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I costi del climate change in Italia: -5,8% di fatturato e -3,4% di marginalità

Gli indicatori dell’Osservatorio Climate Finance, School of Management Politecnico di Milano mostrano l’impatto dei cambiamenti climatici sull’economia. Nel 2018 l’aumento di temperatura ha provocato mancati ricavi per 113 miliardi. Tra i settori più penalizzati costruzioni e finanza, il manifatturiero contiene le perdite con -5,2% di fatturato e -2,4% di margine. Il ruolo fondamentale della normativa per le imprese, per le banche e la finanza

27 Apr 2021

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it e Direttore testate verticali Network Digital360

Una alluvione normativa per affrontare il riscaldamento globale. Non è un “gioco di parole”, ma un segnale molto chiaro di come il mondo delle istituzioni e delle grandi organizzazioni internazionali sta cercando, anche affannosamente, di dare una risposta alla domanda delle imprese e degli stati di misurare in modo chiaro e uniforme gli effetti del climate change sotto tutti gli aspetti. La forte necessità di agire a livello normativo, davanti ai rischi dei cambiamenti climatici arriva anche da dati estremamente preoccupanti sulla gravità dei danni economici e sociali provocati dall’aumento della temperatura e da eventi atmosferici estremi. Danni che l’Osservatorio Climate Finance, della School of Management Politecnico di Milano ha stimato, ad esempio per quanto riguarda il 2018, in una penalizzazione delle attività economiche pari a 133 miliardi di Euro.

Una relazione diretta tra cambiamenti climatici e risultati delle imprese

I temi legati al climate change hanno un impatto diretto sull’economia e per misurare questa relazione, come spiega Annalisa Croce, Co-Responsabile Scientifico Osservatorio Climate Finance, Politecnico di Milano è stato creato un database in grado di valutare informazioni economico/finanziarie di oltre un milione e centomila imprese nell’arco temporale che va dal 2009 al 2018 in una relazione diretta con dati legati ad eventi metereologici che presentano ricadute sulla operativa delle imprese stesse come la temperatura, il livello dell’irraggiamento solare, la pressione atmosferica, le precipitazioni, il tutto in un orizzonte temporale che parte dal 1950. Una ricerca, come sottolinea Croce, che nasce con l’obiettivo di analizzare il rapporto tra clima ed economia e di individuare i fattori che evidenziano un impatto sulle attività delle aziende allo scopo di stabilire delle metriche di supporto al mondo normativo, alle istituzioni finanziarie e alle imprese.

Un grado di temperatura in più, 5,8% di fatturato in meno

I dati mettono in evidenza la realtà di una relazione sempre più stretta e diretta. Dalla ricerca emerge infatti che nell’arco di dieci anni l’aumento di un grado temperatura ha penalizzato pesantemente il fatturato con un -5,8% e la redditività con un -3,4%.  Ma il climate change non colpisce tutte le aziende nello stesso modo, anche in termini di capacità di “reazione” al clima si nota una differenza importante tra PMI e grandi imprese. Le piccole imprese hanno visto una riduzione della redditività del -4%, e del -5,3% di fatturato. Il mondo enterprise ha reagito meglio in termini di azioni sui costi e a fronte di una perdita di fatturato molto più ampia che supera il 14%, ma ha saputo contenere la perdita sui profitti a un -3,6%. (Relativamente al rapporto tra imprese di diverse dimensioni e sostenibilità è interessante la lettura del servizio sul rapporto Cerved: finanza sostenibile ed ESG spingono la ripresa, ma occorre coinvolgere le PMI.)

Osservatorio Climate Finance

Il manifatturiero e il retail “tengono” meglio rispetto a costruzioni e finanza

Croce sottolinea anche le differenze a livello settoriale sottolineando l’esposizione agli effetti climatici di settori come le costruzioni, che hanno visto una diminuzione del fatturato del -16,2%, e dei margini del -6,8% e il mondo delle estrazioni con un -10,4% e un -7,6%. Un discorso a parte vale poi per la finanza che paga un doppio prezzo, diretto e indiretto, con un -11,8% e meno -5,9% legato sia a perdite nelle attività svolte direttamente, sia contraccolpi legati ad aziende finanziate. Il manifatturiero ha reagito meglio di altri comparti soffrendo in ogni caso una diminuzione del -5,2% in termini di fatturato e un -2,4% dal punto di vista del margine. A sua volta il mondo retail ha contenuto le perdite con un -4,5% e un  -3,1% sul margine, mentre hanno reagito meglio settori come agricoltura, turismo e trasporti che hanno “ridotto i danni” a percentuali inferiori al 3%.

Il modello – osserva Croce –  è stato poi applicato a un caso studio focalizzato sul 2018, anno caratterizzato da un incremento importante nella temperatura. L’esposizione climatica del fatturato nelle diverse regioni le maggiori ripercussioni molto pesanti che sono costate complessivamente 133 miliardi di Euro. Un danno che non ha colpito il nostro paese in modo uniforme, infatti il Nord Est e il centro Italia hanno sofferto in modo particolare mentre il Nord Ovest ha contenuto le perdite.

Osservatorio Climate Finance 2021

Una alluvione può ridurre il fatturato delle imprese di un territorio del 4%

Il direttore dell’Osservatorio Climate Finance Roberto Bianchini, ha osservato che imprese, paesi e mondo finanziario hanno la necessità di gestire le conseguenze del cambiamento climatico in termini di individuazione di appropriate strategie di mitigazione dei rischi anche a fronte di evidenze sempre più chiare e di metriche molto concrete. Dall’analisi dell’Osservatorio emerge infatti che alcuni eventi possono essere messi direttamente in relazione con un danno economico anche in termini previsionali. L’analisi stima che una alluvione può arrivare a costare alle imprese del territorio colpito qualcosa come il 4% di fatturato e incide poi in modo altrettanto diretto e pesante anche sul valore degli attivi di bilancio per lo 0.9%. Laddove invece dell’acqua il danno è provocato da un incendio ecco che la penalizzazione in termini di valore degli attivi di bilancio arriva all’1,9% nel caso di un incendio di vaste proporzioni.

Bianchini sottolinea poi che da una parte la pandemia ha contribuito ad alzare il livello di attenzione verso i temi della sicurezza e la necessità di trovare forme di mitigazione dei rischi, ma dall’altro ha messo in evidenza la fragilità di molte catene di fornitura, sia per gli effetti diretti della pandemia stessa sia per le conseguenze di fattori climatici che causano interruzioni nelle catene di fornitura (Da leggere a questo proposito la serie di servizi sul rischio di fornitura).

Ciò che è “green” in Europa non lo è dall’altra parte del mondo

Ma come accennato all’inizio c’è una “alluvione” positiva e riguarda la componente normativa: una quantità di iniziative di istituzioni e organismi internazionali che hanno lo scopo di rispondere alla “grande sete” di standard, di metriche comuni e di regole che permettano di misurare in modo uniforme e condiviso i valori della sostenibilità.

Purtroppo, come è ben noto, ciò che è sostenibile oggi in Europa non lo è in altre aree del mondo o almeno non lo è sulla base degli stessi criteri e delle stesse metriche. Un primo importantissimo passo, come è stato sottolineato, riguarda la tassonomia e in questo senso si colloca l’iniziativa della Commissione Europea sul Climate Law e sulla tassonomia normativa, un pacchetto di misure con cui le istituzioni europee intendono rispondere alla domanda di chiarezza sulla sustainability taxonomy e sul sustainability corporate reporting identificando all’interno dei diversi settori, una serie di interventi per stimolare e incoraggiare misure per la mitigazione dei cambiamenti climatici evitando ed evitare sprechi o attività che hanno un impatto negativo sull’ambiente, con particolare riguardo al consumo di acqua. Ma la “alluvione” normativa porta una serie di “certezze” per il mondo ESG, per le imprese che intendono misurare le performance ambientali e per gli investitori che desiderano analizzare e valutare le imprese più impegnate su questi progetti e qui si collocano la proposta di Corporate Sustainability Reporting Directive finalizzata ad allargare gli spazi di applicazione della Non Financial Reporting Directive (NFRD) nelle due dimensioni della numerosità di imprese coinvolte e di requisiti di reporting.

Banche, finanza, assicurazioni: misurare i danni ambientali per disporre di nuove metriche per ridurre i rischi

Le metriche per la misurazione dei danni causati dai cambiamenti climatici sono un nuovo punto a favore di una crescita di una più diffusa consapevolezza sulla necessità di agire e di agire subito. Non è un caso che sono proprio le imprese e le organizzazioni più “allenate” a gestire i fattori di rischio per il business  sono quelle che guardano con maggiore attenzione queste metriche proprio per una valutazione più completa delle decisioni di investimento o di credito o di copertura dei rischi stessi. Dieci anni fa una banca nell’analisi del rischio di una impresa avrebbe preso in considerazione i fattori climatici solo in casi eccezionali e solo per alcune tipologie di imprese. Oggi il rischio di esposizione a fattori climatici è una delle priorità anche per imprese che non sono esposte in modo diretto a eventi catastrofici, ma magari lo sono in ragione delle loro catene di fornitura. Ecco che per le banche e per le assicurazione appare necessario riorganizzare la struttura interna di analisi dei dati in funzione di nuove informazioni e di nuove fonti. Ecco che i fattori ESG devono essere inclusi nella valutazione del rischio. Ed ecco che accanto ai fattori direttamente esposti ai rischi climatici devono essere valutati anche i rischi di transizione energetica e i rischi legati all’evoluzione dei modelli di business.

Verso un nuovo Risk management incentrato sul climate change

La valutazione dei rischi  è al centro dell’attività normativa unitamente alla ricerca di standard condivisi sulle metriche di misurazione. In questo senso ESMA, EBA e EIOPA rispettivamente in termini di autorità di controllo del mercato, del mondo bancario e assicurativo hanno lavorato a identificare strumenti e metriche adatte per misurare i rischi climatici in relazioni alla gestione dei portafogli. In particolare una analisi della BCE su circa 4 milioni di imprese e 2.000 banche ha rilevato che i costi per le strategie di mitigazione dei rischi sono inferiori ai rischi che si corrono se non si prendono misure serie per invertire questa tendenza e se non si agisce in fretta per ridurre la temperatura e il climate change aumenta il rischio di default del mondo del credito.

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