campionari inutilizzati e frammenti troppo piccoli per essere recuperati finiscono spesso smaltiti, con un costo economico e ambientale per le aziende.
Zerow, startup fondata da Gabriele Rorandelli dopo aver visitato aziende del distretto pellettiero toscano, ha costruito una piattaforma B2B per redistribuire questi materiali invece di considerarli rifiuti. La logica è semplice: mappare gli scarti, renderli visibili e creare un sistema che permetta a qualcuno di riutilizzarli.
Materiali destinati alla discarica vengono così rimessi in circolo attraverso rivendita, donazione o processi di rigenerazione sviluppati con partner industriali. Gli sfridi più difficili da recuperare vengono trasformati in packaging o materiali isolanti.
Dal lancio della piattaforma, Zerow dichiara oltre 1.000 tonnellate di CO2 risparmiate, 40 chilometri di tessuti e pellami mappati e tracciati e circa 10 tonnellate di sfridi rigenerati attraverso partner industriali.
La storia di Zerow racconta qualcosa di utile anche sul funzionamento dell’innovazione nei settori maturi. Rorandelli non proveniva dal mondo della moda. È stato proprio lo sguardo esterno a permettergli di vedere in quelle scatole di scarti ciò che per molti operatori del settore era diventato normale: una inefficienza sistemica da risolvere.
A valle: rendere il second hand più semplice del nuovo
Anche il prodotto più sostenibile può trasformarsi rapidamente in un problema ambientale se viene eliminato troppo presto. Per questo il second hand rappresenta uno dei principali strumenti di circolarità: estendere il ciclo di vita dei prodotti già esistenti e ridurre la domanda di nuova produzione.
Il mercato dell’usato tessile è già significativo, ma il problema spesso non è la disponibilità dell’offerta. È l’esperienza di ricerca. Chi cerca un capo second hand deve navigare tra marketplace differenti, piattaforme verticali, negozi vintage locali e annunci frammentati. Il risultato è spesso una ricerca lenta e dispersiva. Quando il tempo manca, la scelta più semplice resta comprare nuovo.
Mira, co-fondata da Sarojdeep Kaur, nasce esattamente da questo problema. La startup sviluppa un agente conversazionale basato sull’intelligenza artificiale che aggrega il mercato del second hand in un unico punto di accesso. L’utente descrive ciò che sta cercando in linguaggio naturale e il sistema distribuisce automaticamente la ricerca su marketplace selezionati, includendo anche piccoli vintage store che difficilmente riuscirebbero a emergere nelle logiche di ricerca tradizionali.
L’obiettivo dichiarato non è costruire una nicchia per consumatori già convinti della sostenibilità. È rendere il second hand sufficientemente semplice e immediato da diventare una scelta ordinaria.
Anche qui la sfida resta aperta: cambiare comportamenti consolidati richiede tempo e il successo dipenderà dalla capacità di rendere l’esperienza davvero più conveniente del nuovo, non soltanto dal punto di vista economico ma anche in termini di semplicità d’uso.
La filiera che mancava: materiali, produzione e ciclo di vita
Ohoskin, Zerow e Mira non si conoscevano quando è stato realizzato il servizio. Eppure, osservate insieme, finiscono per coprire tre dei momenti in cui la moda genera il proprio impatto maggiore: i materiali a monte, gli scarti della produzione e la gestione del ciclo di vita dei prodotti.
Non è una filiera integrata nel senso industriale del termine. Sono tre startup indipendenti che lavorano in contesti differenti. Ma il punto forse è proprio questo. La moda circolare difficilmente nascerà da una tecnologia unica o da una soluzione capace di risolvere tutto contemporaneamente. Più probabilmente prenderà forma attraverso interventi specifici, distribuiti lungo la catena del valore, costruiti da chi ha osservato un problema abbastanza da decidere di affrontarlo.
La tecnologia esiste già. I casi concreti iniziano ad accumularsi. La vera partita, nei prossimi anni, sarà capire quanto rapidamente queste soluzioni riusciranno a scalare, entrare nelle supply chain e smettere di essere eccezioni.
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