Sustainability management

ESG e standard: misurare e parametrare l’intangibile per capire il vero valore delle aziende

Quali standard scegliere, come impostare il percorso ESG e come organizzare i flussi di dati per garantire a investitori, clienti e a tutti gli stakeholder la corretta rappresentazione di investimenti e impegni in sostenibilità che determinano in modo diretto e concreto i risultati di business. Luca Grassadonia, ESG Senior Consultant in P4I, ci spiega come valutare la scelta di standard che permettano di capire come la Sustainability in tutte le sue declinazioni (Environmental, Social e Governance) rappresenti una missione e una grande opportunità di sviluppo e di competitività

02 Gen 2022

Mauro Bellini

Direttore Responsabile ESG360.it e Direttore testate verticali Network Digital360

Luca Grassadonia, ESG Senior Consultant, P4I

Per capire quanto sono importanti gli standard per la misurazione dei risultati di sostenibilità e per una loro corretta rappresentazione occorre farsi aiutare dal pragmatismo tipico della rendicontazione contabile. Negli Anni ’70 il valore delle aziende presenti in uno dei principali indici di Borsa come l’S&P 500 poteva essere rappresentato al 90% dal loro patrimonio netto. Con la trasformazione in corso, a oggi, solo il 15% del valore delle aziende è a tutti gli effetti rappresentabile con i soli valori di bilancio. Il valore vero di tutte le imprese dipende sempre di più da fattori che rientrano nella sfera dell’intangibile. E si tratta di un trend costante che pone un problema a livello di valutazione delle organizzazioni e più ancora di metodiche per la misurabilità e la quantificazione, corretta e condivisa, di una massa enorme di valore immateriale in continua crescita. Volendo semplificare e portare ai minimi termini il senso dell’ESG, si può dire che è proprio questa la vera sfida che si affronta con il paradigma che fa capo all’acronimo Environmental, Social e Governance: riuscire a misurare l’impatto di tutto ciò che è immateriale e intangibile in termini di creazione di valore per le imprese. Ed è proprio su questo tema che abbiamo chiesto un confronto con Luca Grassadonia, ESG Senior Consultant in P4I.

Indice degli argomenti

Luca, gli investimenti in capitale fisico contano meno, mentre consumatori e investitori sono sempre più attenti a valori che fanno fatica ad entrare in un bilancio in modo chiaro e standardizzato, come l’impegno verso l’ambiente, la responsabilità sociale o l’etica nella governance di impresa. Come si devono muovere le imprese che vogliono misurare questi valori anche per far crescere il loro business?

Va detto subito che i fattori ESG hanno esattamente lo scopo di rappresentare i valori immateriali in termini di impatto finanziario. L’ESG fa riferimento a indicatori misurabili che permettono di comprendere le leve “non convenzionali” che determinano questa forma di valorizzazione e che sono costituite in larghissima misura dalle variabili di contesto.

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Spieghiamolo meglio

L’andamento di un’azienda è determinato da tanti fattori che non sono misurabili e controllabili con le metodiche tradizionali. Per capire se un’azienda sta facendo bene o male si devono misurare tutte le sue performance e le si deve confrontare con benchmark di mercato. Per farlo occorre fare riferimento a degli standard, perché non c’è nulla di più difficile da misurare di ciò che è intangibile. Venendo al punto, l’ESG deve essere considerata come la possibilità di valutare in modo oggettivo il risultato degli investimenti e dei risultati raggiunti in termini di obiettivi di sostenibilità.

Standard dunque come punto di riferimento primario per l’ESG?

Certamente, ma per le aziende il tema è prima di tutto quello di scegliere cosa misurare e come misurare e il vero punto di partenza per l’ESG è rappresentato dall’assessment sulla situazione, sul contesto, sui mezzi, sulle fonti e sugli obiettivi dell’azienda. In questo assessment rientra, come un fattore fondamentale, la scelta degli standard.

Perché da questa scelta dipende poi tutto il percorso e la valorizzazione stessa dell’azienda

Esattamente. Il primo grande tema attiene alla capacità di orientarsi tra i tanti standard e alle tante e diverse modalità di rendicontazione con le quali si misurano le performance nella sostenibilità.

Quanti sono questi standard?

Tanti, per questo è difficile scegliere. Se li si considera tutti arriviamo almeno a settanta, perché per un lungo periodo ogni organizzazione e istituzione ha voluto proporre una propria chiave di lettura.

Dedicheremo un appuntamento specifico all’analisi di tutta l'”offerta” di standard. In questo caso indichiamo i punti di riferimento assolutamente fondamentali, quelli che non possono mancare in un processo di assessment per qualsiasi tipo di azienda

Se andiamo a stringere gli standard veri e propri fondamentali per fare rendicontazione ESG sono due: GRI Standard (Global Reporting Initiative) e SASB Standard (Sustainability Accounting Standards Board). Ci sono poi delle linee guida e delle raccomandazioni anche molto importanti e tra queste vanno citati i TCFD (Task Force on Climate-Related Financial Disclosures) e i CDP (Carbon Disclosure Project). A tutti questi si deve aggiungere l’iniziativa del World Economic Forum che aveva cercato di dare vita a uno “standard comune” attraverso un lavoro che è sfociato nel report dal titolo: “Toward Common Metrics and Consistent Reporting of Sustainable Value Creation” per ridurre la frammentazione. Un progetto che si è poi arenato, mentre in occasione del COP26 di Glasgow si è invece registrata un’importantissima novità da parte della Fondazione IFRS (International Financial Reporting Standards) che ha annunciato la creazione di un nuovo comitato di definizione degli standard ESG attraverso l’ISSB (International Sustainability Standards Board), un progetto che punta a integrare e consolidare tre iniziative pregresse: SASB, IIRC e CDSB. L’ultima nota, per completare questo scenario, riguarda il tavolo di lavoro che ha cercato di creare un “bridge” tra GRI e SASB e che di fatto ha prodotto solo un documento di coordinamento tra i due standard.

Pragmaticamente dunque i punti di riferimento sono due: GRI e SASB, con questi punti di riferimento, come si deve orientare un’azienda?

Dipende dall’utilizzo della rendicontazione ESG che un’azienda decide di avere. Questo è il vero punto sul quale deve riflettere.

Se si vuole fare un processo di miglioramento del valore di tutti gli asset allora è meglio utilizzare SASB perché sono standard pensati per cogliere e misurare le esternalità positive o negative che hanno una ricaduta diretta sul bilancio di esercizio e che possono essere identificati in modo chiaro.

Se si vuole lavorare per produrre un documento orientato alla comunicazione verso l’esterno che rappresenti le esternalità positive e negative, ma senza misurare la ricaduta diretta sul bilancio di esercizio, allora può essere adatto anche GRI. L’obiettivo di GRI è infatti quello di produrre una comunicazione per gli stakeholder in grado di comprendere chiunque al di fuori della ragione sociale dell’azienda possa avere interesse nell’attività dell’azienda stessa. Un principio interessante e certamente nobile, ma difficile da circoscrivere perché potenzialmente molto esteso tant’è che il “menù” di opzioni che viene proposto da GRI appare amplissimo e comprende un numero molto numeroso di possibili variabili.

Dunque per un percorso ESG che punta a misurare la relazione tra investimenti, progetti, azioni intangibili e risultati di business la scelta è SASB?

Sì, SASB permette di stabilire un rapporto diretto tra esternalità e generazione di valore. Ricordiamo che SASB è nata perché nel 2001 negli Stati Uniti si è sentita l’esigenza di produrre uno standard di rendicontazione che fosse in grado di mettere in relazione le principali esternalità aziendali – nelle quali rientrano i temi e i progetti legati alla sostenibilità – con i dati di bilancio. E una delle caratteristiche principali di questo standard sta nel fatto che individua dei temi generali che attraversano tutti i settori merceologici come ad esempio il Climate Change, il rispetto dei diritti dei diritti lavoratori, la parità di genere etc. e li declina nello specifico del settore su cui si pone la lente, a sua volta mettendo a disposizione standard specifici per 77 settori diversi aggregati in 11 macrosettori.

Facciamo un passo indietro per capire meglio questo approccio. Da dove nasce la necessità di misurare questi valori?

L’esigenza di trovare un collegamento diretto, ad esempio tra l’impegno rispetto ai cambiamenti climatici di un’azienda e i “dati di bilancio”, arriva dall’evoluzione che si è registrata nella valutazione e quantificazione del valore di un’impresa nel corso del tempo. Secondo molte stime quasi il 90% di un’impresa, ovviamente in funzione dei settori, dipende da variabili intangibili e gli investimenti in capitale fisico per quanto molto importanti contano, in proporzione, sempre meno o meglio ancora sono da mettere in diretta relazione alla conoscenza del contesto nel quale si collocano. L’ambiente, la soddisfazione del consumatore finale, la motivazione dei dipendenti, la produttività di tutti gli attori, la sicurezza delle supply chain, così come tanti altri esempi sono aspetti che non sono facili da misurare direttamente, ma che determinano in modo sempre più significativo il valore di un’azienda. SASB consente appunto misurare l’intangibile in modo indiretto e permette poi di metterlo in relazione con la valorizzazione dell’azienda.

Come riesce a farlo?

I KPI individuati da SASB sono per tre quarti KPI numerici e solo un quarto qualitativi per permettere questa relazione diretta, ma anche per garantire la migliore oggettività. Si tratta di KPI individuati sulla base di un collegamento diretto con una posta specifica di conto economico o con lo stato patrimoniale o ancora con un rischio diretto sulla valorizzazione dell’azienda.

Facciamo un esempio?

Se si sceglie un argomento come può essere il contenuto nutrizionale e la salubrità per il cibo in scatola il fattore di materialità ESG è costituito da un driver finanziario che è rappresentato dalla domanda per i prodotti dell’azienda. In questo contesto si considera che la leva del contenuto nutrizionale sia in grado di influenzare la domanda dei prodotti dell’azienda stessa e che pertanto può avere un impatto sui ricavi. La coerenza tra l’evoluzione del contesto in termini di sensibilità dei consumatori ai temi della sicurezza e qualità alimentare e l’impegno dell’azienda su questi temi costituisce un impatto diretto sul suo valore. Un altro esempio può essere individuato nel rispetto delle diversità nella forza lavoro. In questo caso si parte dal presupposto che il talento non ha razza e non è legato al colore della pelle. E se il contesto pone l’impresa davanti a una scarsità fortissima di personale qualificato, chi riesce a gestire questa situazione senza pregiudizi, ma generando conoscenza come asset intangibile, dispone di un valore che si trasmette direttamente sulla potenzialità di produrre ricavi. Un terzo esempio potrebbe venire dal settore dell’arredamento dove ogni aspetto legato al prodotto e al processo di produzione ha un impatto sul valore dell’azienda: la gestione energetica, il processo produzione, l’utilizzo di prodotti chimici, la gestione dell’impatto ambientale di ogni componente, la capacità di lavorare sul ciclo di vita dei prodotti o le scelte relative alla fornitura di legname. In termini di costi e ricavi, di attivo e passivo e di valutazione e gestione del profilo di rischio, questi temi possono avere un impatto di intensità diversa, ma sono tutti fattori che incidono sulla capacità di business dell’azienda.

È chiara l’importanza di governare tutti questi fattori, ma come deve procedere un’azienda?

Il primo punto attiene alla capacità di ricondurre tutti questi fattori a dati numerici e non è una sfida semplice. Di fatto si tratta di mettere in relazione la storia di un’azienda a una matrice composta da numeri. Si deve poi procedere alla normalizzazione dei dati: parametrare ognuno di questi KPI a una valutazione delle attività dell’azienda in funzione del settore. Gli standard SASB permettono di ricondurre questa valutazione a riferimenti specifici settore per settore considerando che non esiste una formula “standard” che permetta di dire che da un fattore X legato alla produzione del legno arriva un fattore Y associato agli euro in bilancio, ma ch si tratta di un lavoro da svolgere con cura in fase di assessment.

Quindi come si procede?

Si mettono attorno a un tavolo le persone che detengono il patrimonio di conoscenza dell’azienda e si utilizza il test dei cinque fattori che aiuta a inquadrare il modello di relazione tra l’intangibile di un’azienda e le sue prospettive di business. I fattori prevedono un confronto diretto con tutte le persone che conoscono e che guidano l’azienda per avere la loro visione su come i fattori intangibili possono avere un impatto sull’azienda sulla base di cinque ambiti: 1 – la verifica di un possibile impatto finanziario diretto; 2 – la relazione con aspetti legali o di compliance; 3 – il ruolo delle normative industriali, dei codici di comportamento o la presenza di best practice produttive e di mercato; 4 – l’analisi di social trend, di comportamenti di stakeholder o di manifestazioni o forme di comunicazione da parti non direttamente coinvolte sulla produzione o sul mercato, ma in grado di influenzarli; 5 – la valutazione delle tante e diverse possibilità di fare innovazione in quello specifico settore.

Questo tipo di analisi sva volta con chi ha la conoscenza profonda e dettagliata dell’azienda e su questi 5 punti si può capire il livello di collegamento tra i fattori intangibili di quell’azienda e le sue prospettive di business.

Ovviamente il tutto dipende dal settore e dalle dimensioni?

Dal settore certamente, la suddivisione settoriale è un punto di partenza da cui ogni azienda può dedurre il proprio profilo specifico in termini di sostenibilità. Ovviamente occorre poi tenere in considerazione che le aziende spaziano normalmente in più settori e la metodologia permette di utilizzare SASB per scegliere i temi rilevanti in modo cross-sector.

Quale ruolo è svolto dal digitale?

È un ruolo fondamentale, la sfida per questo tipo di valutazione è tutta nella capacità di disporre dei dati adeguati e il digitale permette di raccogliere e categorizzare una enorme massa di dati, anche al di fuori del ciclo di bilancio. In questa prospettiva occorre considerare che rispetto alla valutazione tradizionale delle imprese, che fa riferimento fondamentalmente al patrimonio e al ciclo attivo e passivo, in questo scenario si devono considerare tantissime altre fonti di informazioni, molte sono apparentemente lontane dalle procedure tradizionali come i messaggi mail, la rappresentazione dell’azienda sui social media, i percorsi di formazione del personale, perché tutto ciò che è intangibile deve diventare dato, deve essere parametrizzato e deve poter essere comparato con KPI di riferimento. Il digitale è la leva che permette di gestire questa massa enorme di informazioni e di ricondurla a parametri di riferimento.

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