Corporate Governance

Rating di legalità e Modelli 231/2001 al servizio della Sostenibilità

Fra gli strumenti presenti nel panorama normativo attuale, nella prospettiva di migliorare la governance e la reputazione dell’impresa, vi sono i rating di legalità e i Modelli 231, espressione di una scelta di governance orientata alla legalità e all’etica imprenditoriale, e di una cultura organizzativa e manageriale centrata sulla trasparenza, sulla condivisione delle informazioni e sulla fiducia

22 Giu 2021

Jennifer Basso Ricci

Associate Partner di P4I

Jennifer Basso Ricci, Associate Partner P4I

Corporate Social Responsibility: il percorso e i valori

Correva l’anno 1953, quando H.R. Bowen nel suo celebre articolo “Social Responsibility of BusinessMan” si chiedeva quale tipo di responsabilità ci si dovesse aspettare da un dirigente d’impresa, e da allora questa domanda non ha mai smesso di interrogare economisti, statisti, sociologi e gli stessi imprenditori, quali attori principali del mercato economico.

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Si dovrà aspettare la teoria della piramide di Archie B. Carrol nel 1991, per avere una tra le risposte più accreditate in tema di Corporate Social Responsibility (CSR). Carrol, pur non negando l’assunto di Friedman, circa la massimizzazione del profitto, semplicemente lo collocava alla base (1°livello) di una piramide composta da altri livelli, quali il dovere dell’impresa di rispettare leggi e norme (2°livello), l’etica che si spinge oltre le leggi scritte (3° livello) e infine la responsabilità volontaria o filantropica, da intendere come l’impegno a restituire alla società il valore che si ricava dal business (4° livello).

Importanti contributi si aggiunsero nei decessi successivi, frutto di un crescente numero di ricerche empiriche relative alla CRS volte a studiare strumenti concreti ed operativi di sviluppo imprenditoriale responsabile, espressione di teorie come la business ethics theory o la corporate social performance o la corporate citizenship ovvero della innovativa stakeholder theory (che ha determinato un radicale cambiamento nel ruolo del cliente e nella riconducibilità di talune figure alla categoria dello stakeholder).

Da un lato, infatti, il cliente non si limita più a scegliere un prodotto o un servizio in modo superficiale, ma vuole che l’intera catena produttiva non comporti effetti dannosi né per la comunità né per l’ambiente, dall’altro lato lo stakeholder non è più solo il cliente, ma è anche il dipendente, il fornitore, il finanziatore, il partner e sempre più spesso parliamo di comunità e ambiente, arrivando ad includere un pubblico generale ed impersonale.

I legami tra responsabilità aziendale ed ESG

Ecco perché non ci sorprende constatare il profondo intreccio che esiste tra il tema della “responsabilità aziendale” e l’attuale inarrestabile fenomeno ESG (acronimo di Environmental, Social e Governance), che sta trasformando l’impegno etico e morale delle imprese verso l’ambiente, la società e l’etica gestionale in un vero e proprio asset in grado di incidere direttamente sui risultati di business delle aziende stesse e di determinarne il valore. Consapevoli dell’importanza degli impatti ambientali e sociali che hanno le imprese produttrici, infatti, sono ormai in molti coloro che, per ispirare le proprie scelte di investimento e in modo indiretto per organizzare le proprie scelte di acquisto, guardano ai “voti” che arrivano dai rating ESG. Tra le componenti ESG, però, anche la “g” di Governance sta finalmente assumendo il giusto significato strategico per la sostenibilità perché raggiungere la legittimazione sociale dell’impresa è un traguardo che l’impresa si deve meritare a fronte delle scelte adottate dal proprio Governo.

Con il termine governance aziendale, infatti, si indicano le modalità con cui le imprese sono dirette e controllate per determinare sia gli obiettivi che i valori aziendali e capire quale debba essere il modus operandi per poterli raggiungere. La governance, infatti, esprime la modalità con cui le decisioni vengono prese ed attuate (se top-down oppure se coinvolgendo un network di altri attori). E quando si parla di responsabilità sociale d’impresa, ci si riferisce all’onere che un’impresa assume di rispondere di sé a certe aspettative che il suo “essere impresa” comporta. Ecco allora che se un’impresa non è no-profit, il suo scopo principale è creare profitto per gli investitori. Ma il problema non è mai stata questa asserzione. Il vero problema, semmai, è “come si arriva al profitto?” e “cosa si può far con il profitto raggiunto?”.

Etica imprenditoriale e responsabilità di impresa

È a questo punto che entra in gioco il tema dell’etica imprenditoriale, che non serve più solo per rispondere alla coscienza dell’imprenditore, ma serve per rispondere ad una coscienza globale di mercato che allarga la domanda di beni e servizi alla richiesta di una responsabilità dell’impresa molto più ampia.

Tra le scelte strategiche che deve compiere la governance, vi é quella di stabilire il proprio posizionamento reputazionale nel mercato e il come arrivarci, per raggiungere e consolidare quella legittimazione sociale di cui ogni impresa ha effettivamente bisogno. Il consolidarsi di una struttura etica d’impresa, infatti, contribuisce alla creazione di un’immagine credibile ed affidabile d’impresa, e favorisce la stabilità dei rapporti e la generazione di valore economico d’impresa.

Rating di legalità e Modelli Organizzativi d.lgs. 231/2001

Fra gli strumenti presenti nel panorama normativo attuale, capaci di migliorare la governance e la reputazione dell’impresa, vi è il rating di legalità, un’attestazione – rilasciata dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato)- quale indicatore sintetico del rispetto di elevati standard di legalità, introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano ad opera dell’art. 5-ter del D.L. 1/2012 e avente come intento l’introduzione e la promozione di principi di comportamento etico in ambito aziendale.

Nel merito, il Rating prevede l’assegnazione di un titolo di riconoscimento, commisurato attraverso l’utilizzo di un sistema a “stellette”, indicative del livello di compliance a vari profili indicati all’interno del Regolamento di attuazione, in favore di imprese che ne abbiano fatto esplicita richiesta. Nella sostanza si tratta di un sistema premiante che consente alle aziende di ottenere benefici sia nei rapporti con Pubblica Amministrazione che con gli istituti di credito. In particolare, nei rapporti con le pubbliche amministrazioni le premialità previste sono:

  • preferenza in graduatoria,
  • attribuzione di punteggio aggiuntivo,
  • riserva di quota delle risorse finanziarie allocate,
  • facilitazione nel ricorso a finanziamenti e/o agevolazioni pubbliche,

mentre per l’accesso al credito, il rating di legalità è oggetto del processo di istruttoria da parte degli istituti bancari proprio ai fini di:

  • riduzione dei tempi e dei costi per la concessione di finanziamenti;
  • valutazione di accesso al credito dell’impresa;
  • determinazione delle condizioni economiche di erogazione.

Dalla Corporate Social Responsibility agli Indici di sostenibilità

Complice anche il fatto che l’attestazione del Rating può essere pubblicizzata in modo libero e senza vincoli, e che il livello di rating raggiunto costituisce un’informazione che risiede all’interno delle visure camerali, il numero delle imprese che ne stanno facendo domanda é in costante crescita. La fotografia della situazione è fornita dalla stessa AGCM, la quale rendiconta di avere registrato (a dicembre 2020) n.8.032 soggetti in possesso del Rating (rispetto ai 7.161 del novembre 2019), di cui circa il 59,4% (4.767) presentano una sola “stelletta”, il 33,6% (2.699) due “stellette”, mentre solo il 7% (566) può vantare la terza “stelletta”.

Ma come si può salire nella graduatoria delle stellette? Per avere indicazioni puntuali circa le modalità di incremento del punteggio, si deve fare riferimento al Regolamento di attuazione (art.3) nella sua ultima versione adottata con delibera n.28361 di AGCM il 28 luglio 2020, che, tra le varie condizioni, prevede in modo esplicito la “adozione di processi organizzativi volti a garantire forme di Corporate Social Responsibility, anche attraverso l’adesione a programmi promossi da organizzazioni nazionali o internazionali e l’acquisizione di indici di sostenibilità”.

In aggiunta a ciò, altro requisito richiesto dal Rating è la “adozione di una struttura organizzativa che effettui il controllo di conformità delle attività aziendali a disposizioni normative applicabili all’impresa o un Modello Organizzativo ai sensi del d.lgs. 231/2001(art. 3, comma 2 lett.c). Il d.lgs. 231/2001, infatti, occupa un’importanza straordinaria nel nostro ordinamento, nell’ottica della responsabilizzazione di società ed enti verso comportamenti aziendali basati sull’etica degli affari e sulla corretta gestione, in aperto contrasto al dilagante fenomeno della criminalità d’impresa.

A loro volta, i Modelli 231 sono l’espressione di una scelta della governance orientata alla legalità e all’etica imprenditoriale, e di una cultura organizzativa e manageriale centrata sulla trasparenza, sulla condivisione delle informazioni e sulla fiducia. Non è un caso, infatti, se il Codice Etico rappresenta uno dei documenti imprescindibili del Modello 231. Se, uno strumento come il Codice Etico (che apporta e diffonde valori e fornisce garanzie oggettive sul comportamento societario a tutela degli stakeholder), viene fatto seguire da un Modello 231 che introduce ruoli, processi e risorse, può rappresentare una grande opportunità per rafforzare l’immagine sociale dell’impresa e per caratterizzare gli obiettivi di business.

Premesso che (indipendentemente dal Rating) l’adozione dei Modelli 231 é condizione necessaria per andare esente dalla responsabilità amministrativa e penale degli Enti nel caso di commessione di reati a loro vantaggio e nel loro interesse, l’espresso inserimento di tali Modelli tra i requisiti per aggiungere stellette da cui derivano le evidenziate premialità, rappresenta un’ulteriore ragione per adottare – e mantenere in efficienza – il Modello di Gestione Organizzazione e Controllo.

Modelli 231 e Agenda 2030: obiettivi a confronto

In aggiunta ai diversi benefici riconducibili all’adozione di un Modello 231 (che meriterebbero uno spazio di approfondimento dedicato, in grado di consentire la loro esauriente trattazione), per ciò che riguarda il tema del presente contributo, vengono in evidenza le forti affinità tra gli ambiti di interesse del Decreto 231 e gli Obiettivi previsti nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Ciò é reso possibile grazie anche al fatto che il perimetro applicativo della norma è esteso praticamente a tutti i settori merceologici e a tutte le tipologie di enti (data la grande varietà di reati in grado di rendere qualsiasi persona giuridica potenzialmente “sensibile” rispetto alla commissione degli illeciti previsti nel catalogo 231). Si pensi, ad esempio, ai reati di natura corruttiva, a quelli connessi all’ambiente o alla salute e sicurezza sul lavoro, al riciclaggio o ai più recenti reati tributari.

Pur senza pretesa di esaustività, qui di seguito, si vuole fornire una panoramica di talune correlazioni tra gli ambiti specifici del d.lgs.231/2001 e i Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030.

Prendiamo ad esempio, il tema della tutela ambientale, riconducibile all’art. 25-undecies del D.lgs.231/2001. All’interno dei 17 SDGs, troviamo come il medesimo obiettivo viene garantito dai seguenti Goals:

  • 1  (Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo), punto 1.5
  • 2  (Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile), punti 2.4 e 2.5
  • 3 (Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età), punto 3.9
  • 6 (Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie), punti 6.3 e 6.6
  • 8  (Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti), punto 8.4
  • 9 (Costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile), punti 9.4 e 9.5 lett b)
  • 11  (Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili) punti 11.6, 11.7 lett a) e 11.7 lett b)
  • 12  (Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo) punti 12.4 e 12.5
  • 13  (Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico) punti 13.1 e 13.2
  • 14  (Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile) punti 14.1, 14.3, 14.4 e 14.6
  • 15  (Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre) punti 15.3, 15.5, 15.9 lett c)
  • 17  (Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile) punto 17.7

Prendendo il tema della lotta al fenomeno corruttivo, riconducibile agli artt. 25 e 25-ter lett s-bis) del D.lgs.231/2001, all’interno dei 17 Sustaineable Development Goals dell’Agenda 2030, troviamo come il medesimo obiettivo viene garantito almeno dai seguenti Goals:

  • 12  (Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo) punto12.7
  • 16  (Pace, giustizia e istituzioni forti) punto 16.5
  • 17  (Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile) punto 17.13

Volendo considerare il tema della tutela della salute e sicurezza del lavoro e del contrasto al fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori o del favoreggiamento all’immigrazione clandestina, rispettivamente riconducibili agli artt. 25-septies, 25-quinquies e 25-duodecies del D.lgs.231/2001, sempre all’interno dei 17 SDGs, troviamo come i medesimi obiettivi vengono garantiti dai seguenti Goals:

  • 1 (Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo), punto 1.5, lett a) e b)
  • 8 (Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti), punti 8.7 e 8.8
  • 10 (Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le Nazioni) punti 10.4 e 10.7
  • 16 (Pace, giustizia e istituzioni forti) punto 16.2

Il Modello Organizzativo 231 e le sfide della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità

Proseguendo in questa analisi delle correlazioni tra i Modelli 231 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030, si può avere la chiara percezione di come l’attuazione di un Modello Organizzativo 231 riesca ad offrire la reale occasione di approcciare in modo proattivo le sfide della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità, spingendo le aziende a gestire, ridurre o eliminare una serie di rischi-reato tra cui rientrano appunto alcuni dei più importanti temi toccati dai SDGs 2030.

Spetta quindi ad una buona governance il compito di decidere da dove iniziare e come raggiungere il proprio obiettivo di sostenibilità, sapendo di poter contare sul supporto di diversi strumenti messi a disposizione dal legislatore e volutamente interconnessi.

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Jennifer Basso Ricci
Associate Partner di P4I

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