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Perché la biodiversità deve essere al centro delle strategie aziendali?



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I risultati dell’Osservatorio Innovazione per la Biodiversità del Politecnico di Milano e della Scuola Sant’Anna mettono in evidenza la necessità di integrare la biodiversità nelle strategie aziendali. Con un focus specifico sul mondo agroalimentare la ricerca e il confronto sui risultati forniscono una analisi dei rischi, delle opportunità, del ruolo delle startup e dell’importanza della rigenerazione

Pubblicato il 8 gen 2026



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Biodiversità e strategie aziendali: perché il rapporto è sempre più stretto?


Nel momento in cui si inizia a considerare la biodiversità non più solo come un tema ambientale “generico” ma come il capitale naturale che abilita l’accesso a materie prime, la disponibilità di acqua e in generale la stabilità degli ecosistemi ecco che si stabilisce subito un rapporto diretto con i risultati di business di imprese e filiere.
Quando la biodiversità si degrada, aumentano rischi operativi e finanziari: le imprese devono affrontare una scarsità di risorse, una maggiore volatilità dei prezzi, si rischiano interruzioni di supply chain, piuttosto che conflitti sulle risorse con le comunità locali e possibili contenziosi.
Per queste e altre ragioni molte imprese stanno adottando un approccio più strutturato alla biodiversità, un approccio strategico che porti all’integrazione della natura nella gestione del rischio.

Quali sono gli impatti della biodiversità in relazione alle strategie aziendali?

Sul piano strategico, la biodiversità impatta tre livelli: operationscatena di fornitura e portafoglio prodotti.
Nelle operations rientra ad esempio l’uso del suolo, le emissioni inquinanti, la gestione dell’acqua e l’impatto su habitat vicini a siti produttivi.
Nella supply chain settori come agrifood, moda, chimica, packaging e costruzioni dipendono dallo stato di salute degli ecosistemi e generano forme diverse di pressione su terreni e foreste.
In relazione al portafoglio prodotti il rapporto con la biodiversità apre una vera e propria leva di innovazione a livello di materiali alternativi, circular design, riduzione sostanze pericolose, rigenerazione di suoli e paesaggi.

La biodiversità e la tutela della biodiversità stanno diventando un elemento competitivo: le aziende che la integrano per tempo riducono rischi, rafforzano resilienza e costruiscono valore in un’economia che chiede sempre più corporate governance e accountability nel rapporto tra business e natura.

L’analisi dell’Osservatorio Innovazione per la Biodiversità

L’Osservatorio Innovazione per la Biodiversità è nato con l’intento di avvicinare il tema della biodiversità alle esigenze e alle prerogative delle imprese, riducendo il divario esistente tra l’attività produttiva, le strategie aziendali, l’innovazione e la biodiversità stessa. Promosso dall’hub NBFC (National Biodiversity Future Center), in stretta collaborazione con il team Innovation & Strategy e il Food Sustainability Lab del Politecnico di Milano, e con il contributo della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’Osservatorio si configura come un laboratorio multi-attore. L’obiettivo è creare uno spazio in cui aziende, policy maker, enti pubblici, professionisti e ricercatori possano trovare nuovi stimoli e conoscenze per introdurre la biodiversità e renderla centrale nelle strategie aziendali. (Leggi anche i servizi su Biodiversità, startup e PMI guidano la svolta nelle strategie aziendali e su Biodiversità come motore del cambiamento n.d.r.).

Colmare il gap tra business e natura

In un momento storico caratterizzato da un forte scetticismo verso i temi tradizionali della sostenibilità, l’urgenza del progetto risiede nel ricordare l’importanza fondamentale di garantire un ambiente sostenibile. Nonostante le aziende europee abbiano ampiamente adottato la sostenibilità, ancora non è stata collocata veramente al centro delle strategie. L’innovazione, necessaria per creare nuovi prodotti e servizi, deve invece essere orientata da valori precisi, e la biodiversità mira a porsi al centro delle strategie di innovazione.

Il progetto si è sviluppato attraverso un percorso di ricerca articolato in diverse fasi: un’analisi della letteratura, un’indagine sulle aziende e le loro Dichiarazioni Non Finanziarie (DNF), e uno scouting sulle startup per identificare le opportunità di innovazione. Particolare attenzione è stata dedicata alla filiera agroalimentare. Per affrontare il tema si è reso necessario adottare un approccio sistemico, considerando tutti gli attori coinvolti.

Biodiversità: rischi e valore economico per le imprese

La biodiversità è fondamentale per il funzionamento degli ecosistemi e per l’analisi delle interazioni tra uomo e ambiente, orientando le attività umane verso modelli di sviluppo più sostenibili. Gli ecosistemi offrono una serie di beni e servizi essenziali per l’essere umano, noti come i servizi ecosistemici che includono:

  • Servizi di approvvigionamento: come la produzione di cibo, essenziale per la varietà dell’offerta agricola.
  • Servizi di regolazione: quali l’impollinazione e la regolazione climatica.
  • Servizi culturali: come il valore storico, spirituale o il sostegno al turismo naturalistico.
  • Servizi di supporto: necessari all’esistenza di tutti gli altri servizi, come la rigenerazione del suolo.

La natura e i servizi ecosistemici possiedono un valore economico concreto. Ad esempio, solo in Italia, il degrado di questi servizi è stato stimato costare circa 3 miliardi di euro all’anno.

La doppia materialità e i rischi aziendali

Per le imprese, la perdita di biodiversità è associata a una serie di rischi significativi, con un impatto diretto a livello di doppia materialità. È per questo fondamentale comprendere sia l’impatto che l’azienda ha sulla biodiversità, sia l’impatto che la sua perdita può avere sull’impresa. Un tema che riguarda sia la sostenibilità sia il risk management.

I rischi principali includono:

  • Rischi operativi: legati alle operation quotidiane e alla fornitura di prodotti e servizi; il 75% della produzione agricola destinata al consumo umano dipende dai servizi ecosistemici di approvvigionamento.
  • Rischi regolatori: derivanti da nuove normative come la CSRD o la discussione sulle Nature Restoration Regulation (NRR), che impongono obblighi di rendicontazione.
  • Rischi reputazionali e di mercato: legati al disallineamento con le aspettative dei consumatori, della società e dei requisiti dei fornitori all’interno della supply chain.
  • Rischi finanziari: criteri d’investimento che premiano le aziende consapevoli dei loro impatti sulla sostenibilità.

Come trasformare i rischi in opportunità: strumenti di innovazione

I rischi legati alla biodiversità possono essere trasformati in opportunità attraverso politiche di innovazione che agiscono su tre livelli:

  1. Strumenti regolatori: come la Strategia dell’Unione Europea per la Biodiversità al 2030, che stabilisce roadmap e obiettivi per la conservazione e il ripristino, e normative come la CSRD e le UDR (sulla deforestazione).
  2. Strumenti economico-finanziari: come i Pagamenti per i Servizi Ecosistemici (incentivi per le imprese virtuose, previsti anche dalla PAC) o i Nature Credit, che mirano a remunerare le azioni di conservazione.
  3. Strumenti conoscitivi/informativi: che generano consapevolezza e conoscenza, come la contabilità del capitale naturale (che valuta il capitale andando oltre il PIL) o le valutazioni d’impatto.

Tuttavia, misurare l’impatto sulla biodiversità è una sfida non prorogabile a causa della sua complessità, richiedendo la definizione del perimetro, l’identificazione degli indicatori e l’individuazione degli attori impattati (comunità, aziende, cittadini).

Il ruolo dell’innovazione per la rigenerazione

L’innovazione per la biodiversità si sviluppa secondo due paradigmi fondamentali e coinvolge attori lungo tutta la catena del valore.

Innovation for Biodiversity a fronte di una Biodiversity for Innovation

Le soluzioni innovative si distinguono in due grandi categorie:

  1. Innovation for biodiversity: Azioni e innovazioni il cui primo beneficiario è la biodiversità. Esempi includono soluzioni tecnologiche per il monitoraggio della biodiversità o pratiche che preservano gli ecosistemi.
  2. Biodiversity for innovation: La biodiversità stessa ispira nuovi modelli di business, come la biomimetica o lo sviluppo di materiali biobased.

Le azioni concrete che le imprese possono implementare sono state classificate in attività propedeutiche (informazione, ricerca) e azioni dirette (monitoraggio, conservazione, ripristino e valorizzazione).

Il contributo di Startup e PMI

Le startup e le PMI innovative sono considerate veri e propri laboratori di frontiera per la transizione Nature Positive, grazie alla loro capacità di fornire tecnologie abilitanti e testare modelli innovativi, scalabili e adattabili.

Un’analisi condotta su 173 realtà italiane ha rivelato che la maggior parte (76%) si colloca nel paradigma Innovation for Biodiversity, con il 70% delle proposte focalizzate su sensibilizzazione, ricerca e, soprattutto, monitoraggio. Il monitoraggio, che combina scienza e tecnologia (come l’intelligenza artificiale e i satelliti), è cruciale per passare dalle attività propedeutiche a quelle operative. Il 24% rientra nel paradigma Biodiversity for Innovation, focalizzato sulla valorizzazione e sui benefici economici.

I fattori abilitanti includono l‘integrazione di innovazione tecnologica, di prodotto e di servizio, e l’avvio di partnership qualificate (con corporate, centri di ricerca e enti pubblici). Le principali barriere, tuttavia, restano la scarsità di risorse economiche, la difficoltà nella misurazione degli impatti dovuta alla mancanza di metriche condivise e la limitata sensibilità delle corporate.

L’impegno delle corporate italiane e l’analisi settoriale

L’analisi dell’Osservatorio su un campione di 569 aziende italiane ha rivelato che il 69% menziona il termine “biodiversità” nelle proprie DNF. Nonostante ciò, solo il 43% delle DNF analizzate, corrispondente al 27% del totale delle aziende, ha in atto iniziative concrete a tutela degli ecosistemi.

Le iniziative più intraprese (26% dei casi) sono quelle di sensibilizzazione (interna ed esterna). Seguono le azioni di conservazione degli ecosistemi impattati e il controllo della filiera. Le aziende tendono a privilegiare azioni quick win, più facili da implementare e con ritorni immediati in termini di visibilità, a discapito di azioni più trasformative come il ripristino degli ecosistemi degradati.

I driver del cambiamento: regolamentazione e rischi di filiera

Il confronto tra aziende quotate e società benefit ha mostrato come le aziende quotate citino il tema con maggiore frequenza e media di citazioni rispetto alle società benefit. Questo suggerisce che la spinta degli investitori e la regolamentazione rappresentano driver principali per le aziende più grandi.

I settori più attivi nel menzionare e attuare iniziative concrete sono Energy Utilities, Materials e Consumer Staples (beni primari). In particolare, l’Energy Utility è risultato il settore più attivo in assoluto, con un focus sulle attività di tutela diretta come monitoraggio, conservazione e ripristino. Al contrario, il settore Financial menziona molto il tema, ma traduce solo il 33% delle menzioni in iniziative concrete, non subendo un impatto diretto dalla perdita di biodiversità.

Per il futuro, è necessario che le aziende passino da iniziative spot a strategie integrate, che partano da una valutazione degli impatti produttivi e includano la strutturazione di KPI non solo tecnici ma anche economici. È fondamentale promuovere azioni sistemiche interaziendali e il coinvolgimento degli enti istituzionali.

Cosa succede nel settore agroalimentare e nella rigenerazione

Il settore food e agrifood è centrale nel dibattito sulla biodiversità, poiché ne è fortemente impattato e ne dipende enormemente. Le aziende di questa filiera sono soggette a vincoli specifici e stanno iniziando a confrontarsi con le sfide della biodiversità attraverso approcci innovativi e collaborativi.

Le iniziative di tutela si concentrano in particolare su Monitoraggio, Conservazione, Ripristino, Valorizzazione.

L’agricoltura rigenerativa in particolare è un tema trainante. Le aziende lavorano su strategie rigenerative che non mirano solo a proteggere, ma a ripristinare la biodiversità, investendo in progetti come la Forestation Positive e l’agricoltura rigenerativa applicata a specifici comparti. L’innovazione in questo settore include l’uso del digitale (AI per l’analisi dei dati) e delle biotecnologie per sviluppare alternative più efficaci.

La vera sfida per lo sviluppo futuro risiede nella scalabilità delle innovazioni e nel trovare modelli di finanziamento sostenibili che superino la logica filantropica e adottino il concetto di share value, dove gli investimenti nel ripristino migliorano la capacità di business nel lungo termine.

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