Umanesimo e tecnologia: l’impegno del Centro di Bioetica Luigi Migone di Parma
Il rapporto tra Umanesimo e tecnologia è in questo periodo uno dei temi che più possono permettere di indagare e di esplorare delle forme di comprensione e di “convivenza” con l’intelligenza artificiale. La tecnologia copre un perimetro decisamente più vasto di quello dell’AI e pone i temi della relazione con l’umanesimo da lunghissimo tempo ma oggi le accelerazioni e le incertezze, le straordinarie potenzialità e i rischi concreti e potenziali dell’AI mettono i temi dell’intelligenza al centro dell’attenzione.
Anche per queste ragioni il convegno “Umanesimo e tecnologia. Quale futuro per l’uomo?“, organizzato dal Centro di Bioetica Luigi Migone di Parma, ha permesso di considerare da prospettive diverse e complementari il ruolo dell’umanesimo davanti alle prospettive che le tecnologie hanno aperto e che sono in larga misura interno a noi, nei media, nella scuola, nel lavoro, nei servizi pubblici.
Tre diverse prospettive per comprendere il rapporto tra umanesimo e tecnologia
Il Centro di Bioetica Luigi Migone, associazione di promozione sociale nata per onorare la memoria del Professor Luigi Migone con la missione di sensibilizzare la cittadinanza sui temi della bioetica e con un confronto su problematiche etiche della società mass-mediatica, ha voluto focalizzare l’attenzione sul rapporto tra Umanesimo e tecnologia con tre contributi di riferimento:
“Umanesimo e transizioni tecnologiche. Una Lunga storia“
Intervento a cura di Massimo Magnani, docente di Lingua e Letteratura Greca e Direttore del Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali (DUSIC) dell’Università di Parma.
“Le sfide dell’intelligenza artificiale per un nuovo umanesimo digitale“
Relazione del professor Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Lumsa di Roma.
“Un supplemento di corpo? Il pensiero postumanista di fronte alle sfide della digitalizzazione“
Intervento proposto da Orsola Rignani, docente di Approcci all’Umanesimo Contemporaneo e Storia della Filosofia Contemporanea presso il DUSIC dell’Università di Parma.
La fragilità dell’uomo davanti a transizioni tecnologiche travolgenti
Vittorio Franciosi, presidente del Centro, nella sua introduzione all’evento ha voluto sottolineare la necessità e l’importanza di interrogarsi sul destino dell’umanità di fronte a transizioni tecnologiche ch appaiono sempre più travolgenti. Pino Agnetti, scrittore e storico, ha poi aperto i lavori definendo la riflessione sull’umanesimo in un’era tecnologica come una sfida necessaria e controcorrente. In particolare Agnetti ha citato le problematiche molto concrete legate a casi di cronaca come la gestione dei profili social di persone scomparse per “permettere di continuare a esistere” piuttosto che i massicci licenziamenti presso grandi compagnie hightech, dove l’intelligenza artificiale sta sostituendo migliaia di lavoratori e ha voluto aprire i lavori con una domanda provocatoria, da mettere in diretta relazione con la diffusione di modelli di adozione dell’Intelligenza artificiale: “C’è ancora tempo per l’uomo?“
La transizione dall’antichità all’AI generativa: come cambia nel tempo il rapporto tra umanesimo e tecnologia
Massimo Magnani, docente di Lingua e Letteratura Greca e Direttore del Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali (DUSIC) dell’Università di Parma, ha analizzato l’impatto dell’AI dal punto di vista accademico e storico. Magnani ha evidenziato come l’AI non sia solo uno strumento per potenziare le facoltà cognitive o gestire moli impressionanti di dati, ma un fenomeno che sta già trasformando il mondo della scuola.
Un ruolo sempre più pervasivo dell’AI
Come membro delle sottocommissioni ministeriali per le indicazioni scolastiche, Magnani ha riportato come le direttive siano passate rapidamente dal generico “digitale” a riferimenti espliciti all’AI. Questo cambiamento impone ai docenti di guidare gli studenti verso un uso etico e consapevole dell’AI, analizzando criticamente l’autorialità e la veridicità dei testi generati da algoritmi. Il docente ha messo in guardia contro l’improvvisazione sottolineando che l’AI è ormai un “fatto di civiltà” che non può essere ignorato, ma che deve essere governato adeguatamente.
L’analogia tra la rivoluzione digitale e l’invenzione della scrittura
Per offrire una prospettiva storica, Magnani ha richiamato il Fedro di Platone, tracciando un’analogia tra la rivoluzione digitale e l’invenzione della scrittura. Attraverso il mito di Theuth e Thamus, ha ricordato come il re Thamus criticasse la scrittura definendola un pharmakon che avrebbe portato all’oblio e all’atrofizzazione della memoria umana.
Secondo il racconto, Theuth è una divinità egizia considerata l’inventore di numerose arti e conoscenze: il calcolo, l’astronomia, la geometria, i giochi e soprattutto la scrittura. Convinto dell’enorme valore della sua invenzione, Theuth si reca dal re d’Egitto Thamus per presentargliela e sostenerne l’utilità.
Nel Fedro, in sintesi, Theuth afferma che la scrittura renderà gli uomini più sapienti e migliorerà la loro memoria. Ma il giudizio del re Thamus lo sorprende e prima di tutto ricorda che l’inventore non è la persona più adatta a giudicare gli effetti della propria invenzione. Nel merito poi ritiene che la scrittura non rafforzerà la memoria, anzi, al contrario la indebolirà. Se gli uomini potranno scegliere di affidare i ricordi a segni esterni, smetteranno di esercitare la loro memoria interiore. Ma il passo più incisivo e per certi aspetti più illuminante (in relazione all’intellignza artificiale) è quando afferma che gli uomini rischieranno di credere di sapere molte cose semplicemente perché le hanno lette, senza averle realmente comprese.
Il rischio concreto di una cessione di umanità
Magnani ha concluso osservando che, sebbene ogni conquista tecnologica comporti una “cessione di umanità” fisica o cognitiva, l’uomo ha sempre saputo adattarsi, pur dovendo oggi affrontare una sfida di portata inedita.
Diritto, uguaglianza e responsabilità nell’era algoritmica per una nuova sintesi tra umanesimo e tecnologia
L’intervento di Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Lumsa di Roma, si è concentrato sulla necessità di un “umanesimo digitale” che riporti la persona al centro. Razzante ha definito l’AI non solo come una rivoluzione tecnica, ma come un elemento che “inietta forme d’ordine nella società”, modificando i processi decisionali e la produzione del sapere.
Dal punto di vista giuridico, ha menzionato l’AI Act europeo e la legge nazionale italiana 132 del 2025, che ha introdotto reati specifici come il deepfake per tutelare la dignità umana. Tuttavia, ha espresso preoccupazione per un “diritto in affanno”, incapace di anticipare l’evoluzione tecnologica e ridotto a una mera rincorsa dell’innovazione. Per Razzante, la vera scommessa dell’AI è l’attuazione dell’uguaglianza sostanziale prevista dall’Articolo 3 della Costituzione: lo strumento deve servire a rimuovere gli ostacoli sociali, non a esacerbare pregiudizi (bias) storici e culturali.
Il rischio di una anestesia della ragione
Razzante ha inoltre affrontato il tema della “spiegabilità” degli algoritmi e della responsabilità giuridica, ponendo interrogativi complessi su chi debba rispondere in caso di errori commessi da sistemi automatizzati, come le auto a guida autonoma. Ha denunciato il rischio di una “anestesia della ragione“, in cui l’accettazione acritica dei risultati prodotti dalle macchine sostituisce il pensiero critico. La sua proposta è un coinvolgimento corale di filosofi, giuristi e letterati nell’addestramento degli algoritmi fin dal loro concepimento, per garantire che l’ultima parola resti sempre umana (human-in-the-loop).
Il supplemento di corpo è una possibile declinazione del rapporto tra umanesimo e tecnologia
Orsola Rignani, docente di Approcci all’Umanesimo Contemporaneo e Storia della Filosofia Contemporanea presso il DUSIC dell’Università di Parma, ha esplorato la dimensione filosofica della corporeità in relazione alla tecnologia. Rignani ha inquadrato il dibattito nella distinzione tra transumanesimo e postumanesimo. Mentre il transumanesimo vede il corpo come un supporto obsoleto da superare per raggiungere l’immortalità digitale (mind uploading), il postumanesimo lo considera il luogo nevralgico della costruzione dell’umano.
Quale conoscenza si può acquisire senza il corpo?
Citando il filosofo Michel Serres, Rignani ha sostenuto che la tecnologia sgorga dall’evoluzione stessa e non è estranea alla natura umana. In questa visione “ontoplastica”, la tecnica non è un semplice strumento, ma un interlocutore che interagisce con l’agentività dell’uomo. La docente ha sollevato interrogativi provocatori come ad esempio: “Quale conoscenza si può acquisire senza il corpo?“.
Rignani ha concluso che, di fronte alla dematerializzazione digitale, è necessario un “supplemento di corpo”, poiché è la carne a distinguere l’intelligenza umana da quella artificiale. Il postumanesimo non nega la finitezza e la morte, ma le accetta come parte di un dinamismo vitale, vedendo nella tecnologia un’opportunità di ibridazione che non deve però elidere la sensorialità cognitiva specifica dell’essere umano.
Il dibattito e la prospettiva di una governance universale
La parte finale del convegno ha visto un intenso dibattito con il pubblico. E’ stata sollevata la questione del coinvolgimento dei giovani, chiedendosi se siamo ancora in grado di spiegare loro e di comprendere sensatamente cosa si rischia di perdere in questa transizione. In particolare Ruben Razzante ha citato l’importanza del lavoro di comunità intergenerazionali come Polisophia per condividere principi di innovazione responsabile.
Altre domande hanno toccato temi come l’esclusione digitale degli anziani e la necessità di parametri etici universali. Vittorio Franciosi e i relatori hanno discusso la difficoltà di inserire valori come la giustizia e la beneficenza in algoritmi sviluppati da potenze con visioni del mondo diverse, come la Cina o gli Stati Uniti. È emerso inoltre l’auspicio che si possa dare vita a una sorta di “ONU dell’intelligenza artificiale” che stabilisca una tavola di valori comuni per la cittadinanza digitale globale.
L’incontro si è concluso con la consapevolezza che governare l’Intelligenza artificiale è, in ultima analisi, una scelta di società. La governance non può essere solo tecnica, ma anzi deve riflettere una visione complessiva del rapporto tra individuo, istituzioni e progresso, mantenendo la responsabilità umana come bussola per il futuro.












