Food sustainability

Il futuro del settore agroalimentare

Decarbonizzare la supplychain alimentare è una delle più grandi sfide che dobbiamo affrontare, se vogliamo provare a rispettare l’accordo di Parigi. Un contributo di Jessica Alsford, Head of Global Sustainability Research di Morgan Stanley per analizzare come dovranno evolvere le food supply chain per vincere le sfide della sostenibilità

18 Mar 2021

Jessica Alsford

Head of Global Sustainability Research di Morgan Stanley

Veicoli elettrici, energie rinnovabili, idrogeno, biocarburanti… Sono tutte tecnologie che facilitano la decarbonizzazione delle fonti energetiche su scala globale. Ma per quanto riguarda il sistema agroalimentare, responsabile di circa un quarto delle emissioni globali? Decarbonizzare la supplychain alimentare è, forse, una delle più grandi sfide che dobbiamo affrontare, se vogliamo provare a rispettare l’accordo di Parigi.

Nei prossimi trent’anni, una popolazione crescente e sempre più ricca richiederà di produrre il 50% di cibo in più, mentre 2,5 miliardi di persone fuggono dalla malnutrizione e le emissioni di carbonio vengono abbattute di circa 13Gt. Allo stato attuale, però, le emissioni globali del settore agricolo dovrebbero crescere del 16% entro il 2050.

Le alternative alla carne come prospettiva per la riduzione dell’impatto ambientale nell’agroalimentare

Nell’industria agroalimentare gli allevamenti di bestiame rappresentano la fonte principale di emissioni. Non sorprende che, quindi, la maggior parte dell’attenzione si sia focalizzata sulle alternative alla carne per ridurre le emissioni di carbonio derivanti dalla produzione alimentare. La produzione di hamburger a base vegetale può dare luogo ad una riduzione del 90% di emissioni di gas serra, rispetto all’equivalente di manzo tradizionale. Dalle nostre ricerche emerge che circa il 30% dei consumatori in Nord America, Europa e Asia stanno mangiando meno carne rossa e più proteine a base vegetale: una pratica che è già parte della soluzione. Tuttavia, nonostante la forte domanda di questi prodotti, le proteine alternative rappresentano ancora meno dell’1% del mercato globale della carne, cioè del maggior contributore alle emissioni globali agricole. Anche i prodotti alternativi al latte rappresentano solamente circa il 9% del mercato lattiero-caseario complessivo, nonostante siano in commercio da oltre 15 anni. È quindi difficile pensare che le proteine vegetali da sole possano portare il settore agroalimentare alle zero emissioni nette.

Quali sono quindi le altre opzioni percorribili e che potrebbero rivoluzionare l’industria agroalimentare allo stesso modo in cui l’elettrico sta cambiando il settore automobilistico?

Per quanto riguarda i prodotti chimici, l’ammoniaca green potrebbe trasformare l’industria dei fertilizzanti, dato che la “versione” sintetica rappresenta il 13% delle emissioni di gas serra in agricoltura. Allo stesso tempo però i fertilizzanti sono stati strumentali nel migliorare le rese agricole negli ultimi 60 anni, riducendo la necessità di aumentare i terreni da convertire. L’ammoniaca green è al 100% rinnovabile, non contiene carbonio, può essere prodotta usando idrogeno (per esempio, dall’elettrolisi dell’acqua) e azoto, separandolo dall’aria. Produrre ammoniaca green attraverso l’elettrolisi costa attualmente dalle 2 alle 4 volte rispetto agli equivalenti convenzionali più inquinanti, ma i costi sono destinati a diminuire nel tempo: aziende come Yara, CF Industries e OCI sono già al lavoro.

I vantaggi dell’agricoltura di precisione

Dal punto di vista industriale e tecnologico, l’agricoltura di precisione ottimizza l’uso di fertilizzanti e pesticidi, riducendo così l’impatto negativo che questi prodotti possono avere sull’ambiente. Inoltre, ad esempio, ottimizza anche l’irrigazione e fornisce informazioni in tempo reale sulla temperatura o sulle condizioni del suolo e relativamente alla luce del sole.

Queste soluzioni dovrebbero anche cercare di capitalizzare le proprietà vincenti del settore agricolo: sebbene sia un importante emettitore di gas serra, allo stesso tempo può anche rimuovere il biossido di carbonio dall’aria. La cattura del carbonio da parte dei terreni agricoli può essere ottenuta attraverso pratiche come l’agro-forestazione, le colture di copertura e la silvopastorizia. Utilizzare la metà dei terreni agricoli del mondo per catturare il carbonio potrebbe consentire di eliminare il 6% delle emissioni globali di CO2 equivalente, oppure un quarto di quelle provenienti
dall’industria agroalimentare. Oltre ad avere un impatto positivo sull’ambiente, questa pratica può fornire agli agricoltori un flusso di reddito incrementale, derivante dalla vendita di crediti di carbonio agli emettitori che vogliono (o hanno bisogno) di ridurre la loro carbon footprint. Il numero di aziende che si stanno impegnando a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette continua a crescere: oltre 1.000 aziende hanno già assunto o si sono impegnate ad adottare target scientifici di riduzione delle emissioni e, probabilmente, per un certo periodo di tempo, assisteremo ad una sostenuta domanda di compensazioni di carbonio.

Il ruolo della regolamentazione nella transizione energetica dell’agroalimentare

Come abbiamo visto con la transizione energetica, il passaggio ad un sistema a basse emissioni richiede sia progresso tecnologico che sostegno politico. Finora, la regolamentazione ha avuto un impatto limitato sulla concentrazione di carbonio nel settore agroalimentare. Certo, è molto più difficile modificare i comportamenti di un’industria che conta 500 milioni di società agricole, rispetto all’industria automobilistica, che vede meno di 20 grandi marchi globali.

Tuttavia, stiamo iniziando a vedere un maggiore interventismo. L’UE ha aperto la strada con la strategia Farm to Fork, mentre il Regno Unito sta passando ad un sistema di compensazione degli agricoltori per favorire l’adozione di pratiche agricole sostenibili. La tassonomia dell’UE, basata su metriche chiare per definire cosa è “green”, potrebbe anche guidare gli investimenti in tecnologie come i fertilizzanti “verdi”. Ricorrendo ad una prospettiva olistica, nel corso di quest’anno l’ONU terrà il suo Food Systems Summit con l’obiettivo di “lanciare nuove coraggiose azioni per trasformare il modo in cui il mondo produce e consuma il cibo”. Tutto ciò ha il potenziale per mobilitare sia il settore pubblico che quello privato, allo stesso modo in cui la COP26 ha creato un sostegno verso la lotta al climate change.

Articolo originariamente pubblicato su Responsible Investor.
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