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Sustainable IT: perché il green IT è decisivo per ridurre l’impatto digitale



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Il Green IT è parte del più ampio Sustainable IT e aiuta le aziende a ridurre l’impatto ambientale del digitale. Tra formazione, green coding e infrastrutture efficienti, le imprese possono tagliare consumi ed emissioni, migliorando le performance ESG. A colloquio con Stefano Belletti, senior advisor ed autore del libro “Verde e Digitale” e con Pietro Jarre, fondatore dell’associazione no profit Sloweb

Pubblicato il 17 gen 2026



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Sustainable IT: perché deve diventare una priorità?

La trasformazione digitale delle imprese è sempre più strettamente connessa con una trasformazione industriale e, almeno come obiettivi generali, con una trasformazione sostenibile. Con il digitale crescono l’automazione, l’adozione del cloud, l’utilizzo massivo di dati e, soprattutto, la diffusione dell’intelligenza artificiale generativa e agentica nei processi quotidiani. Ma questa evoluzione, spesso percepita come immateriale, ha un impatto ambientale per energia e materie prime consumati che – seppure spesso poco visibile – non è assolutamente da trascurare.

L’infrastruttura digitale globale – data center, dispositivi, reti, software – genera una quota di emissioni paragonabile a quella dell’aviazione civile e, senza interventi mirati, potrebbe arrivare a rappresentare fino al 14% delle emissioni mondiali entro il 2040. È in questo contesto che il concetto di Sustainable IT assume un ruolo centrale: non solo un insieme di buone pratiche opzionali, ma un modello culturale, organizzativo e tecnologico per rendere sostenibile la trasformazione digitale.

Per queste e altre ragioni che mettono la sostenibilità e la gestione dell’impatto ambientale e sociale del digitale in strettissima relazione con la crescita economica e sociale ESG360 ha scelto di dare spazio e voce a una serie di interventi e approfondimenti curati da Pietro Jarre, fondatore dell’associazione no profit Sloweb e da Stefano Belletti, senior advisor ed autore del libro “Verde e Digitale”.

Responsabilità digitale e responsabilità ambientale

Il Sustainable IT va infatti ben oltre la semplice efficienza energetica: introduce il principio di responsabilità nell’intero ciclo di vita delle tecnologie informatiche – dalla progettazione delle applicazioni alla gestione delle infrastrutture, fino all’uso quotidiano da parte di milioni di utenti. Con Sustainable IT si intende la capacità di riconoscere che ogni decisione IT produce impatti ambientali, sociali ed economici che possono essere misurati, governati e migliorati. E proprio perché la dimensione digitale è ormai pervasiva in ogni settore, la Sustainable IT non può rimanere confinata ai team tecnici: perché si possa concretizzare deve diventare un pilastro di governance aziendale.

Per meglio comprendere come si possa costruire una strategia di Sustainability IT e per conoscere il ruolo che possono svolgere fattori chiave come il Green IT abbiamo voluto confrontarci con Stefano Belletti, senior advisor ed autore del libro “Verde e Digitale” e con Pietro Jarre, fondatore dell’associazione no profit Sloweb per l’uso responsabile degli strumenti informatici e digitali.

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Pietro Jarre, fondatore di Sloweb

Cosa intendiamo per “Green IT” e perché sta diventando sempre più importante?

In generale il Green IT si Inserisce nel quadro più ampio del “Sustainable IT” che indirizza linee guida e pratiche digitali secondo principi di salvaguardia delle prestazioni ESG: viene introdotto il principio di «responsabilità» nella produzione, distribuzione ed uso delle tecnologie digitali – informatiche. Nello specifico il Green IT si concentra sulla riduzione dell’impatto ambientale delle tecnologie digitali e costituisce un’area di analisi ed intervento sempre più attuale data la rilevanza dell’impronta carbonica del settore ICT a livello mondiale – nell’ordine del 3,8%.

Quali sono le azioni che si possono mettere in atto? Cosa possono fare i dipartimenti IT delle imprese?

Non tutti sanno che il segmento business è responsabile di oltre un terzo delle emissioni carboniche relative al settore ICT e quindi rappresenta un fattore sempre più rilevante – considerando anche la domanda crescente nel prossimo futuro di Intelligenza Artificiale agentica ossia integrata direttamente nei processi aziendali e non utilizzata semplicemente come strumento di produttività individuale.

Le pratiche operative del Green IT che le aziende possono attivare si concentrano su tre ambiti di intervento – coerenti con i livelli tipici di un’architettura logica IT e focalizzati primariamente sull’ottimizzazione di consumi energetici:

  1. comportamenti e protocolli, lancio di campagne per l’alfabetizzazione degli utenti nell’utilizzo quotidiano degli strumenti informatici e introduzione di clausole dedicate nei contratti di fornitura IT (il cosiddetto “green sourcing”);
  2. razionalizzazione del parco applicativo, adozione di pratiche per il “green coding” applicabili alle nuove applicazioni ed ai programmi di re-factoring/re-platforming/re-hosting del parco applicativo esistente;
  3. ottimizzazione infrastrutturale, dimensionamento corretto (“right-sizing”) dei fabbisogni relativi alle dotazioni utente e agli apparati IT, implementazione di modelli di gestione circolare del hardware e – nel caso di data center – efficientamento energetico (Power Usage Effectiveness – PUE) tramite interventi tecnico/gestionali

Questo elenco di possibili interventi va valutato in termini di costi vs. benefici: i maggiori benefici si ottengono grazie all’ottimizzazione infrastrutturale, che però risulta essere la più onerosa. La diffusione di comportamenti virtuosi, l’introduzione di clausole nei contratti e lo sviluppo di linee guida per il “green coding” non sono assolutamente da sottovalutare in quanto nel momento in cui si riesce a operare secondo la gerarchia dei livelli dell’architettura logica IT (utente => applicazioni => infrastrutture) significa agire partendo dalla “causa”, ossia da utenti ed applicazioni per avere un “effetto” positivo indotto su fabbisogni e consumi delle infrastrutture.

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Stefano Belletti, senior advisor ed autore del libro “Verde e Digitale”

Dalla teoria alla pratica: qual è il livello di adozione di questi interventi che possono supportare il Green IT, in particolare in Italia?

Premesso che non esistono al momento statistiche ufficiali o studi sull’attivazione dei programmi Green IT, è possibile delineare un quadro generale in base ai progetti che ho potuto condurre, esperienze condivise con le aziende ed interlocuzioni con gli operatori del settore. Da quanto ho potuto verificare, le pratiche più diffuse sono legate a campagne di formazione e comunicazione sull’utilizzo “green” di device e applicazioni, unitamente al rifacimento dei siti web – sfruttando in questo senso la disponibilità di linee guida dedicate (Sustainable Web Design) e motori di calcolo delle emissioni reperibili nelle comunità di sviluppatori. Ancora non così diffuse, ma in crescita sono:

  • l’introduzione di clausole specifiche nei contratti IT (considerando sia l’alta percentuale della spesa esterna sul budget IT sia la fruibilità di riferimenti a livello europeo per il “Green Public Procurement”);
  • la definizione e l’utilizzo di pratiche operative di “green coding“ per lo sviluppo di nuove applicazioni;
  • l’adozione di pratiche circolari per la gestione del hardware che – in alcuni casi – sfociano in donazioni ad enti benefici o realtà non profit (quindi con impatto anche sociale) (vedi il servizio su RigeneraMI);
  • attività di “right-sizing” dei fabbisogni sul lato infrastrutturale, spesso legati a progetti di re-hosting/migrazione ad ambienti cloud.

È importante comunque sottolineare che non tutte le aziende stanno procedendo con la stessa velocità e determinazione… Le aziende più propense a intervenire in modo strutturato appartengono a settori sensibili “istituzionalmente” alle tematiche di sostenibilità (in particolare energetico e farmaceutico) o settori ad alta intensità digitale nell’operatività quotidiana (in particolare banche ed assicurazioni). Maturità e sensibilità per il green IT sono inoltre correlate alla dimensione dell’azienda e/o all’appartenenza a gruppi originari da paesi evoluti in materia di sostenibilità digitale, quali la Francia.

La nostra percezione e quella di colleghi che si occupano del tema più generale del Sustainable IT è che la maggior parte delle aziende non sentano l’urgenza di procedere in tal senso: per capirci, stiamo parlando di pochi “illuminati”. Senza avere la pretesa di presentare un’analisi di un campione rappresentativo e significativo, è stato condotto una survey per un workshop presso l’Osservatorio Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano e le risposte ricevute dai partecipanti indicano percentuali di adozione sotto il 4%.

Grazie per la franchezza e la trasparenza. Quali sono le motivazioni di questo scarso interesse da parte delle aziende?

Le motivazioni sono molteplici. Provo a sintetizzarle in quattro punti.

  1. Le aziende – in questo momento – sono molto più attratte dal potenziale del digitale a favore della sostenibilità, mentre gli interventi per il Green IT sono visti come costi da sostenere e non come fonte di possibili risparmi nelle forniture (a partire da quelle energetiche);
  2. I budget IT sono limitati in relazione alle crescenti esigenze del business e non consentono l’allocazione delle risorse necessarie per rilevare in modo adeguato l’impronta carbonica dell’IT: le rilevazioni attuali riportano un livello di emissioni IT per le aziende industriali decisamente sotto il punto percentuale, se raffrontate alle emissioni complessive dell’azienda. Spesso le prestazioni ESG del dipartimento IT non sono rendicontate nei report di sostenibilità e – soprattutto – manca la formazione nei dipartimenti IT sui temi della sostenibilità.
  3. E’ sicuramente assente una visione consapevole di insieme del digitale e del suo impatto a livello corporate: non sono presenti politiche di “Corporate Digital Responsibility” come insieme di valori e di norme che guidano nella creazione e/o nell’uso di tecnologie digitali e di dati.
  4. In Italia sta facendo capolino una sensibilità sul tema a livello nazionale, ma su iniziativa privata con fondazioni e associazioni che promuovono la sostenibilità digitale, mentre paesi come la Francia, la Germania e l’Olanda si sono già mossi con regolamentazioni, agenzie dedicate, iniziative specifiche.

Non è certo un quadro rassicurante. A questo punto viene da porsi una domanda “esistenziale”: in fin dei conti…è rilevante il Green IT per le aziende?

Partiamo da un paradosso: il settore ICT è sempre più impattante con un peso del 3,8% sulle emissioni carboniche totali che arriverà al 14% entro il 2040 (come abbiamo detto), mentre le (poche) aziende industriali che stanno misurando la carbon footprint del proprio IT riscontrano valori decisamente inferiori al punto percentuale se rapportati alle emissioni complessive dell’azienda.

Da un lato, il settore ICT (offerta) guida e promuove la pervasività del digitale secondo un modello di consumo/produzione che non tiene conto della “scarsità” delle risorse consumate… una concentrazione di soggetti (big tech) che impongono standard di mercato e rapida obsolescenza, con facile accesso a fonti di investimento per crescere. Dall’altro, le aziende (domanda) raramente hanno la consapevolezza del fenomeno e della propria impronta carbonica dell’IT.

Lo Scope 3 del protocollo GHG per la rilevazione delle emissioni carboniche dovrebbe costituire il “ponte” tra questi due mondi secondo il concetto caro alla sostenibilità quale l’interdipendenza nella filiera: in questo senso lo Scope 3 ha due dimensioni reciproche:

  • le emissioni relative all’uso dei prodotti digitali (calcolate dagli operatori del settore ICT)
  • le emissioni relative all’acquisto di questi stessi prodotti (calcolate dalle aziende).

Se guardate i report di sostenibilità delle big tech vi accorgerete che le misurazioni hanno una variabilità notevole…ma interessa veramente calcolarlo esattamente? E siamo sicuri che le aziende abbiano la possibilità e la volontà di rilevare la totalità delle emissioni afferenti alle tecnologie digitali? Ad esempio, le emissioni legate alla componente digitale dell’Operation Technology (semplificando, le tecnologie digitali utilizzate nell’impiantistica industriale) sono ignorate e sfuggono a questo calcolo.

Sinceramente ho la sensazione che manchi la consapevolezza del fenomeno da parte dei dipartimenti IT e della sua rilevanza generale: pensiamo che il digitale è utilizzato da qualsiasi azienda, è un bene comune (non solo di “proprietà” delle “big tech”), ognuno contribuisce con le sue azioni…. è un elemento fondamentale della sostenibilità ambientale…come già si diceva nel passato, si potrebbe parlare di “tragedia dei beni comuni”.

Al di là dei numeri – che sono sempre molto discutibili – l’attenzione ad un IT sostenibile nell’industria è estremamente rilevante in quanto nel produrre ed utilizzare il digitale – che siano device o servizi – dovremmo essere di continuo stimolati a pensare a come rendere le nostre pratiche / prodotti più sostenibili. Negli ultimi decenni il digitale è stato vissuto come un’area in cui ci si poteva dimenticare della sostenibilità perché il digitale era presentato come “intrinsecamente” sostenibile e più si diffondeva l’utilizzo del digitale – oggi diffuso 24/7 – più ci si dimenticava della necessità di intervento proattivo, costante e determinato a migliorare sistemi e processi per una maggiore sostenibilità.

E’ una questione di attitudine e comportamenti: se quando prendo in mano lo smartphone o invio una mail, penso “ma quanta energia, o tempo altrui, consumo, potrei farlo meglio…” allora il contributo dell’IT sostenibile al bilancio complessivo – di sostenibilità ed economico! – dell’azienda sarà davvero molto importante e il cambiamento duraturo e profondo.

…. E se volessimo lasciare un messaggio positivo e pratico per le aziende che vogliono affrontare in maniera coerente e consapevole il tema del Green IT attivando un percorso progettuale?

Per rispondere riprenderei le conclusioni della tavola rotonda “Uso etico e sostenibile. Aziende e Green IT” al Digital Ethics Forum 2025 organizzato da Sloweb (associazione no profit che promuove la produzione e l’uso responsabile delle tecnologie digitali n.d.r. leggi anche: perché serve una trasformazione sostenibile del digitale e Il petrolio dei dati) alla quale ho partecipato. Il confronto e la discussione durante la tavola rotonda hanno fatto emergere le seguenti leve principali:

  • creare consapevolezza che il digitale è un bene comune partendo da un vero impegno delle aziende, in termini di leadership e governance per la sostenibilità;
  • misurare la carbon footprint dell’IT in modo consistente (qualità ed ambito) evidenziando in azienda i possibili risparmi per il consumo energetico;
  • educare gli utenti, ottimizzare il consumo energetico delle applicazioni ed aggiornare i contratti di fornitura IT con l’obiettivo di agire sulle “cause” del fabbisogno energetico e non solo sull’effetto generato/gestito nei data center;
  • abbinare ai nuovi progetti di digitalizzazione una componente di calcolo e di ottimizzazione dell’impatto ambientale ed – in specifico – dell’impronta carbonica.

Insomma c’ è un bel po’ da fare… senza dimenticare che tali azioni andrebbero inquadrate in un quadro regolatorio e di incentivi che attualmente purtroppo manca.

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