Nella ricerca della migliore sintesi possibile tra decarbonizzazione e competitività un’attenzione speciale va riservata in particolare alle PMI. Molto spesso nei piani strategici per la riduzione della carbon footprint di interi settori industriali si tende a privilegiare l’attenzione per le grandi corporation, nella convinzione che a queste realtà sia da addebitare la quota più imponente delle emissioni. Sempre sulla base di questo assunto si ritiene che spingendo e motivando all’azione i “grandi” i risultati, in termini di miglioramento dell’impatto ambientale, sono assicurati.
In realtà, questo quadro non considera in modo adeguato che le PMI rappresentano il 98% delle imprese europee e che, grazie al radicamento territoriale e sociale e alla vocazione alla flessibilità e all’innovazione, esprimono una responsabilità collettiva maggiore nei confronti della trasformazione sostenibile.
Coerentemente con questa riflessione l’Unione Europea si è mossa nella direzione di un forte coinvolgimento delle imprese e delle PMI ai temi della sostenibilità, in particolare con uno strumento strategico come il Green Deal. Per raggiungere l’obiettivo di diventare il primo continente carbon neutral al mondo entro il 2050 e per ridurre le emissioni di carbonio del 55% in area UE entro il 2030, Bruxelles ha messo in campo un framework normativo che già oggi conta oltre 150 voci tra direttive e regolamenti.
E la competitività delle imprese, sempre più “naturalmente” integrata con la sostenibilità si creare e si rafforza solo tenendo in grandissima considerazione questa cornice regolatoria che incide sulle grandi corporation come sulle piccole e medie imprese.
Grazie alle analisi dell’ultima edizione del Rapporto Qonto sulle PMI è possibile constatare che le PMI europee sono decisamente impegnate in progetti di riduzione dell’impatto ambientale. La ricerca indica in un 79% la quota di imprese attive su questi obiettivi. Un dato che è a sua volta composto da una “fetta” del 49% di PMI che ha già implementato misure per la riduzione delle emissioni di CO2 e una ulteriore componente del 30% che prevede di farlo in futuro. La percentuale delle aziende che considera le azioni per la sostenibilità una priorità assoluta è ancora però, purtroppo, limitata a una sola cifra (9%) mentre, al contrario, chi dichiara di non avere alcun piano arriva al 21%.
Il dato più confortante dello studio riguarda le prestazioni delle imprese italiane che stanno facendo molto meglio della media europea e si affermano come leader nell’impegno ambientale in tutti i mercati. La quota di imprese che sta implementando o pianificando misure di riduzione delle emissioni arriva all’87%, mentre il 56% sta già adottando progetti concreti. Gli scettici, ovvero coloro che non intendono intraprendere progetti di sostenibilità, si ferma al 13%, segnando anche qui un primato, come percentuale più bassa in tutta Europa.
Aziende europee e italiane molto bene sulla sostenibilità, dunque, ma se si guarda dentro i dati si scopre che a brillare per il momento sono soprattutto le grandi. Nella sfida alla riduzione del carbonio in area UE conta anche la “taglia”. Dallo studio Qonto emerge una chiara correlazione tra la dimensione dell’azienda e l’impegno ambientale. Quando le imprese superano i 50 dipendenti si registra una maggiore adozione di misure per la riduzione delle emissioni rispetto alle piccole aziende (43% contro 39%).
Se poi si considera la metrica del fatturato la priorità alla sostenibilità si ritrova solo nell’8% delle aziende con un fatturato inferiore a 1 milione di euro mentre nelle aziende con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro la percentuale di aziende che considerano la riduzione delle emissioni una priorità sale al 15%.
In area UE si sente ormai da tempo un effetto CSRD. Sulla spinta della Corporate Sustainability Reporting Directive della Commissione UE, a partire dal 2027, le PMI europee con più di 10 dipendenti, un fatturato superiore a 900.000 euro o un patrimonio superiore a 450.000 euro, dovranno rendicontare per legge il loro impatto ambientale e sociale.
Davanti a questo orizzonte le PMI italiane si muovono in ordine sparso. La ricerca Qonto mostra come ci siano significative disparità regionali nell’impegno ambientale. Se in Umbria si registra un bel 23% di aziende che attribuiscono la massima priorità alla riduzione delle emissioni, in Lombardia e in Toscana le percentuali scendono rispettivamente all’8% e al 5%. Lazio, Sicilia e Puglia fanno un po’ meglio, ma si fermano al 13%.
La sostenibilità non si costruisce poi solo migliorando l’impatto ambientale, anche se questa dimensione resta centrale. Un tema in forte crescita è rappresentato dalle politiche relative alla riduzione della disparità di genere e dalle iniziative in favore della diversity. A questo riguardo lo studio di Qonto rileva che tre quarti delle PMI europee hanno scelto di affrontare almeno una forma di pregiudizio discriminatorio. Più precisamente la parità di genere guida le priorità DEI (Diversità, Equità, Inclusione) a cui segue l’attenzione per la diversità di età e culturale. A differenza delle sfide ambientali su questi temi le imprese italiane sono meno attive rispetto alla media europea. I tassi di adozione DEI per le imprese del nostro paese sono meno brillanti, considerando che solo il 66% riporta l’implementazione di politiche DEI, di cui la parità di genere (32%) è il focus principale.
L’attenzione alla sostenibilità per le imprese va di pari passo con l’attenzione ai temi energetici. La ricerca Qonto ha voluto indagare anche questa dimensione intervistando i decisori aziendali in merito alla riforma del mercato energetico. Il risultato è un’Italia divisa in due blocchi, con settori come legal, IT/Telco e Media/Marketing che esprimono fiducia e dichiarano, con una percentuale del 70%, che non si sentono preoccupati da questa riforma. All’opposto per le industrie più a contatto con i clienti, come Ospitalità/Tempo Libero, Retail e Servizi Finanziari, le preoccupazioni sono tante, al punto che nel 64% dei casi si temono impatti sull’operatività delle imprese stesse.
Lo sguardo della ricerca Qonto, particolarmente attenta alle trasformazioni in corso, ha voluto abbracciare anche il rapporto delle imprese con le suggestioni, le spinte e i rischi dell’Intelligenza artificiale. Davanti a uno scenario nel quale l’AI sembra quasi inarrestabile in tutta Europa, la privacy dei dati appare come la principale preoccupazione per le imprese. La ricerca Qonto conferma innanzitutto la dimensione del fenomeno con una adozione dell’AI che vede il 67% delle PMI europee già impegnate nell’adozione di strumenti di Artificial Intelligence.
E anche per questo fenomeno le dimensioni giocano un ruolo rilevante. Le aziende più grandi sono più attive, anche se la spinta più energica arriva dalle imprese giovani. In questo caso la ricerca ha voluto mettere sotto la lente le realtà con meno di 5 anni ed è emerso che presso questo campione l’adozione dell’AI arriva al 75% rispetto al 61% delle aziende con oltre 35 anni.
I modelli di adozione dell’AI poi si muovono con la stessa intensità in tutti i paesi europei. Le aziende francesi, spagnole e italiane sono tutte sostanzialmente in linea con la media europea.
Un discorso a parte merita il fatto che l’Intelligenza Artificiale, come ben noto, è anche una fonte di preoccupazioni e dal report si osserva che la privacy dei dati è la prima di queste preoccupazioni, tanto che viene citata da 1 azienda su 3. Guardando poi al vissuto verso l’AI in termini di settori la ricerca segnala che il mondo medico e sanitario esprime le maggiori preoccupazioni per la privacy dei dati, con un 38% di aziende che si sente in difficoltà nella ricerca di un equilibrio tra implementazione dell’AI e protezione della privacy.
La ricerca di competitività si concretizza anche nelle scelte dei servizi fondamentali per l’operatività aziendale. A questo proposito la ricerca Qonto ha voluto analizzare l’evoluzione del rapporto tra imprese e mondo bancario mettendo in evidenza come il banking digitale abbia superato quello tradizionale. Le metriche sotto osservazione riguardano i tassi di adozione e dai risultati è emerso un cambiamento nelle preferenze delle aziende per i servizi bancari aziendali. In termini di tassi di adozione le soluzioni online sono cresciute e adesso superano quelle per le banche tradizionali con un 31% contro un 29%. Interessante poi l’evidenza che vede premiare anche un approccio ibrido, con aziende che scelgono di utilizzare sia i servizi tradizionali sia quelli digitali. Questo atteggiamento è influenzato in modo significativo dal fattore anagrafico. Le imprese con meno di 5 anni utilizzano solo soluzioni online nel 38% dei casi. Una quota che scende al 24% nel caso di imprese che hanno superato i 35 anni. Dal punto di vista dei settori poi la ricerca Qonto segnala che nel mondo dei servizi finanziari l’adozione del banking online arriva al 50%.
La ricerca è stata ideata da Qonto, la soluzione per la gestione finanziaria aziendale per PMI e liberi professionisti ed è stata condotta in collaborazione con Appinio, attraverso una indagine online in modalità multi-mercato e quantitativa che ha visto il coinvolgimento di 5.032 responsabili decisionali senior, come direttori di PMI, leader aziendali e team di management di aziende con meno di 250 dipendenti.











