L’introduzione della certificazione obbligatoria per la rendicontazione di sostenibilità sta ridefinendo il panorama dei servizi professionali. I revisori, chiamati a gestire una transizione normativa complessa, si trovano al centro di un processo che coinvolge anche le aspettative delle nuove generazioni di commercialisti. In questo contesto, la tempistica e le modalità di abilitazione diventano oggetto di confronto con le istituzioni e presentano ricadute concrete anche sulle attività quotidiane degli studi e sulle strategie delle imprese. Il tutto in un quadro europeo che impone standard sempre più rigorosi.
Il nodo della transizione normativa per i revisori della sostenibilità
L’introduzione della figura del revisore della sostenibilità, delineata dal D.Lgs. 125/2024, rappresenta un passaggio cruciale per l’adeguamento delle imprese italiane alle nuove direttive europee sulla rendicontazione ESG. Tuttavia, la fase di implementazione normativa sta evidenziando punti di frizione che incidono in particolare sui professionisti già iscritti al Registro dei revisori legali. Il regime transitorio, pensato per favorire una migrazione graduale verso le nuove competenze richieste, si è rivelato meno inclusivo del previsto, a causa di requisiti rigidi e tempistiche difficilmente conciliabili con i percorsi professionali preesistenti.
In questo quadro, la mancanza di strumenti operativi pienamente funzionali e la non ancora piena attivazione del percorso ordinario rischiano di rallentare la formazione di una platea adeguata di revisori qualificati proprio mentre il mercato richiede un salto di qualità nella verifica delle informazioni non finanziarie.
Le richieste dei giovani commercialisti su proroga e abilitazione
L’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili ha scelto di intervenire pubblicamente per sollecitare una revisione puntuale delle scadenze e delle procedure attualmente in vigore.
L’associazione, tramite la voce del presidente Francesco Cataldi e della consigliera Stefania Serina, propone l’estensione del termine per il conseguimento dei crediti formativi necessari all’abilitazione fino al 31 dicembre 2027, in allineamento con il posticipo degli obblighi europei sulla rendicontazione.
Parallelamente, sottolinea l’urgenza di rendere accessibile e trasparente il percorso ordinario per quei professionisti che non hanno potuto usufruire del regime transitorio. La richiesta si inserisce in un contesto dove la domanda non è tanto di semplificazioni quanto di regole chiare e applicabili, così da evitare che lacune procedurali o normative possano compromettere sia l’ingresso dei nuovi revisori sia l’efficacia complessiva dell’apparato di controllo sulla sostenibilità.
Implicazioni per professionisti e imprese nel nuovo scenario europeo
La ridefinizione delle modalità di accesso alla qualifica di revisore della sostenibilità ha effetti che si estendono oltre la categoria professionale coinvolta. Le imprese italiane sono chiamate a confrontarsi con standard europei sempre più articolati in materia di disclosure ESG e necessitano dell’apporto di figure in grado di garantire affidabilità e accountability nei processi di rendicontazione di sostenibilità. Il rischio è quello di creare una carenza strutturale di professionisti abilitati proprio nel momento in cui il quadro normativo europeo spinge verso una maggiore trasparenza e responsabilità sociale d’impresa.
In assenza di regole certe e percorsi abilitanti ben definiti, potrebbe emergere un gap tra le esigenze delle aziende e l’offerta effettiva di competenze certificate, con possibili ripercussioni sulla competitività e sulla compliance del tessuto produttivo nazionale rispetto agli altri Stati membri.
I revisori della sostenibilità e la trasformazione normativa
In questo contesto di trasformazione normativa, la capacità di adattamento delle professioni contabili e delle imprese si conferma elemento centrale per la tenuta del sistema economico. Le istanze sollevate dai giovani commercialisti testimoniano una consapevolezza diffusa circa le difficoltà concrete della fase di passaggio, soprattutto rispetto a tempistiche e requisiti abilitativi. Il quadro europeo impone nuove responsabilità che richiedono non solo aggiornamento tecnico, ma anche un ripensamento dei processi organizzativi e della collaborazione tra attori istituzionali e mercato. La sostenibilità, da obbligo regolatorio, si configura sempre più come tema strutturale: chi dovrà validarne l’attendibilità è chiamato a trovare un punto d’equilibrio fra rigore professionale e pragmatismo operativo, in uno scenario che resta ancora in evoluzione.











