Il rapporto, sempre più stretto e sempre più diretto, tra sostenibilità e competitività è oggi più che mai una relazione che passa attraverso una governance dell’innovazione aziendale. La responsabilità del sustainability management verso i processi di innovazione rappresenta un fattore chiave per generare nuovo valore, sia in termini di efficienza, sia per attuare nuovi modelli di business. E questo scenario, oggi, è chiamato a confrontarsi con un contesto industriale che è chiaramente caratterizzato da una sostanziale e costante “varianza dei mercati”. Ed è proprio in questa costante ricerca di soluzioni per affrontare emergenze o fattori di instabilità che la sostenibilità, nel suo rapporto diretto con l’innovazione digitale, diventa uno dei pilastri più solidi per difendere la competitività delle imprese.
Secondo Marco Taisch, docente del Politecnico di Milano, presidente del MICS (Made in Italy Circolare e Sostenibile) e del MADE Competence center, il digitale rappresenta oggi “il più grande acceleratore di sostenibilità che abbiamo a disposizione“, rendendo la transizione ecologica e quella digitale due obiettivi inscindibili e in grado, assieme, di supportare la trasformazione delle imprese.

In questa prospettiva la sostenibilità cessa di essere “solo” un elemento reputazionale o un adempimento di compliance alla normativa, e si trasforma a tutti gli effetti in un “fattore di bilancio” sempre più determinante per la competitività economica delle imprese di fronte, ad esempio, ai costi energetici e alle pressioni normative.
In particolare, Taisch sottolinea che per le nuove generazioni “digitale e sostenibile sono già chiaramente un unico attributo di prodotti e processi“, segnando realmente un cambio di paradigma dove l’innovazione in grado di integrare i principi e gli obiettivi della sostenibilità rappresenta l’unica via per presidiare i mercati globali.
Governo dell’innovazione e della sostenibilità come leva strategica
Per il professor Taisch occorre poi considerare che la pianificazione tradizionale è ormai stata superata dalla “normalizzazione della varianza“: la quantità e la frequenza di eventi come shock energetici, tensioni commerciali e volatilità dei prezzi rappresentano purtroppo una condizione ordinaria. E con queste variabili, sempre più difficili da prevedere, la sostenibilità rappresenta una leva gestionale in grado di mitigare l’impatto di molti rischi e di predisporre forme di adattamento.
Per i settori ad alta intensità energetica come la siderurgia, la carta, il vetro e la chimica, la pressione normativa e finanziaria hanno reso la decarbonizzazione una questione di sopravvivenza economica. Il costo delle emissioni nel meccanismo ETS, che ha toccato i 100 euro per tonnellata di CO2, incide oggi sul conto economico quanto, e a volte più, del costo dell’energia stessa. Ecco che gli interventi a livello di efficienza energetica da una parte e di transizione energetica e decarbonizzazione industriale dall’altra, sono in grado di generare benefici molto concreti che si valorizzano in tempi brevi sul conto economico.
Nuovi standard industriali e sviluppo per la Twin Transition
La sfida della decarbonizzazione impone peraltro di agire su più livelli. Alcuni esempi sono rappresentati dagli investimenti massicci in combustibili alternativi, come l’idrogeno e le biomasse; dall’implementazione di tecnologie per lo stoccaggio o il riutilizzo della CO2; dalla diffusione sempre più articolata di soluzioni di intelligenza artificiale per la gestione delle risorse e per la gestione in particolare dei consumi energetici.
Parallelamente, nei settori dei beni durevoli, l’innovazione sta considerando in modo sempre più importante soluzioni come il Life Cycle Assessment (LCA). Per un produttore di elettrodomestici, ad esempio, oltre l’80% dell’impronta di carbonio deriva dall’utilizzo dei prodotti nell’arco della loro vita, rendendo vitali gli algoritmi smart per l’ottimizzazione dei consumi.
Un altro fattore che sta letteralmente trasformando il rapporto tra produttore e consumatore e che è in grado di incidere in modo radicale sulla gestione delle risorse è rappresentato dalla servitizzazione. Un approccio questo che, oltre a rappresentare una trasformazione radicale nel modello di business, consente al produttore di esercitare un controllo e una responsabilità quasi totali nella gestione delle risorse necessarie all’utilizzo dei prodotti presso i consumatori finali. Non ultimo e non meno importante la servitization permette di gestire in modo sempre più preciso e sempre più flessibile tutte le attività di aggiornamento e di manutenzione.
Nel settore siderurgico, passando a un altro ambito industriale, la tracciabilità dell’acciaio sostenibile lungo tutta la filiera è diventata un asset commerciale imprescindibile, sia per soddisfare i requisiti ESG dei clienti dell’automotive, sia come possibilità di garantire la qualità di prodotti ad alto valore aggiunto. Entro i prossimi due anni poi, l’introduzione del Digital Product Passport obbligherà le imprese a certificare origine, composizione e impatto ambientale di ogni prodotto, richiedendo un livello di digitalizzazione dei reparti che è destinata a introdurre un ulteriore livello di evoluzione nel tessuto industriale italiano.

A questo riguardo Stefano Fili, responsabile del centro studi di Leyton, sottolinea l’importanza di una visione proattiva: “Il tema della sostenibilità si conferma sempre più come un driver strategico, oltre che normativo. Le aziende stanno maturando una crescente consapevolezza: non è più sufficiente essere compliant, ma è necessario anticipare l’evoluzione del quadro regolatorio e di mercato per costruire un vantaggio competitivo duraturo. La sfida è quindi duplice: da un lato tradurre i principi ESG in azioni concrete e misurabili, dall’altro integrare queste iniziative all’interno di una pianificazione che consenta di cogliere in modo efficace le opportunità offerte anche dagli incentivi pubblici”.
Governance ESG e governance nella protezione corretta dell’innovazione
In un mercato globale caratterizzato, come è stato già sottolineato dalla “varianza”, e dove la concorrenza dispone di strumenti e leve per agire sul fattore prezzo, la tutela della proprietà intellettuale rappresenta uno dei tasselli più importanti di una governance dell’innovazione. E rappresenta nello stesso tempo uno strumento che consente di difendere quel know-how delle imprese che più incide sulla capacità di generare nuovo valore. Questo principio vale naturalmente anche per le tecnologie green e per le soluzioni legate all’efficienza energetica.
Nello stesso tempo occorre considerare che nonostante l’introduzione del brevetto unitario europeo nel 2023, l’Italia sconta ancora un ritardo culturale rispetto alla Germania o alla Francia nel deposito di brevetti che possono assicurare maggiore stabilità ai percorsi di sviluppo delle imprese.

Su questo tema il Professor Antonio Salerno, docente del Politecnico di Milano ed esperto di proprietà industriale, ha osservato come la strategia brevettuale sia fondamentale per proteggere gli investimenti sostenibili: “Alla radice del divario (con altri paesi europei) ci sono una minore fiducia nel sistema giudiziario e una cultura brevettuale meno diffusa. Il brevetto è un titolo territoriale e la scelta di dove validare la protezione richiede una strategia precisa”.
Perché l’innovazione sia sostenibile nel tempo, deve essere inserita in una roadmap coerente che utilizzi correttamente gli incentivi pubblici, come il Patent Box, per abbattere il carico fiscale sui costi di ricerca e sviluppo. La pianificazione permette inoltre di individuare gli strumenti finanziari più adatti in base al Technology Readiness Level (TRL) del progetto, evitando investimenti inefficienti.

A questo proposito Matteo Pierucci, Direttore Commerciale di Leyton Italia, sottolinea l’importanza di strutturare correttamente questo percorso: “Le aziende non cercano più solo strumenti di finanziamento, ma partner in grado di accompagnarle nella definizione di roadmap di innovazione coerenti, misurabili e scalabili. In questo contesto, supportiamo le imprese nell’individuazione, valorizzazione e pianificazione delle attività di R&D&I, integrando competenze tecniche specifiche e conoscenza normativa degli incentivi per trasformare l’innovazione in un investimento sostenibile e continuativo”.
L’efficienza energetica e il paradosso dell’AI
Un corretto governo dell’innovazione unito al governo della sostenibilità non può e non deve trascurare un nodo cruciale che viene spesso sottovalutato, ovvero il tema relativo all’impronta energetica dell’innovazione stessa.
Se da un lato l’AI predittiva aiuta ad esempio ottimizzare i consumi negli stabilimenti piuttosto che gestire meglio l’acquisto di energia, non si deve certo lasciare in secondo piano che l’uso massiccio di AI generativa comporta consumi elettrici significativi che vanno monitorati per non inficiare gli obiettivi di decarbonizzazione, in particolare a livello di Scope 1 e 2. Misurare l’impronta carbonica dell’intelligenza artificiale e in generale dei data center rappresenta un capitolo essenziale della “sostenibilità digitale”.
Secondo Marco Taisch “La sostenibilità digitale sta diventando per questo un capitolo a sé. Misurare oggi l’impronta carbonica delle soluzioni di Intelligenza artificiale adottate è la condizione per non trovarsi a rincorrere il problema quando l’adozione sarà massiccia”.
Le leve dell’innovazione e della tutela del valore
Taisch ribadisce inoltre la necessità di una evoluzione anche culturale nel rapporto tra innovazione digitale e mondo industriale, una evoluzione che può essere rappresentata dal concetto di“Dato come Quarto Fattore Produttivo”. Un concetto che il presidente del MICS e del MADE mette in diretta relazione con la necessità di attuare un governo della transizione ecologica delle imprese che sia direttamente collegato con il governo della transizione digitale. “Il dato deve essere considerato il quarto fattore produttivo, accanto a materie prime, lavoro e capitale. Tuttavia, la raccolta indiscriminata è controproducente: servono dati di qualità, tracciabili e sicuri per alimentare algoritmi che portino a benefici concreti. La sfida non è solo tecnologica ma metodologica: occorre passare dall’automazione della singola cella alla visione d’insieme dell’impianto”.
Stefano Fili, a sua volta sottolinea la connessione tra dati e strategia: “Dati e Intelligenza Artificiale emergono a tutti gli effetti come elementi abilitanti trasversali alla Twin Transition, ma richiedono un elevato livello di consapevolezza e, soprattutto, capacità di integrazione con le strategie di R&D e sostenibilità. La vera sfida per le imprese non è più l’adozione della singola tecnologia, bensì la comprensione del proprio posizionamento lungo il percorso di maturità innovativa”.
Accanto a questi aspetti si inserisce poi in modo sempre più importante anche la capacità di anticipare obblighi come la CSRD e il CBAM e di integrare la sostenibilità nel cuore della strategia industriale come un fattore che permetta alle imprese italiane di non subire passivamente le norme, ma di guidare il mercato. E su questo concetto Fili, conclude osservando che “Consapevolezza e pianificazione sono la cifra di chi oggi riesce a essere compliant senza rincorrere le norme e agisce per mettersi nella condizione di ottenere un vantaggio competitivo accedendo con un approccio ordinato e strategico alle leve pubbliche”.












