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Dalla liquirizia il packaging antispreco che protegge le fragole


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Alkelux trasforma gli scarti delle radici di liquirizia in un additivo antimicrobico per il packaging alimentare. I test indicano un’azione contro virus, batteri e funghi e una protezione delle fragole fino a 8-9 giorni quando la tecnologia viene incorporata nei film plastici

Pubblicato il 30 set 2026



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Fresh ripe strawberries as background, top view
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Tre giorni: è questo, mediamente, il tempo durante il quale una fragola si conserva dal momento in cui raggiunge il banco frigorifero del supermercato. Un intervallo ridotto che contribuisce ad alimentare lo spreco di frutta fresca, uno dei prodotti più frequentemente eliminati dalle famiglie italiane.

A prolungarne la durata potrebbe contribuire una tecnologia sviluppata da Alkelux, startup deeptech di Sassari fondata da Matteo Poddighe. L’azienda ha realizzato un additivo antimicrobico ricavato dagli scarti della lavorazione della liquirizia, progettato per essere integrato nelle plastiche utilizzate per il packaging alimentare.

I nuovi test microbiologici, validati secondo l’azienda da laboratori certificati indipendenti, mostrano un’attività contro virus, batteri e funghi. Incorporata nel film plastico, la tecnologia sarebbe capace di prolungare la protezione delle fragole fino a circa 8-9 giorni, triplicandone potenzialmente la durata media commerciale.

La muffa grigia che accelera il deterioramento

Tra i principali responsabili del rapido deterioramento delle fragole c’è la Botrytis cinerea, conosciuta come muffa grigia. Il fungo colpisce soprattutto i piccoli frutti deperibili, provocandone la progressiva degradazione. Da tempo la ricerca sui materiali per il confezionamento alimentare studia sostanze antimicrobiche capaci di rallentare la proliferazione dei microrganismi. La difficoltà non consiste soltanto nell’individuare un principio attivo efficace in laboratorio, ma nel mantenerne l’attività una volta incorporato nei materiali industriali.

Durante la produzione del film, infatti, le sostanze possono essere sottoposte a temperature, pressioni e interazioni chimiche che ne riducono l’efficacia. È proprio su questo passaggio, dal test sperimentale al prodotto utilizzabile, che Alkelux ha concentrato la propria attività.

Dagli scarti della liquirizia ai nano-polymer dots

La soluzione sviluppata dalla startup si basa su nano-polymer dots, nanomateriali di origine carboniosa ottenuti dalla peluria delle radici di liquirizia. Si tratta di una parte della pianta che oggi non trova applicazioni industriali significative. La peluria non viene utilizzata per estrarre i principi attivi destinati ai settori farmaceutico e dolciario e non risulta adatta neppure alla produzione di pellet. Viene quindi tritata nei campi come ammendante oppure gestita come materiale di scarto.

La disponibilità della materia prima è consistente: circa l’85% della produzione italiana di liquirizia si concentra in Calabria e la peluria generata dalla filiera ammonterebbe a diverse centinaia di tonnellate all’anno. Alkelux trasforma quindi un residuo agricolo privo di impieghi ad alto valore in una materia prima destinata alla produzione di packaging attivo. La soluzione unisce così due obiettivi: limitare lo spreco alimentare e valorizzare un sottoprodotto attraverso un modello di economia circolare.

Come agisce l’additivo antimicrobico

I nano-polymer dots appartengono alla famiglia dei carbon dots, nanoparticelle la cui superficie presenta siti attivi capaci di interagire con differenti microrganismi. I test condotti sull’additivo di Alkelux hanno esaminato tre categorie microbiologiche e nei confronti di specifici virus target, la tecnologia ha eliminato fino al 98% della carica virale, mostrando attività anche a basse concentrazioni.

Le analisi hanno evidenziato inoltre un effetto inibitorio sui batteri Gram-positivi, microrganismi rilevanti per la sicurezza e la conservazione di diversi prodotti freschi. I risultati più significativi per le fragole riguardano però l’azione antifungina. Utilizzato nella sua forma non incorporata, l’additivo ha inibito fino a 14 giorni la crescita del micelio della Botrytis cinerea.

L’efficacia si conserva nel film plastico

L’elemento più importante in vista di una possibile applicazione industriale è la capacità dei nano-polymer dots di mantenere parte della loro attività anche dopo l’integrazione nel packaging. Nei film plastici sperimentali, l’effetto inibitorio sulla crescita fungina si è conservato per circa 8-9 giorni. Il risultato è inferiore ai 14 giorni raggiunti dall’additivo non incorporato, ma indica che una parte rilevante della capacità antimicrobica supera il processo di trasformazione del materiale.

Rispetto alla durata media di tre giorni indicata per le fragole sul banco frigorifero, la tecnologia potrebbe quindi contribuire a triplicare il periodo di conservazione. Prima dell’ingresso sul mercato saranno comunque necessarie le successive fasi di validazione industriale, sicurezza, conformità normativa e verifica sulle condizioni reali della filiera alimentare.

Non soltanto fragole: le altre applicazioni

La startup sta valutando l’impiego della tecnologia anche in altri ambiti nei quali la contaminazione microbiologica è una causa rilevante di deterioramento. Una prima applicazione riguarda il confezionamento della carne, dove la sicurezza e il controllo della proliferazione batterica rappresentano fattori determinanti. Un secondo settore è la panificazione, nella quale le muffe possono ridurre sensibilmente la vita commerciale dei prodotti.

Alkelux sta inoltre esplorando il comparto biomedicale, con particolare attenzione ai dispositivi monouso. Si tratta di un mercato caratterizzato da elevati requisiti di sicurezza e da un impatto ambientale significativo, nel quale materiali antimicrobici ottenuti da scarti biologici potrebbero aprire nuove possibilità.

Dal laboratorio alla produzione industriale

Il prossimo passaggio riguarda l’aumento della capacità produttiva. Alkelux prevede l’apertura di un impianto pilota a Sassari, con il quale intende passare da una produzione di circa 10 chilogrammi a una capacità di 4,5 tonnellate all’anno.

Successivamente, la startup punta a realizzare un impianto industriale in Calabria, nel cuore della principale filiera italiana della liquirizia. La vicinanza alla materia prima potrebbe ridurre i passaggi logistici e rafforzare il legame fra innovazione tecnologica e territorio.

La sfida sarà trasferire su scala produttiva i risultati ottenuti nei test, garantendo prestazioni uniformi, sicurezza e compatibilità con i processi utilizzati dall’industria del packaging. Se il percorso verrà completato, uno scarto della liquirizia potrà diventare uno strumento per conservare più a lungo gli alimenti e contrastare lo spreco lungo la filiera.

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