L’analisi

Cop26, Jupiter AM: “C’è bisogno di un ulteriore slancio positivo”

La Head of Sustainable Investing e l’ Head of Environmental Solutions di Jupiter Am, Abbie Llewellyn-Waters e Rhys Petheram: “Sono stati fatti dei progressi, e la speranza di contenere l’aumento della temperatura a massimo 1,5°C è ancora viva”

09 Dic 2021

La Cop26 non ha fatto abbastanza per risolvere la crisi climatica, ma durante la conferenza sono stati fatti dei progressi importanti. “La speranza di contenere l’aumento della temperatura a massimo 1,5°C è ancora viva”. A sostenerlo sono Abbie Llewellyn-Waters, Head of Sustainable Investing, e Rhys Petheram, Head of Environmental Solution di Jupiter Am.

Dieci i “punti di svolta” che si sono registrati durante la conferenza secondo i due manager, che tengono a sottolineare come durante il summit siano stati fatti una serie di progressi. “Il messaggio delle Barbados per cui i 2 gradi centigradi sono una condanna a morte per le nazioni insulari è stato forte – questa Cop ha fatto sì che fosse possibile mantenere una traiettoria di riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi, ma abbiamo bisogno di un ulteriore slancio positivo per raggiungere con successo 1,5 gradi centigradi – affermano – Data la crisi umanitaria in cui ci troviamo, ci sono i presupposti per un’azione collettiva globale, ma si deve andare oltre. La società civile si è presentata alla Cop26, con toni forti e chiari, e questi temi sono rapidamente diventati fondamentali per il ciclo democratico e per il successo commerciale – proseguono – Il mondo riconosce che i gas serra, così come i virus, non hanno confini e che dobbiamo agire come una comunità globale e regolare i nostri modelli di business attuali con un’ambizione maggiore per il raggiungimento dei nostri obiettivi. Detto più semplicemente, l’economia globale ha bisogno di agire coinvolgendo l’intero pianeta. La Cop27 di Sharm El-Sheikh rappresenterà un banco di prova importante per la fattibilità degli obiettivi fissati”.

Ma veniamo ai dieci “punti di svolta”: al primo posto – secondo i due esponenti di Jupiter Am – c’è il fatto che la parola “carbone” sia entrata nei documenti ufficiali per la prima volta dall’inizio delle conferenze sul clima, nel 1995. Poi il fatto che le due più grandi responsabili di emissioni di anidride carbonica hanno continuato a co-operare, con le prime negoziazioni tenutesi a inizio anno in Cina. Il terzo punto è che nelle negoziazioni si sia parlato molto del climate e dell’equity gap, e che le nazioni più vulnerabili abbiano ottenuto una migliore rappresentazione negli accordi. Il “decalogo” prosegue con il fatto che sia stata concordata “una riduzione graduale di carbone (e non l’eliminazione). Il testo imperfetto è stato cambiato pochi minuti prima dell’ultima ora, ma è un passo avanti”. Al quinto punto si parla di metano: “è stato posto come obiettivo una significativa riduzione del metano – affermano – che ha un impatto sul riscaldamento globale ottanta volte maggiore rispetto all’anidride carbonica”. Fondamentale anche l’accordo sulla deforestazione: “è stato raggiunto un ampio consenso da parte delle nazioni chiave per fermare la deforestazione – spiegano – che procede a un ritmo pari all’eliminazione di circa 30 campi da calcio al minuto”. I due manager citano come elemento importante anche il fatto che “quelli che hanno fatto profitti a spese dell’ambiente dovranno ora sovvenzionare le economie meno mature per supportare la transizione”. Quanto al Carbon Market, “L’articolo 6 degli Accordi di Parigi è rimasto irrisolto, fino ad ora – spiegano – c’è una maggiore chiarezza che supporta meglio la riduzione delle emissioni ed elimina i rischi di un doppio conteggio delle stesse”. Quanto alla finanza climatica, sono stati introdotti nuovi strumenti, come il Meccanismo dei Mercati dei Capitali, più incentrati sui contributi aggiuntivi piuttosto che su un semplice approccio di gestione del rischio. E infine “I governi sono stati sollecitati a rivedere i piani climatici per la fine del 2022, aumentando la pressione sulle nazioni per ottenere ulteriori miglioramenti entro la Cop27 dell’anno prossimo a Sharm El Sheikh, in Egitto”.

“Vista la gravità delle prove scientifiche – argomentano – che evidenziano la rapidità del cambiamento climatico negli ultimi mesi, si nutrivano molte speranze sui risultati di questa conferenza per il futuro del nostro pianeta. Secondo noi, il summit è stato non solo un evento storico, ma ha anche avuto il potenziale per ottenere dei risultati positivi. Le considerazioni ambientali non sono più ai margini delle agende politiche e finanziarie, ma davanti e al centro. Durante la conferenza, gli Stati si sono impegnati a fermare gli investimenti pubblici sugli impianti a carbone, a cessare la deforestazione, a ridurre le emissioni di anidride carbonica e di metano, e a fare tutto questo in tempi più brevi di quelli previsti”. “Mentre oggi abbiamo le tecnologie in atto per raggiungere questi obiettivi – aottolineano – senza l’irreversibilità dell’azione, questi impegni politici non sono sufficienti, a nostro avviso”.

“La decarbonizzazione del mondo reale è l’unico modo per affrontare l’emergenza climatica – afferma Abbie Llewellyn-Waters – crediamo che sia inevitabile che le esternalità legate al clima diventino costi internalizzati per le imprese. Con lo scambio delle quote del anidride carbonica intorno ai 60 euro, il più alto che ci sia mai stato, e la politica che si sta rapidamente trasformando, le imprese devono ridurre la loro produzione totale di anidride carbonica. Gestire un portafoglio a basse emissioni di anidride carbonica è una componente chiave del nostro dovere fiduciario, a mio avviso”.

“Ciò che è incoraggiante – conclude Rhys Petheram – è che circa due terzi delle riduzioni di emissioni che dobbiamo osservare per mantenere uno scenario di 1,5 gradi possono venire da tecnologie esistenti e già pronte per essere commercializzate”.

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