La mobilità urbana ha un problema meno visibile del traffico: lascia scoperti interi bisogni di spostamento. Il trasporto pubblico non sempre arriva dove serve, non sempre funziona negli orari in cui serve e spesso utilizza modelli poco efficienti rispetto alla domanda reale. Negli ultimi anni monopattini, scooter sharing e bike sharing hanno cercato di colmare parte del gap, con risultati alterni.
Nel frattempo, alcune startup italiane stanno provando a intervenire sui punti ciechi del sistema: il micro-spostamento urbano, la mobilità notturna e il trasporto pubblico su domanda. Non partendo necessariamente da tecnologie rivoluzionarie, ma ripensando il servizio attorno ai bisogni concreti delle persone.
Questa innovazioni sono entrate a fare parte si uno speciale di Impact4Innovation, podcast dedicato all’innovazione di impatto, attraverso le storie di Scuter, Wayla e NEXT Modular Vehicle.
Il primo problema: i veicoli di sharing non erano pensati per lo sharing
Per anni gran parte dello sharing urbano ha utilizzato veicoli progettati per il consumatore finale e poi adattati a un utilizzo intensivo e collettivo. Un errore strutturale: un mezzo condiviso non viene usato come un mezzo privato.
Uno scooter sharing può essere utilizzato da decine di persone al giorno, in tutte le condizioni atmosferiche, da utenti con livelli di esperienza molto diversi. Resistenza, manutenzione, accessibilità e semplicità di utilizzo diventano fattori centrali.
È da questa osservazione che nasce Scuter. Gianmarco Carnovale, founder della startup, ha costruito un veicolo progettato fin dall’inizio per l’uso condiviso: tre ruote per aumentare stabilità e sicurezza, seduta per maggiore comfort e un’esperienza d’uso semplificata per ampliare la platea di utenti.
Carnovale sintetizza il problema con un’immagine efficace: “È come voler distribuire alta tensione in un Paese comprando la prolunga da venti euro al ferramenta”.
Oggi Scuter opera a Milano con un modello che punta a ridurre l’uso dell’auto privata negli spostamenti brevi. L’aspetto più interessante, però, non è solo ambientale: mostra che il limite dello sharing urbano non era necessariamente la domanda, ma la progettazione del servizio.
Il secondo problema: di notte in città manca una mobilità sicura e accessibile
La mobilità urbana ha un vuoto evidente: la notte. Quando il trasporto pubblico riduce frequenze o interrompe il servizio, muoversi in città diventa improvvisamente più complesso. Chi esce tardi dal lavoro, da un concerto o da un ristorante spesso si trova davanti a un’alternativa poco sostenibile: usare l’auto privata oppure sostenere il costo elevato di un taxi.
Non è solo un problema di trasporto. È un tema di accessibilità, inclusione e sicurezza urbana. Per alcune categorie; giovani, lavoratori notturni, persone senza automobile, il diritto alla mobilità si riduce drasticamente dopo una certa ora.
È in questo spazio che si inserisce Wayla, startup milanese co-fondata da Mario Ferretti, con un servizio di van pooling attivo nelle ore notturne. Il modello aggrega più passeggeri lungo tratte compatibili, abbattendo il costo del viaggio rispetto a una corsa individuale e riducendo il numero complessivo di veicoli in circolazione.
L’aspetto più interessante del progetto è però sociale. Il servizio introduce elementi pensati per aumentare sicurezza e affidabilità: utenti registrati con identità verificata, autisti professionisti e gruppi di viaggio contenuti. In un contesto, quello notturno, in cui la percezione di sicurezza può incidere direttamente sulla libertà di movimento delle persone.
Il punto non è soltanto offrire un’alternativa di trasporto. È dimostrare che esiste uno spazio urbano scarsamente servito in cui sostenibilità ambientale e impatto sociale coincidono.
Il terzo problema: il trasporto pubblico è rigido, la domanda no
Uno dei limiti storici del trasporto pubblico urbano è la rigidità del modello. Stesse tratte, stessi orari, stessa capacità di trasporto, indipendentemente dal numero reale di passeggeri. Il risultato è spesso un sistema inefficiente: mezzi sovradimensionati nelle ore di bassa domanda e insufficienti nei momenti di picco.
La domanda di mobilità urbana, però, non si comporta in modo lineare. Cambia in funzione degli orari, dei quartieri, degli eventi, del meteo e dei comportamenti delle persone.
È da questa distanza tra offerta rigida e domanda variabile che nasce NEXT Modular Vehicle. Come racconta Domenico Giudici, Chief Commercial Officer dell’azienda, il modello utilizza piccoli pod modulari elettrici che possono aggregarsi o separarsi in funzione del numero di passeggeri e dei percorsi richiesti.
L’obiettivo non è sostituire integralmente il trasporto pubblico tradizionale, ma renderlo più adattivo nei contesti in cui linee fisse e mezzi standardizzati risultano meno efficienti. Un approccio che punta a ridurre sprechi energetici, ottimizzare i flussi e migliorare il livello di servizio.
Le sperimentazioni realizzate nell’ambito del progetto europeo Sprout a Padova hanno iniziato a misurare il potenziale del modello in termini di efficienza operativa. L’interesse internazionale, da Dubai fino alla presenza industriale in Cina, suggerisce che il tema non sia marginale: molte città stanno cercando alternative più flessibili rispetto ai sistemi tradizionali.
L’insight di fondo è semplice: se la mobilità urbana cambia continuamente, anche il trasporto pubblico potrebbe aver bisogno di diventare più dinamico.
La lezione comune: la mobilità urbana migliora quando parte dai bisogni reali
I tre casi raccontano problemi diversi: uno sharing spesso progettato con veicoli inadatti all’uso intensivo, la fragilità della mobilità notturna e la rigidità del trasporto pubblico tradizionale. Ma il filo conduttore è comune.
La mobilità urbana sembra funzionare meglio quando il servizio viene costruito attorno ai comportamenti reali delle persone, e non viceversa. Non necessariamente introducendo tecnologie radicalmente nuove, ma ripensando il modo in cui vengono progettati accessibilità, sicurezza, flessibilità ed efficienza.
Scuter, Wayla e NEXT Modular Vehicle sono ancora realtà in crescita. Non rappresentano una soluzione definitiva ai problemi della mobilità urbana, ma mostrano una direzione interessante: intervenire nei punti in cui il sistema oggi lascia scoperti bisogni concreti o genera inefficienze strutturali.
Per le città, e per chi le governa, il punto forse non è scegliere tra trasporto pubblico, sharing o nuovi modelli on demand. La vera sfida potrebbe essere capire come integrarli in modo più coerente rispetto ai bisogni delle persone e agli obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale.
Questo articolo è tratto dall’episodio speciale ‘Speciale Mobilità Urbana’ del podcast Impact4Innovation, che raccoglie le interviste a Gianmarco Garnovale (Scuter), Mario Ferretti (Wayla) e Domenico Giudici (NEXT). Gli episodi completi sono disponibili su Spotify e Apple Podcast.
Leggi anche gli articoli su Innovability; AI che ascolta le città; AI nel vivaio











