L'indagine

Cop26: gli italiani preoccupati per l’ambiente, ma poco informati sul climate change

Risultati in chiaroscuro per il sondaggio Enea “Sallo!”, i cui esiti sono stati svelati in occasione della Conferenza Onu di Glasgow: i nostri connazionali non sono sempre consapevoli su cause, possibili effetti e misure di riduzione delle emissioni di gas serra  a livello nazionale ed internazionale, ma al contempo sanno di dover ridurre il loro impatto sull’atmosfera

04 Nov 2021

Consapevoli della crisi climatica in atto, abbastanza preoccupati di ridurre il proprio impatto sull’ambiente, ma non sempre ben informati su cause, possibili effetti e misure di riduzione delle emissioni di gas serra  a livello nazionale ed internazionale. È quanto emerge dal sondaggio lanciato dall’Enea con l’iniziativa “Se non lo sai, Sallo! Tutto quello che avreSte voluto sApere suL cambiamento cLimaticO (e non avete mai osato chiedere)”, i cui risultati sono stati diffusi in occasione della COP 26 di Glasgow.

I risultati del sondaggio

Ma che cosa sanno gli italiani del clima? Per quanto riguarda Clima e riscaldamento globale, nove su 10 hanno risposto correttamente alla domanda “I cambiamenti climatici esistono da sempre ma hanno subìto una notevole accelerazione dagli inizi del ‘900”. Quasi tutti sono convinti che lo scioglimento dei ghiacciai (97%) e l’aumento del livello medio del mare (86%) sono causati dal cambiamento climatico; ma solo il 42% ha risposto correttamente alla domanda “L’ondata di calore del 2003 è ascrivibile alla febbre del Pianeta” e il 32% alla domanda il “Cambiamento climatico e crescente pressione antropica sull’ambiente sono tra le cause della pandemia da Covid-19”.

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Sul fronte delle Politiche e strategie per il contrasto al cambiamento climatico, quasi il 50% non conosce l’Accordo di Parigi né le date della Cop26 di Glasgow, mentre sempre il 50% conosce l’esistenza del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima ma non gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030.

Dalla sezione Aspettative e Buone Pratiche emerge che molti italiani adottano già pratiche virtuose come la raccolta differenziata (94%), la riduzione dell’uso di imballaggi di plastica (53%) o di plastiche monouso (74%),  il contenimento dei consumi di acqua ed energia (71%) e l’acquisto di cibo locale e di stagione (79%).  Tuttavia rispettivamente il 21% e il 19% dei partecipanti si dichiara contrario a ridurre i viaggi in aereo e il consumo di carne.

“Il questionario, composto da 20 domande suddivise in 5 sezioni, è stato compilato da oltre 1.300 persone, per la maggior parte di nazionalità italiana, con un’età tra i 10 e oltre  80 anni e una  media di 34 anni, con il 60% che non superava i 40. Con nostra soddisfazione,  circa il 30%  è stato di un’età fra i 10 e i 20 anni. Le regioni più partecipi sono state Emilia-Romagna, Lazio e Puglia, mentre le province che hanno risposto di più sono state Roma e Bologna”, spiega Melania Michetti, ricercatrice Enea della divisione Modelli e tecnologie per la riduzione degli impatti antropici e dei rischi naturali che ha ideato il sondaggio.

Errori e luoghi comuni

“Questo sondaggio ci ha permesso di raccogliere informazioni interessanti sulle convinzioni più diffuse nel campo del cambiamento climatico, evidenziando errori di interpretazione e luoghi comuni”, sottolinea ancora Michetti. Ad esempio, l’84% dei partecipanti crede (erroneamente) che l’industria sia il settore più inquinante mentre questo primato negativo è del settore energetico. Inoltre, solo il 21% è consapevole che il settore agricolo è tra i più impattanti per emissioni di carbonio, subito dopo quello energetico. Con il 42% di risposte corrette emerge una certa consapevolezza che il trattamento rifiuti è tra gli ultimi settori per emissioni di gas climalteranti.

Nella sezione Impatti e costi del cambiamento climatico, il 94% dei partecipanti ha risposto correttamente (falso) che “Animali e piante non subiranno gli effetti del cambiamento climatico grazie alla loro capacità di adattamento”; mentre solo il 43% sa che “in Italia, l’impatto dei cambiamenti climatici può incidere fino all’8% del Pil pro-capite”. Emerge poi una buona consapevolezza che il cambiamento climatico non favorirà il turismo costiero (91% di risposte corrette), ma aumenterà invece il numero dei migranti climatici (81%); meno noto è invece che vi saranno ricadute positive su alcune colture (62%), e che, tra i possibili effetti, si potrà osservare anche la variazione delle rotte commerciali via acqua (34%).

A livello di Contributi di settore e Paese alle emissioni di gas a effetto serra, appare noto che la Cina è tra i maggiori Paesi emettitori di gas serra in termini assoluti mentre gli Stati Uniti hanno le più alte emissioni pro-capite; meno risaputo è invece che la stessa Cina abbia emissioni pro-capite relativamente contenute in relazione al numero dei suoi abitanti, insieme a Europa e India, e che i Paesi con le maggiori emissioni per abitante sono, in ordine, Usa, Russia e Giappone.

L’allarme del climatologo Enea

“Diffondiamo i risultati del sondaggio in occasione della COP26 di Glasgow, che dovrebbe segnare un ulteriore passo in avanti dopo gli accordi di Parigi sul clima del 2015. Ci aspettiamo che in questo vertice Onu i leader delle economie più forti che guidano la classifica dei grandi emettitori di gas serra suggeriscano azioni concrete e misurabili per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti”, afferma Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio Modellistica Climatica e Impatti di ENEA.

“Attualmente gli impegni presi da tutti i Paesi del mondo per il 2030 si traducono in una riduzione delle emissioni di gran lunga inferiore a quella necessaria a non superare il limite di guardia dei 2°C. Non c’è tempo da perdere: la temperatura media della Terra è già aumentata di 1,1 °C, secondo quanto rivelato dall’ultimo report dell’IPCC”, aggiunge Sannino. “Il Presidente della COP26, Alok Sharma, ha dichiarato che questo summit rappresenta l’ultima possibilità per il mondo di tenere sotto controllo il cambiamento climatico. E, anche se potrebbe sembrare una dichiarazione troppo severa, non c’è dubbio che un successo in termini di azioni concrete presentate alla COP26 metterebbe il mondo in una posizione migliore per affrontare la minaccia sempre più grave del cambiamento climatico. Di contro un fallimento determinerebbe una disastrosa battuta d’arresto e non possiamo permettercelo. In questo contesto, diventa essenziale sensibilizzare l’opinione pubblica e consolidare la conoscenza di cause e conseguenze del cambiamento climatico, rafforzando il dialogo tra scienza e società civile”.

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