La straordinaria capacità di sviluppo che ha accompagnato la crescita di Internet ha sempre più bisogno di confrontarsi, sensatamente, con il concetto di limite e di misurare le proprie prospettive di sviluppo con il concetto di gestione delle risorse.
In questo senso cresce l’attenzione verso un modello che aiuti a passare da una logica di “accumulo illimitato” in cui si aggiungono contenuti e dati a prescindere dalla loro effettiva utilità, a una logica che si esprime oggi nel concetto di sobrietà digitale.
Ed è proprio sui principi che stanno alla base di una visione dell’innovazione che sappia far propri i principi della sostenibilità che si concentra il confronto con Nicola Bonotto, co-fondatore di Piano D al centro di questo focus promosso in collaborazione con Sloweb, associazione no profit per l’uso responsabile delle tecnologie digitali.
Il concetto di Corporate Digital Responsibility
Al centro della visione di Bonotto troviamo il concetto di Corporate Digital Responsibility (CDR), intesa come l’integrazione di impatto ambientale, sociale ed economico nella progettazione web. A questo proposito il co-fondatore di Piano D tiene subito a precisare che l’infrastruttura di internet deve essere considerata come la più grande costruzione umana, considerando la vastità della sua presenza globale e come tale va considerata anche per il suo impatto ecologico reale.
Educazione alla sostenibilità
Bonotto sottolinea a questo proposito l’importanza di educare il mercato alla sostenibilità e per questo “occorre lavorare per evidenziare i vantaggi competitivi delle soluzioni leggere per il web: come ad esempio migliori performance, caricamenti rapidi e una superiore indicizzazione sui motori di ricerca”. Accanto a questi vantaggi si deve poi collocare il pilastro fondamentale dell’accessibilità. “Lo dobbiamo considerare in modo più ampio e completo di un obbligo normativo. Deve diventare un’opportunità di business che permette, se bene affrontato e gestito, di includere una platea più ampia di utenti”.
Il sito web come un ecosistema vivo
Per comprendere al meglio il rapporto tra sviluppo web e sostenibilità Bonotto usa la metafora della “pianta in vaso”, che considera il sito web come un ecosistema vivo che richiede attenzione, scelta accurata dell’hosting, corretta alimentazione e, quando necessario, anche una adeguata “potatura” dei contenuti obsoleti. Una potatura che non implica necessariamente cancellazione, ma gestione con soluzioni che permettano una riduzione dell’impatto ambientale. Allo stesso modo Bonotto manda un messaggio di cautela nella gestione del rapporto tra web e intelligenza artificiale per fare in modo che la sostenibilità digitale possa emergere a tutti gli effetti come un percorso di consapevolezza tecnica e culturale. Ma ecco il dettaglio completo del confronto sui temi della sostenibilità del web.
Spesso percepiamo il web come qualcosa di “etereo”, ma l’infrastruttura globale che lo sostiene ha un’impronta ecologica notevole. Come si può educare il mercato a percepire il “peso” e la responsabilità reale dei dati?
Il problema principale nel rapporto tra web e sostenibilità è che l’impatto ambientale del digitale è invisibile agli occhi dei consumatori. Anche perché, ad esempio, gli stessi processi di costruzione e smaltimento dei dispositivi avvengono lontano da noi. Il mercato segue poi una narrazione basata su concetti come “cloud” che non evocano certo l’impatto fisico, anche se siamo tutti consapevoli che dietro alle “nuvole” ci sono data center con grandi batterie di server che richiedono tanta energia e producono calore.
La forma di “educazione” più efficace a nostro avviso è quella che mostra concretamente i propri vantaggi. In questo senso, una soluzione web energeticamente sostenibile risulta più leggera, serve in modo più veloce ed efficace i clienti o i potenziali clienti, migliora le performance sui motori di ricerca. In pratica, è utile sottolineare che migliorare le performance energetiche significa anche migliorare le performance applicative e la capacità di raggiungere i clienti. Oltre a questo, la divulgazione attraverso libri, come “Ecologia Digitale”, e la collaborazione con community come Sloweb sono essenziali per creare una maggiore consapevolezza.
Il web è di fatto governato da una logica di accumulo costante (più dati, più video, più interazioni). È possibile un modello diverso che non sacrifichi l’utilità per l’utente?
Assolutamente sì, ed è qui che introduciamo il termine “sobrietà digitale”, un concetto che abbiamo mutuato dalle community francesi. Essere sobri non significa non usare la tecnologia, ma usarla con moderazione, fissando dei paletti invece di considerare l’infinito come variabile di gestione. Dobbiamo pensare alle soluzioni digitali come a un ecosistema vivo, simile a una pianta in vaso. Se scegli un vaso di dimensioni ridotte (l’hosting), non puoi pretendere che la pianta (il sito) cresca a dismisura senza controllo. La progettazione deve essere molto accurata e precisa e deve tenere in considerazione i temi legati alla gestione delle risorse. Occorre tarare la scelta del server e dello sviluppo in base alle reali necessità di traffico e agli obiettivi di business, evitando sprechi inutili di risorse.
Nel web oggi si produce, si utilizza nel breve periodo e in tanti casi ci si dimentica di ciò che si è pubblicato. Si può passare a una logica che permetta di valorizzare e riutilizzare gli asset?
Come nel caso dei beni fisici è necessario introdurre anche qui il concetto di ciclo di vita dell’asset digitale. Oggi domina una logica lineare: si crea, si produce e poi si “abbandona” il dato, senza considerare con la dovuta attenzione che un server deve restare acceso h24 per mantenerlo disponibile. Servirebbe forse riscoprire il ruolo dell’archivista nel web. L’archivista è colui che seleziona l’informazione utile e decide cosa mantenere, cosa archiviare, magari in server a basso consumo per uso interno e cosa, invece, eliminare. Eliminare un dato è oggi un’azione che quasi non esiste, ma è invece fondamentale perché se si continua ad archiviare tutto si corre poi il rischio di non archiviare più nulla. In altre parole, la manutenzione di un sito dovrebbe prevedere anche la “potatura” dei contenuti che hanno esaurito il loro ciclo di vita per evitare che l’architettura informativa diventi una giungla che rischia una sorta di collasso su sé stessa.
Perché oggi è fondamentale includere l’ecosistema digitale nei report di sostenibilità? Si può parlare di Digital ESG?
Ritengo che sia necessario mettere al centro dello sviluppo il concetto di Corporate Digital Responsibility (CDR), da considerare come una sorta di sorella minore della CSR e come una disciplina che copre gli impatti ambientali, sociali ed economici della tecnologia.
Voglio aggiungere che integrare questi aspetti non deve essere visto come un mero adattamento normativo subito passivamente, ma come un’opportunità per migliorare la propria tecnologia. Dobbiamo considerare che sviluppare “by design” seguendo principi di sostenibilità e accessibilità costa molto meno che dover adattare una soluzione esistente ex-post. Inoltre, nella logica ESG, la governance del dato (la “G” dell’acronimo) sta assumendo un ruolo cruciale: mappare la filiera dei dati e gestire responsabilmente dove essi risiedono è un pilastro della sostenibilità moderna.
In che modo l’accessibilità web rappresenta una forma di responsabilità sociale d’impresa?
L’accessibilità copre la sfera dell’impatto sociale delle tecnologie. Sviluppare soluzioni accessibili per persone con disabilità significa garantire inclusione. Per un’azienda profit, questo non deve essere vissuto solo come un adempimento ma come un vantaggio: se escludi per i “limiti” della progettazione una fetta di visitatori, stai rinunciando a potenziali clienti. Non è solo un obbligo derivante dall’European Accessibility Act, ma una scelta di valore che allarga il raggio d’azione commerciale. In Piano D sviluppiamo “by default” soluzioni accessibili seguendo le linee guida WCAG (Web Content Accessibility Guidelines), perché crediamo che un servizio debba raggiungere il maggior numero possibile di persone.
Cosa significa oggi gestire eticamente la privacy e la sostenibilità digitale? Come si può agire per educare a una più corretta produzione di dati?
Gestire eticamente i dati significa in molti casi accorciare la filiera. Spesso si utilizzano soluzioni in cui i dati diventano di proprietà di terzi e vengono trasferiti fuori dall’Europa. Noi proponiamo alternative on-premise, dove il dato rimane di proprietà del cliente, ospitato in data center italiani. C’è poi un aspetto ecologico del GDPR che pochi sottolineano: la “data retention”. La norma impone di definire per quanto tempo conserviamo un dato. Invece di conservare tutto per sempre “solo per il timore di perdere qualcosa che potrebbe forse servire”, le aziende dovrebbero chiedersi se un dato è effettivamente utile. Definire un limite temporale alla vita del dato è una scelta di governance consapevole ed ecologica.
L’intelligenza artificiale permette di ottimizzare i processi, ma richiede enormi risorse. Come si risolve questo cortocircuito legato al costo ESG dell’AI?
Relativamente all’AI occorre distinguere tra l’uso specialistico e l’uso commerciale di massa. L’AI può portare vantaggi enormi se confinata a settori specifici, come l’efficientamento delle reti elettriche o l’agricoltura di precisione. Al contrario, la distribuzione di massa dell’AI per compiti non fondamentali o magari ricreativi, non porta un vantaggio in termini ESG. Studi come “Digital Reset” dimostrano che finora il risparmio di emissioni promesso dalla digitalizzazione in settori come il tessile o l’agricoltura è stato inferiore al costo ambientale dei data center costruiti per ottenerlo. Il rischio è che con l’AI di massa si prosegua in questo trend negativo.
Quali sono i principi di un’innovazione che sottrae invece di aggiungere? Come si progetta riducendo al minimo il trasferimento di dati?
Il principio cardine è la progettazione “by design”. Bisogna porsi dei limiti fin dall’inizio, decidendo ad esempio quanta CO2 può emettere una pagina web o quanti kilowattora può consumare. Questo significa scegliere con cura ogni elemento: dalle immagini ai video, fino alla complessità del codice. È una questione di consapevolezza del progettista, che deve vedere il sito non come un prodotto statico da lanciare, ma come un ecosistema che deve restare in equilibrio con le risorse che consuma nel corso del tempo.
Quanto conta la scelta tecnologica di base (codice, framework, database) sulle emissioni finali di un progetto?
Influisce moltissimo e finalmente iniziano a esserci standard ISO e linee guida chiare. Personalmente collaboro con un working group del W3C che ha creato le prime linee guida sulla sostenibilità dei siti web (Web Sustainability Guidelines WSG). Queste regole coprono tutto il processo, dalla progettazione all’utilizzo continuo. Auspichiamo che in futuro possa prendere forma un “Sustainability Act” basato su questi standard, proprio come l’Accessibility Act si è basato sulle WCAG. Anche le certificazioni, come la ISO 14001 per i data center, sono leve fondamentali e oggi sono uno standard di mercato. La scelta di tecnologie open source, inoltre, garantisce trasparenza e interoperabilità, permettendo al cliente di mantenere la proprietà del codice e la libertà di scegliere fornitori responsabili.













